Un approfondimento dal settimo numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”.
Aggiornato al 13 Ottobre 2026.
In un precedente intervento sostenevo che il dibattito sulla verifica dell’età online guardasse nel posto sbagliato. Chiedersi chi entra nelle piattaforme conta meno che chiedersi che cosa trova dentro: un ambiente costruito per trattenere le persone e trasformare il loro comportamento in dati da sfruttare commercialmente, gestito da poche aziende che guadagnano soprattutto perché controllano l’accesso a spazi diventati indispensabili per comunicare, informarsi, stare con gli altri. E notavo che gli obblighi di protezione esistevano già nel Digital Services Act, la legge europea sui servizi digitali, ma che molte delle indicazioni concrete su come progettare i servizi erano affidate a linee guida non vincolanti.
Il 17 settembre la Commissione europea ha presentato una proposta di legge, l’EU KIDS Act. Non è ancora legge: devono approvarla il Parlamento europeo e i governi riuniti nel Consiglio, e il testo può cambiare nel negoziato. Fino al 26 novembre chiunque può inviare commenti. Vale la pena capire che cosa prevede, perché arriva adesso e che cosa lascia aperto.
Che cosa prevede
La proposta tiene insieme quattro cose.
La prima è un’età minima comune per i social e le piattaforme video che presentano determinate caratteristiche di rischio, descritte più avanti. Sotto i 13 anni niente account. Dai 13 anni fino al compimento dei 15 un account ridotto, aperto e seguito da un genitore: al massimo un’ora al giorno, contatti approvati dal genitore, strumenti di controllo sempre attivi. Dai 15 anni un account proprio, su servizi che devono comunque essere sicuri per un minore. La casella in cui ognuno scrive la data di nascita che preferisce non basta più. Le regole riguardano anche gli account già aperti, ma non tutti richiederanno una nuova verifica.
La seconda riguarda come sono costruiti i servizi che i minori usano: social, piattaforme video, videogiochi, negozi di app, chatbot. Per i minori vengono vietati i meccanismi pensati per tenere le persone connesse il più a lungo possibile: lo scorrimento infinito, le notifiche che richiamano, le ricompense a sorpresa, le “serie” da non interrompere. Le impostazioni di partenza devono essere protettive, le raccomandazioni basate sul profilo dell’utente e sui dati raccolti altrove vengono limitate, i chatbot non possono costruire una dipendenza emotiva. Queste protezioni si applicano per impostazione predefinita a tutti gli utenti, e si possono togliere solo quando è accertato che l’utente è adulto.
La terza è una verifica dell’età che dice il meno possibile: solo se l’utente supera una certa età, non chi è, dove si trova o che cosa fa. La proposta chiede tecniche crittografiche, le cosiddette prove a conoscenza zero, che permettono di dimostrare un’informazione senza consegnare i dati da cui deriva. Per aprire un account la piattaforma non verifica da sé: deve usare strumenti forniti da soggetti terzi e certificati da autorità pubbliche, come l’app europea di verifica dell’età o, in futuro, il portafoglio europeo di identità digitale. Ogni Stato deve offrirne almeno uno gratuito.
La quarta è una responsabilità più stringente per i grandi. I social e le piattaforme video che la Commissione ha designato come piattaforme di dimensioni molto grandi devono presentare alla Commissione un piano che mostri come rispetteranno le nuove regole, e farlo esaminare, a proprie spese, da revisori indipendenti con competenze mediche e psicologiche oltre che tecniche. La Commissione la chiama inversione dell’onere della prova: non sono le famiglie a dover dimostrare il danno, è chi offre il servizio a dover mostrare come intende prevenirlo. Le sanzioni arrivano al 6% del fatturato mondiale.
Perché adesso
Le ragioni che la Commissione mette in fila sono tre. C’è il danno: solo metà dei ragazzi tra 9 e 16 anni dice di sentirsi al sicuro online, e la Commissione richiama rischi per il sonno, la salute mentale e l’apprendimento, oltre a bullismo e adescamento. C’è la pressione politica: un gruppo di esperti nominati dalla presidente von der Leyen, una dichiarazione firmata da 25 governi nell’ottobre 2025, un Parlamento europeo che chiedeva un’età minima comune. E c’è la frammentazione: Italia, Francia, Grecia, Austria, Polonia e Belgio hanno presentato progetti di legge nazionali con soglie tra i 13 e i 16 anni, e quasi tutti gli altri paesi ne stanno discutendo. Il rischio è che i minori incontrino regole e livelli di protezione diversi da un paese all’altro.
Quest’ultima ragione dice qualcosa in più. L’Unione europea non ha un potere generale di uniformare le leggi sulla salute. Può invece fare leggi per far funzionare il mercato unico, quando regole nazionali diverse ostacolano, o rischiano di ostacolare, servizi offerti in tutta Europa, e dentro quelle leggi deve garantire un livello elevato di tutela della salute. Per questo la proposta nasce giuridicamente come legge sul mercato, e per questo insiste tanto sulla frammentazione: le regole nazionali diverse non sono un argomento accessorio, sono la condizione che permette all’Unione di intervenire. Non è un dettaglio tecnico, perché stabilisce la forma che la protezione può prendere. Si possono vietare comportamenti, imporre regole di progettazione, spostare oneri e costi su chi offre il servizio. In questa proposta la tutela dei minori passa dalla porta del mercato, ed è da lì che va misurata.
Sotto tutte e tre c’è la ragione di fondo, che la Commissione formula da sé: l’ambiente online non è stato progettato pensando ai minori, e i soli limiti di età lascerebbero intatto il problema vero, cioè servizi costruiti per catturare tempo e attenzione.
Una lettura politica
Il mio giudizio complessivo è positivo, e conviene dirlo prima delle critiche. La proposta va al cuore del problema: difende i bambini da algoritmi invasivi e da un’idea di profitto che non conosce limiti, e non si ferma all’età, ma colpisce proprio i meccanismi che catturano il loro tempo e il loro comportamento per trasformarli in valore. I punti che seguono riguardano gli strumenti scelti e gli effetti da verificare, e conviene vederli adesso, mentre il testo può ancora cambiare.
Dove la proposta incontra il modello di business. La soglia dei 15 anni non riguarda tutti i social: scatta solo se il servizio ha certe caratteristiche, come il feed costruito sul profilo dell’utente, i suggerimenti di persone e contenuti estranei, lo scorrimento senza fine, le notifiche di richiamo, le dirette verso un pubblico indefinito, i contatti con sconosciuti. Gran parte di questo elenco è il motore economico delle grandi piattaforme, ciò che trattiene le persone e alimenta la profilazione e la pubblicità mirata. Qui la proposta tocca il modo in cui si guadagna, non solo l’accesso. Ma l’elenco non coincide con il confine tra chi estrae e chi no. Un social senza pubblicità, gestito senza scopo di lucro o federato, cioè fatto di server indipendenti collegati tra loro come Mastodon, che permetta di parlare in pubblico con chiunque, cadrebbe sotto la stessa soglia delle grandi piattaforme. La stessa regola riguarda quindi anche chi prova a costruire un’alternativa, e la Commissione stessa riconosce di non poter ancora stimare quanto costerà adeguarsi ai fornitori più piccoli.
Protezione e fidelizzazione. Le regole sulle raccomandazioni e sui dati limitano davvero i modi di trasformare il comportamento dei ragazzi e delle ragazzein merce, ed è il cuore della proposta. Ma l’account ridotto per chi non ha ancora 15 anni riduce l’esposizione senza interrompere il rapporto con la piattaforma: amicizie, abitudini e attaccamento possono formarsi prima dell’accesso autonomo. L’ingresso protetto può diventare anche una fidelizzazione anticipata. La questione è se la protezione costruisca un’esperienza diversa o soltanto una fase più sicura dentro lo stesso percorso.
Il costo che conta. Alcuni obblighi valgono per tutti, altri, come il piano di conformità, i revisori e il contributo che finanzia la vigilanza della Commissione, solo per i soggetti più grandi. Adeguarsi costa comunque, e pesa di più su chi ha meno risorse: c’è il rischio che una regola contro lo strapotere finisca per proteggere i grandi dai concorrenti. Ma per le grandi piattaforme il costo da guardare non è solo quello dei revisori: sono i ricavi a cui dovranno rinunciare ogni volta che la protezione dei minori entra in conflitto con il modo in cui il servizio guadagna. È anche lì che si vedrà il peso economico delle nuove regole.
Chi controlla la verifica. Per dimostrare l’età serve qualcuno che stia in mezzo tra l’utente e la piattaforma: un soggetto che controlla l’età e comunica alla piattaforma soltanto un sì o un no. La proposta fa molto per impedire che questo intermediario diventi una spia: non può sapere chi siamo, dove andiamo o che cosa facciamo. Ma stare in mezzo è anche una posizione di potere, come quella di chi gestisce un casello: può fissare le condizioni, rendere difficile cambiare strada, favorire qualcuno. E in mezzo non ci saranno solo le app pubbliche o i portafogli digitali degli Stati, ma anche aziende private, purché certificate. Soprattutto, ci sono i telefoni. Quasi tutti usiamo il sistema operativo di una di due aziende, Apple o Google. La proposta prevede che, se il telefono ha già verificato l’età nel modo previsto, debba poter passare questa informazione alle app che ne hanno bisogno, con il consenso dell’utente. Può essere un bene, perché impedisce a quelle aziende di tenersi l’informazione per sé, oppure può farne i nuovi custodi dell’ingresso. Dipenderà anche dalle regole tecniche che la Commissione scriverà dopo l’approvazione. Le domande da fare sono semplici: potremo scegliere chi verifica la nostra età, e cambiarlo senza difficoltà? E chi controlla il telefono potrà usare questa posizione per favorire i propri servizi?
C’è poi il caso degli account già aperti. Qui la proposta permette di evitare una nuova verifica se la piattaforma può dimostrare in altro modo, con buona affidabilità, che l’utente ha l’età giusta: per esempio perché l’account esiste da molti anni, o perché ha già i dati di una carta di credito. Le piattaforme più grandi dovranno spiegare alla Commissione come lo fanno e quanto spesso sbagliano. È ragionevole, ma lascia una domanda: chi sa più cose sui propri utenti avrà più facilità a evitare la verifica?
Il lavoro dei genitori. La Commissione insiste che gli strumenti per i genitori si aggiungono agli obblighi delle piattaforme, senza sostituirli, e per le regole di design è vero. Ma dai 13 anni fino al compimento dei 15 l’accesso si regge sul lavoro di un genitore: dimostrare di esserlo, aprire l’account, fissare i limiti, approvare i contatti. È un lavoro distribuito in modo diseguale, tra famiglie che hanno tempo, competenze digitali e documenti utilizzabili e famiglie che ne hanno meno. La proposta lo riconosce, chiedendo agli Stati strumenti accessibili anche alle famiglie rifugiate e sfollate e procedure alternative quando i documenti non bastano. Resta una distanza sociale che la sola disponibilità di uno strumento non colma.
Che cosa resta aperto
La responsabilità delle piattaforme non nasce con questa proposta: le più grandi erano già tenute a valutare e ridurre i rischi per i minori. Ma una parte degli obblighi restava formulata in termini generali, e il lavoro quotidiano di compensare ciò che i servizi incentivano ricadeva su famiglie e scuole. La proposta rende quella responsabilità più precisa e più difficile da eludere. Merita di essere difesa per ciò che può sottrarre al potere delle piattaforme, non celebrata come se quel potere fosse già ridimensionato.
Si potrà parlare di successo se i danni sui servizi esistenti diminuiranno in modo misurabile, se le protezioni sopravvivranno al negoziato e alle regole tecniche che seguiranno, se la verifica non avrà creato nuovi guardiani. È su questo che andrà giudicata.
Per anni si è chiesto ai bambini di dichiarare quanti anni avevano, e alle famiglie di rimediare al resto. La proposta chiede alle piattaforme di rispondere di come sono costruite. Adesso conta che quella domanda arrivi intatta in fondo al negoziato.
Foto di ROBIN WORRALL su Unsplash










