Parole per pensare

Gli ultimi, i penultimi, i vulnerabili, i resilienti e i primi

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L’opinione del Forum

Ascolta l’opinione del Forum letta da Nunzia De Capite Caritas Italiana

 

La ripartizione della società in cinque gruppi adottata dal Forum (ultimi, penultimi, vulnerabili, resilienti e primi) riflette la difficoltà dell’analisi economica, sociale e antropologica della società di pervenire, di fronte alla sua frammentazione, ad una lettura unificante e soddisfacente, come è stata a lungo la lettura in “classi” imperniata sul ruolo della persona nel processo capitalistico di produzione.

Già Saul Alinsky, fondatore del “community organising” negli Stati Uniti, di fronte alla frammentazione della società americana, faceva ricorso a cavallo fra anni ’60 e ’70 ad una semplificazione in tre gruppi: “chi ha”, “chi ha poco e vorrebbe di più” e “chi non ha” (cfr. Rules for Radicals, Vintage,1971). La scelta fatta dal Forum, si ispira ed evoca in parte la posizione della persona nella distribuzione del reddito – su cui abbiamo oggi più informazioni di un tempo – ma vuole enfatizzare anche il profilo dinamico, la capacità o incapacità della persona di affrontare i cambiamenti in atto nella tecnologia, nella globalizzazione, nelle migrazioni, nel clima, e le sue aspettative. Si tratta di una categorizzazione debole, soggetta a critiche e ad essere auspicabilmente modificata anche attraverso il lavoro dello stesso Forum, ma serve per capirci all’interno del progetto e per dialogare con gli altri e si è rivelata sin qui un utile strumento di lavoro.

Ecco dunque i tratti principali di ognuna delle categorie:

 

  • Ultimi. Sono le persone nella coda più bassa della distribuzione di reddito e ricchezza, che vivono in condizioni dipovertà ed esclusione sociale, che avvertono di essere irrimediabilmente trascurati, se non vituperati, dal grosso della società. Tende a trovarsi in questo stato una parte cospicua della popolazione immigrata, ma anche fasce significative della popolazione che è italiana da più generazioni. In diverse aree del Paese, soprattutto nel Sud, tale condizione porta a convincersi che la sola possibilità di uscire dalla condizione di povertà e, più in generale, di accedere a misure di sostegno consista nella rinuncia al “piano dei diritti” per scegliere quello dei favori.
  • Penultimi. Nella distribuzione del reddito vengono subito dopo gli ultimi, ma sono comunque colpiti da povertà o comunque di esclusione sociale. Comprendono persone che, colpite dalla crisi economica, dai cambiamenti in atto o da eventi imprevisti, ovvero trovatisi al di fuori di circuiti sociali e familiari di solidarietà, sono caduti, specie se privi o poveri di ricchezza privata, al di sotto della soglia di una vita dignitosa. Avvertono spesso risentimento anche verso gli ultimi, a cui si trovano accostati e che avvertono essere privilegiati dall’attenzione e azione pubblica, e verso il nuovo ceto medio dei paesi non occidentali, il cui successo vedono come origine della propria nuova condizione.
  • Vulnerabili. Con loro siamo nella grande fascia intermedia della distribuzione del reddito, tendenzialmente nella sua parte inferiore. Ma il loro tratto dominante è, appunto, la “vulnerabilità”, la difficoltà o incapacità (soggettiva o oggettiva) di reagire agli imprevisti, alla crisi economica, ai cambiamenti in atto nelle tecnologie, nella competizione globale, nell’apertura delle frontiere ai flussi migratori: lavoratori di aziende messe fuori mercato e con competenze obsolete; piccoli imprenditori agricoli o commerciali o dei servizi che non riescono ad innovare; giovani lavoratori marginali spiazzati dalla disponibilità di ultimi o penultimi di accettare condizioni ancora peggiori di lavoro; anziani e vecchi tagliati fuori da famiglie e comunità. Su questa vulnerabilità, oltre a debolezze soggettive, pesano fortemente le condizioni di partenza: l’assenza o carenza di un risparmio (ricchezza privata) che consenta di investire nel nuovo e di avere potere negoziale; un’istruzione modesta; l’assenza o carenza di una rete di relazioni; la scarsa accessibilità di servizi pubblici di qualità (in aree rurali o periferiche); una comunità di riferimento fragile. Si tratta del grosso del ceto medio che dagli anni ’80 ha visto fermarsi la crescita dei propri redditi, mentre andava emergendo il nuovo ceto medio dei paesi non-occidentali (cfr. Branko Milanovic, Global Inequality. A new Approach for the Age of Globalization, The Belknap Press, 2016).
  • Resilienti. Siamo ancora nella grande fascia intermedia della distribuzione del reddito, tendenzialmente nella parte più alta. Ma il loro tratto dominante è, appunto, la “resilienza”, la capacità di resistere, reagire e anzi avvantaggiarsi dei cambiamenti tecnologici, della competizione globale, nell’apertura delle frontiere ai flussi migratori. La capacità di fare questo non è solo legata a condizioni soggettive, ma dipende in forte misure dalle circostanze economiche e sociali della propria vita: la famiglia e il luogo di nascita; un risparmio o una ricchezza privata ereditata (o ereditabile) che consenta di investire nel nuovo e di avere potere negoziale; un’istruzione generale che permetta il riposizionamento; uno status e una rete di rapporti; l’accesso a buoni servizi pubblici; la conoscenza di una lingua; una comunità di riferimento robusta. la ricchezza, la qualità e le possibilità di istruzione, etc. Sono esempi di persone resilienti: i lavoratori di aziende che hanno potuto reagire agli shock esterni investendo in risorse umane; professionisti e piccoli imprenditori agricoli o commerciali o dei servizi che riescono ad innovare; giovani dei grandi certi urbani che possono permettersi di rifiutare lavori mortificanti e investire in nuove idee; anziani e vecchi inseriti in famiglie e comunità che costruiscono nuove soluzioni alla trasformazione demografica.
  • Primi. In questa categoria rientrano le persone che occupano la posizione più alta nella distribuzione del reddito e della ricchezza e comunque che esercitano un controllo sulle decisioni economiche, politiche o amministrative. L’inversione a U delle politiche pubbliche, la perdita di potere negoziale del lavoro, l’involuzione del “senso comune” avvenute nell’ultimo trentennio sono state in larga misura disegnate dai primi, in genere con l’appoggio dei resilienti, o comunque essi ne sono stati beneficiari, accrescendo ovunque la loro quota nella distribuzione del reddito e della ricchezza.

La separazione fra i luoghi di vita di queste diverse categorie riduce le loro possibilità di dialogo, contaminazione e reciproca influenza. La forte dimensione territoriale delle disuguaglianze trae fondamento e al tempo stesso riproduce questa segmentazione. Ultimi, penultimi e vulnerabili spesso imboccano una sorta di esodo dalla condizione di cittadinanza, che li deresponsabilizza rispetto ad ogni forma di azione collettiva. Nel contesto di una grave crisi dei partiti come luogo dove entrare in contatto e dialogare con resilienti e talvolta anche con i primi, queste tre componenti deboli della società restano subalterne alle decisioni e alle tendenze globali in atto, che avvertono come inevitabili e fuori del nostro controllo: perdendo fiducia nella possibilità di cambiamento delle politiche, tendono gradualmente a precipitare in una dinamica autoritaria.

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