I giovani al centro di un nuovo modello sociale e di sviluppo

Disoccupazione, alto numero di Neet, tendenza a cercare un’occasione di futuro all’estero. Una riflessione su possibili ricette a questi problemi affinchè l’Italia torni a essere “un paese per giovani”. 

 

Intervista ad Alessandro Rosina*

Lei studia la condizione dei giovani italiani da oltre un decennio. E’ del 2009 il suo libro “Non è un paese per giovani” e negli anni successivi, quelli della crisi, sappiamo in Italia che la situazione si è fatta ancora più grave. Già dal 2006 ha iniziato ad aumentare il numero di italiani che emigrano all’estero, con un ritmo di circa 70.000 tra laureati e diplomati ogni anno. Cosa era in nuce già prima della crisi, cosa è successo in questi 10 anni e come guarda al futuro una società dove i giovani sono così vulnerabili quando non ultimi e penultimi?

Già prima della recessione l’Italia presentava tassi di occupazione non solo giovanile (15-24) ma anche in età giovane-adulta (25-34) e tra i laureati, tra i più bassi in Europa. La crisi ha colpito in modo più accentuato le nuove generazioni, andando ad ampliare squilibri (in termini di occupazione, salari d’ingresso, futuro previdenziale) già in partenza maggiori rispetto al resto delle economie avanzate.

Questo ha fatto crescere la sfiducia dei giovani verso politica e istituzioni e deteriorato le loro attese positive verso il futuro. Una condizione che li ha schiacciati ulteriormente in difesa, con aumento della propensione a cercare maggiori opportunità altrove e, per chi è rimasto, ad adattarsi maggiormente al ribasso a quanto il mercato offriva, contando maggiormente sull’aiuto dei genitori e rinviando ancor più scelte di autonomia e formazione di una propria famiglia. Insomma una generazione intrappolata in un presente insoddisfacente o in fuga. A testimoniarlo sono i dati dell’enorme crescita dei Neet (under 35 che non studiano e non lavorano) e del saldo negativo tra laureati (e non solo) che lasciano il paese e quelli che (ri)attraiamo. Entrambi questi indicatori si sono posizionati su livelli tra i peggiori in Europa. Ricordiamo inoltre che, coerentemente con tutto questo, sono aumentati negli ultimi anni i divari nel rischio di povertà tra under 35 e over 65 a forte discapito dei primi. Lo stesso crollo della natalità è in larga parte conseguenza della condizione bloccata degli attuali giovani-adulti.

Quindi non basta la luce alla fine del tunnel della recessione per tornare ad essere ottimisti sul futuro del Paese. Nemmeno serve tornare indietro con l’illusione di recuperare vecchie certezze. Serve un nuovo modello sociale e di sviluppo che metta al centro il ruolo attivo delle nuove generazioni nei processi di innovazione e produzione di benessere collettivo.

Dobbiamo far uscire i giovani dalle retrovie e schierarli in attacco con strumenti all’altezza delle sfide di questo secolo e con una visione di futuro desiderato da costruire assieme.

Commentando l’ultimo rapporto ISTAT sul valore delle reti, lei scrive ” In Italia, tra le reti sociali domina quella rappresentata dai legami familiari e parentali”. Queste reti di fatto favoriscono solo i giovani che possono contare sulle dotazioni materiali e immateriali della famiglia di origine, riducendo così il merito a variabile irrilevante.  Come costruire reti che favoriscano al contrario l’uguaglianza nelle opportunità e che possano arginare la disuguaglianza di ricchezza di partenza?

Le reti familiari italiane sono tradizionalmente molto portate all’aiuto e alla solidarietà reciproca. La carenza di politiche pubbliche e di strumenti che consentano ai giovani di camminare da soli, orientare le proprie scelte e realizzarle con successo, porta però da un lato ad una iperprotezione dei genitori che indebolisce autonomia, responsabilità e intraprendenza, dall’altro lato a frenare la mobilità sociale e a vincolare verso il basso chi vive in contesti sociali e familiari svantaggiati. Non a caso siamo uno dei paesi con minor accesso alla laurea per chi ha genitori con titolo di studio basso, ma anche, a parità di titolo di studio, con maggior correlazione tra salario dei genitori e dei figli adulti. Più che in altri paesi rischiamo così di rendere “deresponsabilizzati” i figli di genitori in grado di fornire forte aiuto e “demotivati” quelli che nascono in famiglie con meno risorse.

Serve quindi di fondo, un cambiamento culturale, che sposti i giovani dall’essere considerati come figli destinatari di aiuti privati dalle famiglie, a membri delle nuove generazioni su cui tutta la società ha convenienza ad investire in modo solido, attraverso coerenti politiche attivanti e abilitanti. Questo significa aiutare i giovani a non contare solo sulla famiglia di origine ma a rendere il proprio capitale sociale e umano valore aggiunto per la costruzione del proprio stare e agire con successo nel mondo adulto.

I giovani sembrano più aperti alle diversità rispetto alle generazioni precedenti. Eppure, secondo i dati Demopolis, sei su dieci degli under 45 hanno votato per Lega e 5 stelle che verso la diversità e l’apertura delle frontiere nazionali esprimono contrarietà o posizioni ambigue. Sembra dunque che nelle urne abbiano pesato, più della propensione all’apertura e all’inclusione, la precarietà (quando non la mancanza) di un lavoro e il mancato riconoscimento pubblico e sociale. Oppure legge in quel voto altre motivazioni?

Si, è proprio così. I dati dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo restituiscono un forte scollamento tra presente e futuro, tra il mondo che vorrebbero contribuire a costruire e la realtà che nel presente si trovano ad affrontare, tra il desiderio di affrontare il cambiamento come opportunità e i timori verso i rischi che derivano dalle trasformazioni subite anziché governate. Di fondo le nuove generazioni sono ottimiste e aperte, ma anche facilmente soggette alla demotivazione e alla sfiducia quando non trovano figure affidabili con cui interagire ed esperienza positive di generazione di valore con il proprio impegno. Più che convinti del voto al M5S (soprattutto) e alla Lega (in parte) hanno voluto dare un segno non di indifferenza (vista la buona partecipazione al voto) ma di insofferenza verso la vecchia politica e di insoddisfazione verso i partiti che hanno avuto le maggiori responsabilità di governo (in anni di oggettiva accentuazione, al di là di promesse e buoni propositi, degli squilibri generazionali).

Alcuni dati ci dicono che l’età media dei manager è di 49,9 anni nel settore privato e più alto ancora nelle aziende quotate in borsa, nei sindacati, nel settore bancario e nelle aziende a partecipazione statale (sempre intorno ai 60 anni), e non va meglio nella PA dove solo il 2% dei dipendenti è sotto i 35 anni (contro il 18% media OCSE) e al contempo c’è la più alta percentuale di dipendenti sopra i 54 anni (45% contro il 22% media OCSE). Spesso, nelle storie dei giovani che hanno scelto di vivere all’estero, non c’è solo la gratificazione che proviene da un salario più alto ma anche la possibilità di ottenere prima una posizione migliore in termini di ruolo e responsabilità. C’è, in Italia, un problema di apertura di credito nei confronti dei giovani spesso descritti solo come choosy e bamboccioni? 

Rispetto ai coetanei degli altri grandi paesi europei i giovani italiani sono quelli che vedono con maggior preoccupazione la situazione del proprio paese e considerano le opportunità che offre sensibilmente peggiori rispetto al resto del mondo sviluppato (a ritenerlo, secondo i dati del “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo, è oltre il 75% degli italiani, contro meno del 20% di francesi e inglesi, e meno del 10% dei tedeschi). Più che sfiducia sul proprio futuro c’è poca convinzione che, con la classe dirigente attuale, l’Italia sia in grado di tornare a crescere puntando sull’energia e le intelligenze delle nuove generazioni. Una classe dirigente che si è spesso rivelata più portata a giudicare i giovani che a comprenderne le specificità (da aiutare ad emergere e raffinare). La questione va ribaltata: sono le nuove generazioni che chiedono al paese di avere fiducia in loro e nelle loro potenzialità per far tornare grande l’Italia. Chi dà per scontato il declino del Paese diventa quindi, ai loro occhi, parte di un sistema non disposto a scommettere sull’apertura positiva al nuovo. In questo scenario sempre più giovani si trovano a scegliere di andare all’estero mentre ancora stanno studiando. La mobilità geografica è diventata la principale risposta alla mobilità sociale bloccata.

In un editoriale sul foglio del 16 marzo scorso, scritto a quattro mani con il segretario della Cisl Bentivogli, lei scrive “Le nuove generazioni appaiono oggi come un insieme di singoli, ognuno con propria tattica di difesa, anziché come forza sociale in grado di schierarsi in attacco per conquistare un futuro comune desiderato, più coerente con le proprie potenzialità e aspettative.” Parafrasando le sue parole verrebbe da dire che da soli si è più vulnerabili, più esposti, mentre insieme si può cambiare in meglio. Attorno a quali centri aggregatori possono tornare a mobilitarsi collettivamente i giovani? La scuola, i sindacati, le organizzazioni di cittadinanza attiva, la politica?

Tutti questi assieme, a cui aggiungo anche volontariato e servizio civile, ma con un profondo ripensamento su obiettivi e modalità di partecipazione. Nelle nuove generazioni è alta la consapevolezza che confidare nel solo aiuto della famiglia e che andare incontro in ordine sparso ai grandi cambiamenti di questo secolo non può essere una strategia vincente. Alta risulta pertanto, come evidenziano i dati di varie ricerche, la domanda sia di una politica di qualità sia di una rappresentanza collettiva convincente ed efficace. Ma ciò che funziona con i giovani non può cadere dall’alto, va con pazienza costruito assieme a loro dal basso, offrendo non solo partecipazione qualificata ma anche protagonismo, mix di impegno e responsabilità, possibilità di sperimentare e mettersi alla prova con soggetti sociali disposti a rimettersi in discussione.

La ridefinizione del rapporto tra sviluppo del Paese e nuove generazioni non può che partire da un rinnovo della capacità di rappresentanza collettiva degli interessi delle nuove generazioni e di partecipazione attiva non solo alla costruzione, ma prima ancora alla progettazione del futuro di questo paese.

Alessandro Rosina è professore ordinario di Demografia e Statistica sociale nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, dove dirige il Dipartimento di Scienze statistiche e il “Center for Applied Statistics in Business and Economics”.  E’ stato membro del Consiglio direttivo della “Società Italiana di Statistica” e redattore capo della rivista “Popolazione e storia”. Ha svolto il ruolo di esperto in Commissioni ministeriali, Tavoli di lavoro Istat e Programmi della Commissione europea. E’ attualmente presidente dell’associazione InnovarexIncludere e membro della redazione di ItalianiEuropei e di Neodemos. E’ coordinatore scientifico del “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo. E’ editorialista de “la Repubblica”, ha scritto occasionalmente anche per Corriere della Sera, il Sole 24 Ore, l’Avvenire, il Mattino. Tra i suoi libri più recenti: “L’Italia che non cresce. Gli alibi di un paese immobile” (Laterza, 2013), “Neet. Giovani che non studiano e non lavorano” (Vita e Pensiero, 2015), “Il futuro che (non) c’è” (con S.Sorgi, Bocconi editore, 2016).  www.alessandrorosina.it

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