La Piattaforma di Chiusano

Migrazioni e accoglienza generativa nelle aree interne

Chiusano d’Asti – 24 maggio

 

PIATTAFORMA DI CHIUSANO

 

Indicazioni e orientamenti di buona accoglienza

I partecipanti al laboratorio di Chiusano D’Asti

 

pur in un contesto generale in cui il frequente sbilanciamento delle politiche migratorie su ipotesi contenitive e di sola risposta all’emergenza ha determinato, da un lato, un diffuso abbassamento della qualità dei servizi e, dall’altro, l’ingresso di forti spinte profit nel mercato dell’accoglienza, con un conseguente innalzamento delle tensioni e delle preoccupazioni tra le cittadine e i cittadini

 

concordano

 

nell’affermare che in molte aree interne del Paese, in tanti piccoli comuni italiani, nel Sud come al Nord, si sono sperimentate e stabilizzate forme innovative e positive di ospitalità, sostenibili per i luoghi, attente alle relazioni con le comunità, attivatrici di occasioni e opportunità di interesse collettivo.

Inoltre, la tenuta demografica di molti piccoli comuni italiani è attribuibile alla presenza di popolazione straniera residente. Se, infatti, non si arresta la perdita di popolazione nei comuni aree interne[1], la presenza di stranieri cresce, soprattutto nei comuni dove si registrano le perdite maggiori. Inoltre, le aree progetto nelle quali si registra l’incidenza maggiore di stranieri sono quelle dove la perdita di popolazione è minore. Si tratta di un dato che, in prospettiva, va letto in termini di opportunità, apertura di comunità e mantenimento di segmenti di economia locale e di welfare.

Individuano come punti di forza di tali esperienze

 

  • La capacità di programmare le forme e i numeri dell’ospitalità con meccanismi non imposti dall’alto ma centrati su una logica di co-programmazione e condivisione con le istituzioni locali e, grazie al ruolo di mediazione delle istituzioni stesse, con le comunità locali.

 

  • La promozione di reti e alleanze tra i comuni.

 

  • Il coinvolgimento degli abitanti, attraverso azioni costanti di informazione e di mediazione culturale finalizzate ad accompagnare la popolazione nel suo incontro con i progetti di ospitalità e con le persone che sono accolte, al fine di evitare meccanismi di allarme e rifiuto.

 

  • L’attivazione di meccanismi basati sulla fiducia (collaborazione, scambio, reciprocità) tra sistema di accoglienza e istituzioni locali, tra le comunità di operatori e di ospiti e le comunità locali.

 

  • L’idea di ospitalità centrata su un’ottica non solo di solidarietà ma anche di sviluppo; su relazioni e filiere economiche locali. In sostanza, su forme di accoglienza generativa[2], orientata da nuove pratiche di attivazione e co-responsabilità che valorizzino capacità e risorse, delle persone (ad iniziare dal favorire il protagonismo di chi arriva e di chi accoglie) e delle comunità.

A partire da tali considerazioni propongono di

In termini di politiche nazionali

 

  • Programmare l’accoglienza in modo equilibrato e coerente con le caratteristiche dei contesti e dei territori, sia dal punto di vista quantitativo, sia per quel che attiene le caratteristiche socio-economiche e culturali dei differenti territori.

 

  • Prevedere strutture di accoglienza di piccole dimensioni (15/20 persone massimo) per garantire degni livelli di ospitalità soprattutto in termini di politiche di inclusione e per non innescare conflitti nei contesti.

 

  • valorizzare le potenzialità proprie delle aree interne (possibilità, per i rifugiati, di inserirsi in nicchie di mercato, maggiore accessibilità alle abitazioni a prezzi contenuti, possibilità di entrare a far pare di una rete sociale più coesa) tenendo però necessariamente conto dei fattori di fragilità di dette aree. Ciò richiede tuttavia che, nei limiti del possibile, nelle aree interne vengano inviati coloro che sono ancora nella condizione giuridica di richiedenti asilo piuttosto che coloro che hanno già ottenuto un titolo di protezione, potendo in tal modo operare da parte delle amministrazioni locali su percorsi di accoglienza di media durata (e comunque superiori ad un anno).

 

  • Stimolare le Regioni a integrare le proprie leggi regionali sull’immigrazione con misure specifiche che riguardino l’accoglienza nelle aree interne, prevedendo il sostegno, anche su base sperimentale, a percorsi di riqualificazione e di rilancio socio-economico e culturale delle aree interne collegati all’accoglienza dei richiedenti asilo, dei rifugiati, e dei titolari di misure di protezione sussidiaria e umanitaria.

 

  • Chiedere il ripristino di politiche nazionali di ingresso e inclusione che da un lato superino il solo livello del contenimento nella sua duplice e inevitabile declinazione: repressione – assistenzialismo e che d’altro lato non facciano scaricare sul sistema per richiedenti asilo tutte le aspettative di ingresso.

 

  • Puntare su una maggiore integrazione tra Sprar e azioni di sviluppo (con percorsi pensati sul medio-lungo periodo), accompagnamento, mediazione, servizi. La classificazione dei comuni della Strategia Nazionale per le Aree Interne può essere funzionale a costruire misure e interventi a favore di una buona gestione dei migranti (ovvero, forme di accoglienza con numeri piccoli e progetti di inclusione legati ai luoghi).

In termini di politiche locali, metodologie e strumenti

 

  • Attivare presso le Prefetture tavoli integrati con la partecipazione dei comuni, delle altre amministrazioni e istituzioni del territorio, dei soggetti del privato sociale e della cittadinanza attiva per la programmazione e la gestione delle politiche di accoglienza; per il loro monitoraggio e la loro valutazione. Oltre che per favorire un’analisi dei luoghi e delle reti di comuni attivate. In un’idea di integrazione che, pur nel mantenimento del governo pubblico, riconosca pari dignità di proposta a tutti gli attori coinvolti.

 

  • Prevedere una stretta connessione tra accoglienza Sprar e il sistema dei servizi a livello locale (pari opportunità di accesso), pur tutelando specifiche esigenze e particolari vulnerabilità.

 

  • Definire indicatori e metodologie per orientare metodologie e operatività di “buona accoglienza” (ad esempio: azioni di alfabetizzazione e rafforzamento linguistico – tutela e orientamento legale – orientamento e educazione alla gestione autonoma dei servizi socio-sanitari – rafforzamento delle competenze di base e interventi di sostegno all’inserimento lavorativo. Sono tutte azioni da portare avanti non in modo isolato ma in sinergia con interventi su servizi e persone che abitano i luoghi.

 

  • Sperimentare, soprattutto nelle piccole e medie città, forme di accoglienza diffusa presso le famiglie, sulla scorta di quanto già sperimentato in altre parti del Paese.

 

  • Garantire una adeguata presenza di mediatori linguistici culturali.

 

  • Costruire alleanze con i territori, a partire anche dal fare emergere le “appetibilità” legate alla presenza dei migranti (rafforzamento delle piccole economie locali, apertura di servizi, offerta culturale aggregativa) e con azioni di mediazione sociale e dei conflitti. Anche attraverso la sperimentazione, in piccole realtà, di micro-progettualità coinvolgendo soggetti terzi, né Cas né Sprar ma controparti ‘indipendenti’, favorendo la contaminazione con soggetti profit (se c’è un’etica che li sostiene) e altre progettualità, come la Strategia Nazionale per le Aree Interne.

 

  • Favorire una buona integrazione progettuale con altre esperienze (cooperative di comunità, imprese sociali), risorse (pubbliche e private – si pensi alle fondazioni, per esempio) e misure regionali/nazionali, in modo da facilitare l’attivazione di azioni di sviluppo che interessino l’intero territorio (parliamo, per esempio, di accesso alla terra, di ricomposizione fondiaria, di uso del bosco). In questo modo, gli stessi amministratori possono affinare strumenti per costruire percorsi di filiera, superare problemi burocratici e amministrativi.

 

  • Promuovere ospitalità in luoghi sani e belli non solo per la salute delle persone ma anche per un’immediata e tangibile comunicazione di “rispetto”. Offerta di Bellezza e piacevolezza come forma di costruzione di relazioni positive con i luoghi e con le comunità.

 

  • Pensare agli interventi di ospitalità come momento in cui gli ospiti diventano nei fatti cittadini dei luoghi che li accolgono. Nello scambio tra migrazioni e territori, la presenza di stranieri e di residenti temporanei diventa occasione di benessere e di resilienza per l’insieme della comunità.

In termini di narrazione, monitoraggio e valutazione

 

  • Conoscere le persone e le storie. È parte dell’accompagnamento culturale la comunicazione e la narrazione delle buone esperienze di accoglienza (spesso poco conosciute): diffondere la percezione della positiva presenza di migranti nei piccoli comuni e su come questa impatta sulla tenuta di micro-economie locali e servizi.

 

  • Prevedere un’attività di monitoraggio e valutazione del sistema di accoglienza locale con un approccio quanti/qualitativo (non calibrato sul solo livello burocratico amministrativo).

 

  • Capire quali forme ‘generative’ si attivano. Una valutazione delle esperienze può prevedere casi pilota, con un diretto coinvolgimento di migranti e residenti (stranieri e non), con l’obiettivo di far emergere i cambiamenti significativi che emergono dalle esperienze di inclusione.
[1] Tra il 2016 e il 2011 i comuni italiani classificati come aree interne (comuni intermedi, periferici e ultra-periferici) registrano una crescita di popolazione pari allo 0,26 per cento, mentre la popolazione straniera residente cresce di quasi il 20 per cento (19,82). Nei soli comuni periferici e ultra-periferici la variazione di popolazione straniera è del 27,45 per cento. Se si guardano, invece, le aree progetto della Strategia Nazionale per le Aree Interne, la perdita di popolazione segna valori più marcati: la quasi totalità delle 72 aree progetto perde popolazione, con valori percentuali che vanno dallo -0,3 dell’Alto Lago, in Lombardia, al -6,6 della Montagna Materana in Basilicata. Nello stesso periodo, le 72 aree progetto perdono popolazione straniera residente ma con valori percentuali minori, e questo avviene soprattutto nelle aree dove c’è la maggiore incidenza di stranieri sul totale della popolazione. Nelle aree con la maggiore incidenza di stranieri, inoltre, la comunità di stranieri residenti cresce. È il caso dell’area Valle Maira, dove la popolazione straniera residente aumenta (1,36 per cento), mentre quella complessiva diminuisce (-0,6 per cento).
[2]  Il riferimento nasce dal pensiero di Guglielmo Minervini: “le politiche generative producono più di quanto spendono, raccolgono più di quanto seminano” (G. Minervini, 2016, La politica generativa, Carocci, Roma).

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