Il Decreto Dignità: un commento tra luci e ombre

Il Decreto Dignità approvato ieri dal Consiglio dei Ministri ha un valore politico che va al di là del singolo provvedimento, poiché sembra suggerire una possibilità di intervenire su alcune questioni stringenti.

 

I punti chiave 

 

I principali aspetti innovativi del provvedimento sono stati già ampiamente commentati sui media ma varrà la pena richiamarli sinteticamente: aumento consistente dell’indennizzo in caso di licenziamenti illegittimi, riduzione da 36 a 24 mesi del contratto a termine e da 5 a 4 della possibilità dei rinnovi nell’arco di tre anni, aumento progressivo del costo dei contributi sui rinnovi e dei contratti di somministrazione del lavoro allo scopo di scoraggiarne l’utilizzo. Il decreto inoltre prevede misure per il contenimento del gioco d’azzardo (con lo stop alla pubblicità) e delle delocalizzazioni (mediante ad esempio multe ad imprese che spostano la produzione fuori dall’Italia dopo aver beneficiato di contributi statali).

 

Permangono tuttavia a mio avviso almeno due nodi critici. In primo luogo si può notare come l’elemento centrale del Job Act, l’abolizione dell’art. 18, non sia stato affatto toccato. Il licenziamento ingiusto è infatti indennizzato solo economicamente nella prospettiva di un lavoro futuro. In secondo luogo vi è il rischio concreto che l’interruzione dei contratti si traduca in puri e semplici licenziamenti. Dunque non si tratta certamente della Waterloo annunciata del Jobs Act. Tuttavia è indubbio che il Decreto Dignità, sin dal nome, rappresenta un elemento di forte discontinuità rispetto a una linea di interventi sulle politiche del lavoro che, attraverso la flessibilità, hanno finito per istituzionalizzare il precariato.

 

Ciò non toglie che andranno attentamente monitorate le ricadute del decreto sia sulle condizioni concrete di vita dei lavoratori che ne saranno interessati sia sulle imprese che in passato hanno fatto ricorso ai contratti previsti dal Job Act, in particolare quelle di piccole dimensioni.

 

Un primo passo a cui ne dovranno seguire altri di più ampio respiro

 

La strada da percorrere è ancora molto lunga e irta di ostacoli politici e sarebbe illusorio affidare a un provvedimento tutto sommato di limitata portata la risoluzione di ogni problema. La lotta al precariato e alla perdita di dignità potrà rivelarsi efficace solo se questa misura si inserirà in un complesso di interventi di politica economica e occupazionale di più ampio respiro, con una attenzione particolare al Mezzogiorno d’Italia. Essa dovrà inoltre essere supportata da politiche di conciliazione familiare più diffuse sul territorio e più flessibili negli orari e nell’offerta proprio per venire incontro alle mutate condizioni lavorative dei membri adulti della coppia (non solo delle donne!). Necessario sarà poi il raccordo da un lato con le politiche di sostegno al reddito per le famiglie povere, capolinea dei processi di precarizzazione e dall’altro con provvedimenti di repressione del caporalato e del lavoro schiavistico nelle sue diverse forme che implicano al massimo grado la perdita di dignità che il decreto intende contrastare. Resta poi da affrontare la riforma delle Agenzie del lavoro che dovranno agire non solo sul piano del raccordo tra domanda e offerta, ma anche della rimozione degli ostacoli di ordine pratico e culturale nella ricerca del lavoro. Basterebbe a questo riguardo solo ricordare che il tasso di attività femminile delle donne senza titolo di studio dell’obbligo nel Mezzogiorno è pari al 17% (26% al Nord) a fronte del 73% di quello delle laureate (84% al Nord). Solo una donna attiva senza titolo di studio dell’obbligo su 10 è occupata nel Mezzogiorno (due su 10 al Nord). L’esclusione lavorativa riguarda anche le giovani donne (15-34 anni): solo una su tre nel Mezzogiorno e una su due al Nord è attivamente presente nel mercato del lavoro (in qualità di disoccupata a o occupata). Queste categorie a forte rischio di esclusione lavorativa (così come i soggetti con disabilità di vario tipo) saranno solo sfiorate dal decreto Dignità e, come abbiamo visto, benché la loro situazione sia di gran lunga peggiore nel Mezzogiorno, non si trovano confinate solo in quest’area del paese.

 

Per il momento va dato atto al Ministro Di Maio di aver agito in tempi rapidi nella stesura e nella approvazione del decreto Dignità, convocando come una volta si diceva “le parti sociali” anche su questioni rilevanti come le tutele dei fattorini delle piattaforme in un governo che in altri campi ha mostrato di non avere piena consapevolezza di cosa sia il rispetto della dignità delle persone.

Enrica Morlicchio è professore ordinario di sociologia economica nel Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Napoli Federico II.  Attualmente è direttrice della rivista “Sociologia del lavoro” e componente del Comitato Direttivo della rivista “il Mulino”. Ha fatto  parte del Consiglio Scientifico dell’Osservatorio sulle disuguaglianze della Fondazione Gorrieri. Ha scritto:  Sociologia della povertà (il Mulino 2012) e  Poveri a chi? (Napoli. Italia), con A.Morniroli (Edizioni Gruppo Abele, 2013).  Sua pubblicazione più recente: Urban poverty and social cohesion: what can Naples teach us, In A. Andreotti, D.Benassi and Y. Kazepov, Capitalism in transition, Manchester University Press, 2018.
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