Un commento sulla necessità di una strategia digitale europea. Un approfondimento dal terzo numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”
Oltre la retorica della “sovranità digitale”
L’espressione “sovranità digitale” è una fra le più ripetute a Bruxelles, ma anche una delle più fraintese. Spesso evocata come sinonimo di autonomia, nasconde in realtà una tensione più profonda: come può l’Europa restare aperta e globale, ma al tempo stesso indipendente e sicura?
Il problema è politico e strategico, non tecnico. Riguarda la capacità del Vecchio Continente di assumere decisioni nel mondo digitale senza dipendere da altri. L’Unione Europea appare sempre di più come un regolatore senza infrastrutture, nel senso che riesce pure ad adottare regole ambiziose per la disciplina della materia, dal Digital Markets Act all’AI Act, ma non controlla le infrastrutture e le tecnologie su cui tali regole poi devono essere applicate.
Sono altri ad avere il controllo. Nel mondo digitale di oggi, pochi attori, quasi tutti statunitensi o cinesi, controllano le infrastrutture più critiche: cloud, semiconduttori, piattaforme, intelligenza artificiale.
Questa concentrazione di potere tecnologico genera una vulnerabilità strutturale che minaccia la competitività, la sicurezza e la stessa autonomia politica dell’Europa. Serve una strategia che consenta di affrontare e superare le criticità che ne derivano.
Due piani distinti, una sola sfida
Per analizzare la dipendenza tecnologica, è necessario distinguere due piani complementari ma distinti.
Il primo è il piano industriale, che riguarda la capacità del sistema produttivo europeo di essere integrato e competitivo nelle catene globali del valore tecnologico. È il piano dell’autonomia produttiva, della scala e dell’innovazione. Deve a sua volta operare su due livelli paralleli: (1) sfruttare il digitale (dati, automazione, AI) per recuperare competitività nei settori in cui l’Europa è già forte; (2) sviluppare le tecnologie abilitanti, intelligenza artificiale, cloud/edge, semiconduttori, cybersicurezza e hardware sicuro, così da costruire un’autonomia tecnologica progressiva, capace di cooperare senza dipendere.
Il secondo è il piano delle infrastrutture pubbliche digitali che riguarda invece la capacità delle istituzioni di costruire servizi digitali per finalità sociali e di welfare, identità digitale, pagamenti, dati, servizi pubblici. È il piano dell’autonomia funzionale, della fiducia e della coesione.
In sintesi, il piano industriale dota l’Europa della capacità di competere (scala, innovazione, autonomia tecnologica), mentre il piano delle infrastrutture pubbliche digitali assicura autonomia, sicurezza e continuità dei servizi: entrambi devono concorrere a garantire i diritti e una maggiore giustizia sociale. Curare solo l’industria rafforzerebbe la competitività ma lascerebbe cittadini e PA dipendenti da piattaforme non europee; curare solo le infrastrutture pubbliche digitali assicurerebbe diritti solo “sulla carta”, perché il tessuto industriale non sarebbe poi in grado di soddisfare le esigenze tecnologiche. Una sovranità digitale reale, dunque, richiede l’integrazione dei due piani.
Frammentazione e governance
Per risolvere questa vulnerabilità strutturale è essenziale affrontare anzitutto la frammentazione politica tra gli Stati membri e la dispersione dei processi decisionali tra i 27 e la Commissione. Le politiche industriali e digitali restano competenze condivise, dove nessuno decide davvero. Le scelte strategiche si disperdono tra livelli nazionali ed europeo, rallentando enormemente l’assunzione di scelte decisive.
Recentemente, sebbene in modo non del tutto incisivo, si è cominciata ad affrontare questa fase di stallo. Un primo segnale di coordinamento è rappresentato dall’iniziativa franco-tedesca sulla sovranità digitale europea, ufficializzata durante il Summit di Parigi e Berlino nell’agosto 2025.
Il documento congiunto, la German-French Economic Agenda for Digital Sovereignty, propone una visione comune su cloud, dati industriali e intelligenza artificiale, con l’obiettivo di costruire una “European Industrial Data Space” e una governance condivisa delle infrastrutture digitali strategiche.
È un passo nella direzione giusta: un’agenda industriale congiunta che mira a creare massa critica, competenze comuni e un modello di innovazione aperto e sovrano.
Tuttavia, anche questa cooperazione bilaterale mostra i limiti della frammentazione europea. Come riportato dopo l’ultimo Consiglio europeo di ottobre 2025, Parigi e Berlino hanno espresso visioni divergenti sulla natura della sovranità digitale, la Germania tende a privilegiare un approccio orientato al mercato e alla competitività industriale, mentre la Francia insiste su una visione più politica e statalista della sovranità tecnologica.
Queste divergenze, pur tra i due Paesi fondatori dell’Unione, confermano quanto sia difficile costruire una strategia realmente europea senza un quadro istituzionale unitario e meccanismi decisionali vincolanti.
Finché ogni Paese inseguirà la propria “sovranità digitale nazionale”, l’Europa non ne avrà una comune. Serve il coraggio politico di cedere parte di sovranità all’Unione, per definire una politica industriale condivisa e costruire infrastrutture digitali veramente europee. Solo così potremo disporre della scala, della velocità e della coerenza necessarie per competere globalmente con Stati Uniti e Cina.
Superati i limiti politici fin qui emersi, e con l’auspicio che si moltiplichino iniziative come quella franco-tedesca sulla sovranità digitale, volte a definire un’agenda industriale europea unitaria, è essenziale delineare una chiara via europea alla sovranità digitale. Questa via deve prendere fermamente le distanze tanto da un’irrealistica autarchia quanto da una rinunciataria delega a potenze esterne. Una strategia credibile deve articolarsi secondo due piani d’azione distinti ma intrinsecamente complementari come anticipato all’inizio: quello industriale e quello delle infrastrutture pubbliche digitali sopra brevemente delineati.
Il Piano Industriale: Competitività e Autonomia Tecnologica
Il piano industriale mira a rafforzare la capacità del sistema produttivo europeo di essere pienamente integrato e competitivo nelle catene globali del valore tecnologico. Il suo compito è duplice:
- Sfruttare in pieno le tecnologie digitali per rilanciare la competitività nei settori in cui l’Europa vanta già una leadership (manifattura avanzata, energia, mobilità, aerospazio).
- Sviluppare le tecnologie strategiche, intelligenza artificiale, cloud, semiconduttori, cybersicurezza e hardware sicuro, per costruire una progressiva autonomia tecnologica e cooperare da pari nelle catene globali del valore.
I giganti tecnologici (Amazon, Google, Microsoft) si fondano su modelli industriali e culturali (integrazione verticale, scala globale, forte propensione al rischio) che non è realistico né auspicabile replicare in Europa. Replicarli richiederebbe di eccellere simultaneamente nella massima complessità ingegneristica e nella produzione/gestione a margini sottili su scala planetaria: due logiche difficili da combinare nel contesto europeo attuale.
Per questo, l’Europa deve spostare strategicamente il terreno di gioco puntando sul suo ineguagliabile vantaggio competitivo: regole, standard aperti e comuni, interoperabilità e governance aperta. A ciò si deve affiancare una decisa concentrazione degli investimenti pubblici e privati nelle aree tecnologiche strategiche precedentemente identificate.
In questo modo, l’Europa non insegue la scala degli hyperscaler, ma ridefinisce lo stack tecnologico in chiave aperta e genuinamente competitiva. L’obiettivo, infatti, non è creare una “Big Tech” europea, ma una via europea all’innovazione diffusa. Iniziative come il Chips Act, i progetti IPCEI o le architetture aperte come RISC-V confermano che la collaborazione industriale europea può produrre risultati di eccellenza, come già dimostrano ASML, Airbus e Galileo. Un altro modello ispiratore potrebbe essere il CERN: un’infrastruttura comune con governance europea e risultati condivisi, capace di catalizzare ricerca, industria e innovazione pubblica.
Il Piano delle Infrastrutture Pubbliche Digitali (DPI)
Questo piano riguarda la capacità delle istituzioni di progettare e gestire servizi digitali sovrani che garantiscano il pieno accesso alla società digitale, semplifichino gli adempimenti normativi per le imprese e perseguano finalità cruciali di welfare e coesione sociale. Rientrano in questo pilastro l’identità digitale, i pagamenti, lo scambio dati e i servizi pubblici interoperabili. È l’elemento chiave che assicura autonomia funzionale, fiducia civica e coesione sociale.
Per realizzarlo, è necessaria una strategia guidata da un’agenda politica chiara, fondata sui valori sanciti nelle carte dell’Unione, sul welfare universale e sulla redistribuzione della ricchezza tramite un accesso equo e sicuro ai servizi digitali. Le Digital Public Infrastructures (DPI), come l’EUDI Wallet, l’Euro Digitale e i Data Spaces europei, devono diventare la spina dorsale del welfare digitale europeo, elevandosi a strumenti di inclusione e diritti, superando la mera logica dell’efficienza amministrativa.
Competere e proteggere: una tensione da governare
La sovranità digitale per l’Europa non equivale all’isolamento, ma alla capacità strategica di cooperare da una posizione di autonomia. Si fonda su un concetto di interdipendenza gestita, che costituisce il pilastro della Cooperazione Digitale europea. Questa strategia si realizza forgiando alleanze strategiche oltre i confini dell’UE, in particolare con partner chiave come ad esempio l‘India e il Brasile per i sistemi di pagamenti digitali.
Questo modello è progettato per bilanciare dinamicamente: competitività e beni pubblici digitali; autonomia e apertura; innovazione e tutela dei diritti (come analizzato nel mio recente articolo dedicato a queste tematiche “Cooperazione digitale: la risposta strategica alla dipendenza tecnologica”).
L’obiettivo primario è lo sviluppo congiunto di piattaforme interoperabili, in particolare nei sistemi di identità digitale (es. wallet e attestazioni verificabili) e nei pagamenti digitali (es. le monete digitali emesse dalle banche centrali). Questo sforzo mira a creare alternative robuste e aperte alle soluzioni attualmente dominate da pochi attori globali. Il successo di questa cooperazione dipende da regole chiare, che includano la parità di condizioni (level playing field) e il trasferimento tecnologico reciproco.
L’Europa si confronta in questo ambito con una tensione strategica intrinseca: competere a livello globale e, allo stesso tempo, proteggere infrastrutture e dati dei cittadini, una sfida particolarmente critica all’interno delle alleanze internazionali. La Cooperazione Digitale è la risposta programmatica per gestire e bilanciare questa tensione, non per annullarla. Essa deve coniugare innovazione e sicurezza, apertura e fiducia, efficienza e diritti.
Questa strategia riconosce l’interdipendenza come una condizione attuale e inevitabile, ma si impegna a gestirla in base ad un’agenda politica comune. In ultima analisi, la vera sovranità europea si consolida solo attraverso la cooperazione.







