Il “nostro”Sistema Sanitario Nazionale

Carenza e invecchiamento del personale, diminuzione della spesa, taglio di posti letto. Negli ultimi venti anni non si è investito nel Servizio Sanitario Nazionale. Ma per procedere nella direzione che garantisce più equità e più efficienza, serve privilegiare il SSN, infrastruttura fondamentale del nostro vivere civile.

 

Un articolo di Elena Granaglia (con il contributo di Silvia Vaccaro)

In questi giorni di particolare difficoltà per l’Italia, ci rendiamo sempre più conto di cosa significhi avere un Servizio Sanitario Nazionale, cui tutti possono accedere nel momento del bisogno. Eppure, in questi anni recenti abbiamo fatto ben poco per curare e sostenere il nostro SSN.  Con l’aiuto di un utile lavoro di Emmanuele Pavolini vale la pena ricordare alcuni dati. Iniziamo il nuovo secolo con una spesa sanitaria pubblica pro capite pari a circa il 91% media dei paesi UE 15. Nel 2018, il valore è sceso al 73%. A fronte di questo andamento della spesa il numero di infermieri per 100 abitanti è passato da circa 5,2 nel 2000 a a 5,5, mentre nell’UE-15 era pari a 8,2 già un ventennio fa e ha raggiunto 10,1 negli anni più recenti. In altri termini, abbiamo un SSN che funziona con la metà degli infermieri presenti in molti altri sistemi sanitari europei. Se consideriamo la spesa pro capite in dollari a parità di potere d’acquisto, i valori sono rispettivamente 4964,7 per la Francia, 4986,5 per la Germania, 4069,6 per la Gran Bretagna e 3427,9 per l’Italia. Allo stesso tempo la percentuale di medici con almeno 55 anni sul totale dei medici è passata da circa il 19% del 2000 al 56% del 2018 (rispetto a una media del 34% nell’UE-15). Come ci ricorda l’ultimo numero dell’Espresso, il risultato è la mancanza di oltre 55.000 medici e 50.000 infermieri.

 

Nel rapporto State of Health in the EU: Italia, Profilo della sanità 2019, sintetizzato in un interessante articolo pubblicato su AGI, il nostro Sistema Sanitario Nazionale viene valutato sotto tre profili: efficacia, accessibilità e resilienza. Sotto il profilo dell’efficacia “l’Italia registra tra i tassi più bassi di mortalità prevenibile e trattabile di tutta l’Ue”, e riscontriamo un tasso tra i più bassi della UE di ricoveri ospedalieri e un “tasso di sopravvivenza ai tumori, più alto (seppur di poco) rispetto al resto degli altri Paesi europei.” Diverso è il discorso sull’accessibilità e sulla resilienza. Sul fronte dell’accessibilità, le disuguaglianze territoriali e i lunghi tempi di attesa pesano sull’accesso ai servizi sanitari, registrando non pochi casi di migrazioni interne al paese per accedere alle cure e una maggiore spesa a carico dei cittadini, “passata dal 21 per cento del 2009 al 23,5 per cento del 2017. Nel resto d’Europa, la media è del 16 per cento”, come si legge nell’articolo. Sul punto della resilienza, un dato su tutti, quello della riduzione dei posti letto in ospedale che “tra il 2000 e il 2017 in Italia è sceso del 30 per cento passando da 3,9 ogni 1.000 abitanti a 3,2, contro una media Ue vicina a 5 ogni 1.000 abitanti (in calo anch’essa dal 5,7 del 2000)”.

 

Un Servizio Sanitario così sotto-finanziato non può reggere, nonostante quanto ha fatto e quanto sta facendo per garantire la salute dei cittadini. Se non corriamo in fretta ai ripari ci troveremo esattamente di fronte a quanto paventava Jacob Hacker in un bell’articolo del 2004 (“Privatizing Risk without Privatizing the Welfare State: The Hidden Politics of Social Policy Retrenchment in the United States”, American Political Science Review): una pluralità di piccoli cambiamenti nascosti e apparentemente di poco conto, accumulandosi nel tempo porta a un radicale ridimensionamento dell’intervento pubblico, pur in assenza di espliciti cambiamenti strutturali.

 

Certo, esistono i vincoli di finanza pubblica. Certo, i servizi erogati dal SSN, anche a prescindere dalle risorse, hanno in diverse occasioni, mostrato inadeguatezze in merito soprattutto alla dimensione non tecnica della cura dei pazienti e di un più complessivo trattamento basato sull’uguaglianza di considerazione e rispetto. Ma, le risorse servono. Limitandoci alla sanità, anche in questi anni ne abbiamo trovate per le agevolazioni fiscali alla sanità privata e comunque sotto-finanziare la sanità pubblica implica aumentare indirettamente il finanziamento privato. Se così, alla fine è sempre la collettività che paga e non si riesce a capire perché, a fronte comunque, di un aumento della spesa, non si scelga di procedere nella direzione che garantisce più equità e più efficienza, come è appunto quella di privilegiare il SSN. Ancora, investire nel SSN con concorsi rigorosi, abbandonando i rapporti di precariato e per gli infermieri di esternalizzazioni al minimo costo, è una via cruciale per favorire un’occupazione di qualità.  E, infine, proprio i momenti di maggiore difficoltà possono diventare un’opportunità importante per pensare a innovazioni. A questo riguardo ci sembra importante segnalare l’iniziativa di Cittadinanzattiva, una delle otto organizzazioni che promuovono il ForumDD, che ha lanciato una pagina di approfondimento sul Coronavirus con informazioni utili per i cittadini, provvedimenti regionali e nazionali, guide utili e video di esperti, e, insieme alla FIMMG (Federazione Italiana Medici di Medicina generale), ha promosso la campagna di comunicazione «Insieme senza paura. Il coronavirus è un nemico debole se lo combattiamo uniti. Medici di famiglia e cittadini». Attività come questa fortificano le infrastrutture fondamentali del nostro vivere civile, quale è il Servizio sanitario nazionale.

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