Covid-19: una crisi di sistema richiede una risposta sistemica

Possiamo considerare il coronavirus come un’interfaccia tra le cause che ne hanno determinato il passaggio alla specie umana, una su tutte la crisi ecologica, e le disuguaglianze sociali, sanitarie e ambientali. Per un futuro più giusto serve un’alleanza strategica tra giustizia sociale e ambientale.

Come mai il Covid-19 sta provocando tanta devastazione, nonostante la società contemporanea abbia a disposizione un patrimonio di conoscenze, di tecnologia, di capacità produttiva come mai prima? Certamente pesa la privatizzazione della conoscenza, ma non è sufficiente a spiegare tanta impreparazione. Un ruolo importante ce l’ha anche la cultura diffusa nella classe dirigente, incapace di pensare secondo la categoria del futuro sostenibile, succube di un immanentismo autolesionista, che ha programmaticamente rifiutato il principio di precauzione, asse fondante di ogni politica sociale ambientale e sanitaria, divenendo incapace di prevenire. La pandemia, infatti, era stata prevista dalla comunità scientifica e dall’OMS[1], ed annunciata anche a livello mediatico[2]. D’altra parte sei epidemie[3] nei primi vent’anni del secolo, tutte provocate da zoonosi[4], sono un segnale inequivocabile. Ma prevenire vuol dire riorientare il sistema di produzione, ridistribuire poteri e profitti, così hanno prevalso le ragioni del profitto as usual[5] e della mercatizzazione della vita umana, contrapposti alla giustizia sociale e ambientale, al valore sociale ed etico anche delle imprese, come ha spesso ricordato il ForumDD.

 

E’ la stessa mancanza di lungimiranza, e di responsabilità verso il futuro, che la classe dirigente globale sta dimostrando nei confronti dei cambiamenti climatici. O che in Italia subiamo nell’assenza di politiche di prevenzione dai terremoti, dai disastri idrogeologici, dall’inquinamento atmosferico, che provocano insicurezza, distruzione e, soprattutto, vittime, mentre i costi della riparazione lievitano a fronte di quelli della possibile prevenzione. Pensiamo soltanto a un dato: la spesa per la riparazione dei danni degli impatti di fenomeni meteorologici estremi è 4 volte superiore a quanto spendiamo per la prevenzione. Senza considerare il mancato sviluppo di una nuova economia della prevenzione, che non può che essere green[6].

 

Riparare costa molto di più che prevenire, questo ci sta confermando il Covid-19. E ci sta insegnando anche un’altra cosa. Il virus Sars-cov-2 è l’interfaccia tra i fattori che hanno determinato l’insorgenza del contagio e quelli che ne hanno consentito la diffusione e trasformazione in pandemia. Da un lato la crisi ecologica del pianeta, la perdita di biodiversità, la crisi climatica, la deforestazione, l’invadenza dei sistemi agroindustriali e la loro contiguità ai sistemi naturali, il commercio clandestino di animali selvatici e il restringimento dei loro habitat, insomma tutti quegli interventi antropici, spesso “giustificati” dalle esigenze dello sviluppo, che hanno “avvicinato” la nostra specie alle specie selvatiche favorendo le zoonosi. “La crisi ecologica ci garantisce pandemie ricorrenti”, ci ricorda la Civiltà Cattolica[7]. Dall’altro, la crisi provocata dall’intreccio perverso di disuguaglianze sociali, sanitarie ed ambientali, su cui molto ha detto il ForumDD, nel mondo della globalizzazione, dove il virus viaggia veloce, senza ostacoli, senza contromisure che abbiano una minima efficacia. La correttezza ed esaustività delle risposte per riorientare il futuro dipenderà anche dalla completezza dell’individuazione di questi fattori.

 

Qualcosa ce lo racconta quanto successo in Lombardia, da fiore all’occhiello dello sviluppo del paese a buco nero del contagio. Accanto ad alcune variabili contingenti[8], quattro sembrano essere i fattori strutturali più significativi. La Lombardia è la regione più globalizzata d’Italia, e la globalizzazione è stata il veicolo più potente di diffusione del contagio. In Lombardia ha pesato il costante disinvestimento nella sanità pubblica con eliminazione di posti letto, vantaggi per la sanità privata, riduzione di personale, un modello ospedalicentrico a danno della medicina di territorio, tanto che già nella normalità i pronto soccorso degli ospedali sono diventati i luoghi della medicina sociale. In Lombardia, e nelle province confinanti delle altre regioni padane, è ormai endemico l’inquinamento atmosferico, che incide sulle malattie croniche dell’apparato respiratorio e, come denuncia l’OMS, determina nel mondo centinaia di migliaia di decessi prematuri dovuti all’esposizione prolungata alle polveri sottili[9]. Ed oggi uno studio condotto dall’Università di Harvard[10] sulla situazione in USA conferma l’esistenza di una relazione tra Pm 2,5 e tasso di letalità del Covid-19, che cresce del 15% là dove si sia registrata un’esposizione al Pm 2,5. Sullo sfondo altri studi[11], da confermare, sostengono che il particolato atmosferico funzioni da vettore di trasporto per i virus. Infine la Lombardia è tra le regioni in Europa con la più alta presenza di un sistema agroindustriale[12], fatto di grandi monoculture, sostenute dalla chimica, e di allevamenti intensivi[13], che provocano impatti importanti: emissioni molto significative di gas inquinanti e climalteranti, messa a coltura per mangimi e foraggi di enormi aree di terreno vergine, un uso massiccio di antibiotici, per controbilanciare la fragilità di grandi sovrappopolazioni geneticamente omogenee, con l’effetto di diffondere sempre più antibioticoresistenza nei “superbatteri”[14], eccessivo consumo di carne negli stili di vita dei paesi ricchi. Tutti fenomeni che provocano gravi conseguenze sociali e sulla salute umana.

 

Da questa pandemia emerge, con più evidenza di ieri, che bisognerà avviare subito politiche di risanamento globale, che rinforzino la sicurezza sanitaria rinnovando la complessità e la biodiversità degli ecosistemi, e rendere i sistemi territoriali più resilienti in ambito sociale, sanitario e ambientale, in una strategica alleanza tra giustizia ambientale e giustizia sociale, per riorientare il futuro.

[1] Ad es. nel Piano Nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale dell’Italia, stilato nel 2007 (e aggiornato nel 2016), sotto la preoccupazione del pericolo Aviaria del 2003 e in ottemperanza alle indicazioni dell’OMS del 2005, si legge “Dalla fine del 2003, da quando cioè i focolai di influenza aviaria da virus A/H5N1 sono divenuti endemici nei volatili nell’area estremo orientale, ed il virus ha causato infezioni gravi anche negli uomini, è diventato più concreto e persistente il rischio di una pandemia influenzale” http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_501_allegato.pdf

 

[2] Ad esempio, da Bill Gates nel 2015, e da Obama.

 

[3] 2002, Sars, Cina; 2003, Aviaria H5N1, Cina; 2009 Suina H1N1, Messico; 2012, Mers, Arabia Saudita; 2013, Aviaria H7N9, Cina; 2014 Ebola, Africa occidentale.

 

[4] ovvero il passaggio di fattori patogeni dagli animali selvatici a quelli domestici e all’uomo. “Tra tutte le malattie emergenti le zoonosi di origine selvatica potrebbero rappresentare in futuro la più consistente minaccia per la salute della popolazione mondiale, (v. Jones et al., 2008. Global trends in emerging infectious diseases. Nature, 451, doi:10.1038/nature06536). Il 75% delle malattie infettive umane fino ad oggi conosciute deriva da animali e il 60% delle malattie emergenti è stata trasmessa da animali selvatici. Esse causano circa un miliardo di casi di malattia e milioni di morti ogni anno (v. Morse et al., 2012. Prediction and prevention of the next pandemic zoonosis. Lancet, 380, 1956-1965.). [….] I cambiamenti di uso del suolo e la distruzione di habitat naturali sono considerati responsabili di almeno la metà delle zoonosi emergenti”, in Pandemie, l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi, WWF, 2020, https://d24qi7hsckwe9l.cloudfront.net/downloads/biodiversita_e_pandemie_31_3.pdf?utm_source=MC&utm_medium=dem&utm_campaign=CoronaVirus

 

[5] Ancora nel Piano Nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale: “Finora, non ci sono evidenze che il virus H5N1 abbia la capacità di trasmettersi da uomo a uomo, tuttavia, in caso di emergenza di un nuovo virus influenzale che abbia acquisito tale capacità, la maggiore mobilità della popolazione a livello mondiale e la maggior velocità dei mezzi di trasporto, renderebbero particolarmente problematico il controllo della diffusione dell’infezione. L’incertezza sulle modalità e i tempi di diffusione determina la necessità di preparare in anticipo le strategie di risposta alla eventuale pandemia, tenendo conto che tale preparazione deve considerare tempi e modi della risposta. Infatti, se da una parte un ritardo di preparazione può causare una risposta inadeguata e conseguenti gravi danni per la salute, dall’altra, qualora l’evento non accada, un investimento eccessivo di risorse in tale preparazione può, in un quadro di risorse limitate, causare sprechi e stornare investimenti da altri settori prioritari.”

 

[6] Che questa sia una prospettiva credibile e praticabile lo conferma anche il recentissimo studio, di Penny Mealy and Alexander Teytelboym, Research Policy, https://doi.org/10.1016/j.respol.2020.103948 , accademici della Oxford Martin School e della Smith School of Enterprise and the Environment, dove, analizzando la capacità di produzione green dei vari paesi, hanno individuato l’Italia tra i cinque paesi al mondo (insieme a Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Cina) con maggior possibilità di sviluppo green nei prossimi anni. Per studiare le capacità di produzione verde dei paesi, i ricercatori hanno creato il primo e il più grande database al mondo di prodotti verdi riconosciuti a livello internazionale, classificandoli in base ad un indice di complessità – il Green Complexity Index (GCI) -, dimostrando che i paesi che esportano prodotti verdi più complessi e con un maggior tasso di brevetti ambientali tendono ad avere una crescita più rapida.

 

[7] “In termini di evoluzione biologica, per un virus è molto più «efficace» infettare gli esseri umani che la renna artica, già in pericolo a causa del riscaldamento globale. E questo sarà sempre più così, perché la crisi ecologica decimerà altre specie viventi. È soprattutto la distruzione della biodiversità, in cui siamo da tempo impegnati, a favorire la diffusione dei virus. Oggi molti ne sono consapevoli: la crisi ecologica ci garantisce pandemie ricorrenti. Accontentarsi di dotarsi di mascherine ed enzimi per il prossimo futuro equivarrebbe a trattare solo il sintomo. Il male è molto più profondo, ed è la sua radice che dev’essere medicata. La ricostruzione economica che dovremo realizzare dopo essere usciti dal tunnel sarà l’occasione inaspettata per attuare le trasformazioni che, anche ieri, sembravano inconcepibili a coloro che continuano a guardare al futuro attraverso lo specchietto retrovisore della globalizzazione finanziaria. Abbiamo bisogno di una reindustrializzazione verde, accompagnata da una relocalizzazione di tutte le nostre attività umane.” Gaël Giraud, Per ripartire dopo l’emergenza Covid-19, Quaderno 4075, pag. 7-19, 4 Aprile 2020 https://www.laciviltacattolica.it/articolo/per-ripartire-dopo-lemergenza-covid-19/?fbclid=IwAR3BI2McF1CXt9PFZJWmPzf2vSeydnYG1485fWcIbl2P0OkbK-ECDTQIkMs

 

[8] focolai ignorati, una partita di calcio nel pieno del contagio, piani di emergenza inesistenti, la quantità di anziani, l’irresponsabilità di una parte del mondo produttivo, …

 

[9] V. il Dossier “”Lo smog aumenta la mortalità del coronavirus”,       https://epha.org/coronavirus-threat-greater-for-polluted-cities/ dell’Epha – Alleanza europea per la salute pubblica. Inoltre, secondo il “Rapporto sulla qualità dell’aria 2019” dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, il particolato fine PM2,5 da solo ha causato circa 412.000 decessi prematuri di persone in 41 paesi europei nel 2016, di cui circa 374.000 di questi decessi si sono verificati in Europa a 28, in Italia sono 58.600 le morti premature. L’Italia ha anche il valore più alto dell’Ue di decessi prematuri per biossido di azoto (NO2, 14.600 persone), seguita da Germania (11.900 persone) e Regno Unito (11.800 persone), ed è primo anche per le conseguenze da esposizione all’ozono O3: 3.000 morti premature, contro 2.400 della Germania e 1.400 della Francia.

 

[10] https://projects.iq.harvard.edu/covid-pm?referringSource=articleShare#

 

[11] Il particolato atmosferico funzionerebbe da carrier, ovvero da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. I virus si “attaccano” (con un processo di coagulazione) al particolato atmosferico, costituito da particelle solide e/o liquide in grado di rimanere in atmosfera anche per ore, giorni o settimane, e che possono diffondere ed essere trasportate anche per lunghe distanze Il fenomeno, già indagato in Cina nel novembre del 2002 attorno al virus della SARS, è stato recentemente ripreso da un position paper della SIMA, società italiana medici ambientali, ed è al momento oggetto di approfondimento anche presso le università di Bologna e Bari http://www.simaonlus.it/wpsima/wp-content/uploads/2020/03/COVID19_Position-Paper_Relazione-circa-l%E2%80%99effetto-dell%E2%80%99inquinamento-da-particolato-atmosferico-e-la-diffusione-di-virus-nella-popolazione.pdf.

 

[12] una legge fondamentale dell’ecologia ci ricorda che un sistema semplice, con pochi fattori biotici in campo, è un ecosistema fragile, più esposto a crisi.

 

[13] solo nella pianura lombarda ci sono oltre 2 milioni di tonnellate di mammiferi di sole tre specie: Homo sapiens, Sus scrofa e Bos taurus, di cui due appartenenti a ceppi iperselezionati per la produzione di carne e latte. Un carico che corrisponde a una densità di 200 tonnellate di biomassa vivente per kmq. La produzione di mangimi, per alimentare questa popolazione, investe inevitabilmente le terre di altri popoli: la superficie coltivata lombarda assomma a 960.000 ettari, vi si produce circa il 60% del fabbisogno mangimistico di mais, il resto viene da Ucraina e Paesi dell’Est. Per la componente mangimistica proteica, ovvero la soia, dipendiamo da circa 500.000 ettari di monocolture OGM del continente americano, prevalentemente del sud.

 

[14] Anche se non può essere al momento confermata la relazione di concorrenza nelle morti da COVID-19, è confermato che, negli ospedali italiani c’è una presenza più elevata rispetto ad altri Paesi, dei cosiddetti “super-batteri” resistenti ad ogni tipo di antibiotici. Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ormai da tempo, il fenomeno è inserito tra le “minacce per la salute globale” ed è caratterizzato da numeri spaventosi: a causa di infezioni generate da questi super-batteri antibiotico resistenti, ogni anno nel mondo muoiono 700.000 persone, di cui 33.000 in Europa, solo in Italia i morti sono 10.000 morti, 1/3 dei decessi europei. Nel 75% di questi 10.000 casi, si muore per infezioni “correlate all’assistenza”, ossia sviluppate presso le strutture ospedaliere.

Download PDF

ARTICOLI CORRELATI

Intervista a Ferruccio Sansa, giornalista, oggi candidato alla presidenza della Regione Liguria.

Silvia Vaccaro

Il dibattito pubblico degli ultimi mesi sulla regolarizzazione degli stranieri pone, nuovamente, un tema di diritti fondamentali, di lavoro e di filiere produttive locali. Perché non sia l’ennesima occasione mancata, occorre un'analisi critica dei processi migratori e degli impatti che le dinamiche locali hanno su territori e comunità.

Daniela Luisi e Andrea Membretti

Invia un commento

<font style="color:#fff;">Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra.</font> maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi