Intervista a Luca Jahier è un giornalista, politologo ed economista italiano, noto soprattutto per il suo impegno nel Terzo settore, nella cooperazione internazionale e nelle istituzioni europee. È stato presidente dell’Assemblea Nazionale delle ACLI, e presidente del Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE) di cui è membro dal 2002.
Il prossimo Quadro Finanziario Pluriennale si trova oggi nella fase di negoziato interistituzionale. Lei è relatore per il CESE in questo processo. Rispetto al passato vede cambiamenti significativi nel ruolo giocato dagli Stati membri e dalla Commissione?
Purtroppo lo schema è sempre lo stesso. La Commissione ha proposto nel luglio 2025 un QFP che già non era all’altezza delle aspettative. Qui non si tratta di sopravvivere ancora per sette anni, ma di fare un salto quantico verso un bilancio politico (come chiedeva lo stesso Rapporto Draghi che era stato commissionato dalle Istituzioni europee), che dia agli europei e anche all’esterno un messaggio chiaro: l’UE è pronta ad affrontare le nuove sfide sistemiche unita e forte, promuovendo i valori e principi che sottendono il proprio modello di economia sociale di mercato, adattandolo al XXI secolo e oltre. Ma anche il magro aumento proposto dalla Commissione (peraltro assorbito da inflazione e rimborsi dei debiti contratti per il Next Generation EU, NGUE) è al momento sotto un attacco senza precedenti degli Stati membri. Ciò è accaduto anche in passato, ma a questo giro l’Europa rischia davvero l’implosione.
Veniamo, adesso, al contenuto del QFP. Il “megafondo” previsto dovrebbe basarsi su flessibilità e piani di partenariato nazionali a partire dall’esperienza dei PNRR. Cosa ne pensa? Non rischiamo di perdere la dimensione europea delle politiche, di fatto rinunciando ai beni pubblici europei? Ad esempio, possiamo garantire che la politica di coesione mantenga una reale dimensione europea?
Il Parlamento europeo, il Comitato delle Regioni e lo stesso CESE (con me relatore) sono stati molto critici sulla scelta della Commissione. L’esperienza del NGUE e dei PNRR è stata certamente significativa, ma corrispondeva a una fase drammatica e urgente per l’Europa, in particolare per alcuni paesi colpiti maggiormente dal COVID come l’Italia. Mescolare i fondi di coesione, sociale, agricolo, per la pesca, per la migrazione e per la sicurezza in un unico Programma, così come concepito nella proposta, non va bene. Va scongiurato a monte il rischio di scelte arbitrarie e centralizzate da parte dei governi, peraltro amplificate dal principio interno della flessibilità. La logica del valore aggiunto europeo va rafforzata. Certo, la Commissione ha ragione nel voler razionalizzare le tante, troppe linee di bilancio che a volte producono finanziamenti a pioggia e rendite di posizione sempre meno giustificabili e stridenti, ma qui la semplificazione proposta appare volta a facilitare il lavoro dei servizi della Commissione, con il pericolo molto concreto della diluizione degli obiettivi delle singole politiche europee o la perdita del principio del partenariato. Principio che al contrario va rafforzato, così come vanno messi da subito seri correttivi e vincoli, affinché le specificità delle singole politiche siano preservate, a partire dal Fondo Sociale Europeo. Va posta infine anche una più solida attenzione agli indicatori e ai metodi per misurare l’impatto dei programmi che saranno previsti, visto che il nuovo regolamento finanziario cambia radicalmente l’impostazione della spesa, che sarà basata sulla valutazione dell’impatto.
La proposta iniziale di QFP prevede l’introduzione di cinque risorse proprie. Come sta andando avanti il negoziato su questo fronte? Ci sembra di capire che diversi Paesi membri resistono a incrementi del bilancio europeo. Ma come finanziare tutti gli obiettivi prefissati con un bilancio che al meglio potrebbe restare all’1% del PIL dell’Unione? Intravede spazi di manovra per rafforzare tale bilancio?
Nella prima proposta della Presidenza cipriota del giugno scorso, poi accantonata, il Consiglio già chiedeva una riduzione del 2%. Nel frattempo, i paesi cosiddetti “frugali” capitanati dalla Germania hanno chiesto un taglio pesantissimo di 400 miliardi complessivi, che corrisponde al 20% del QFP della Commissione. Taglio speculare alla richiesta partita dall’Austria, e sposata da molti, di uno stop di un anno ad ogni nuova proposta legislativa, accompagnata anche da una riduzione delle spese amministrative, cioè del personale. A riguardo per intenderci sugli ordini di grandezza: la proposta di bilancio della Commissione è equivalente al bilancio del Comune di New York e l’insieme della funzione pubblica europea è equivalente ai dipendenti del Comune di Parigi. Il Parlamento europeo ha risposto proponendo un aumento del 10% sulla proposta della Commissione. I negoziati si annunciano molto complicati. E l’orologio corre: senza un accordo per la fine dell’anno sarà impossibile che i beneficiari del QFP possano continuare a usufruirne a partire dal primo gennaio 2028, visti i tempi tecnici di messa a terra.
In assenza di una visione lungimirante che preveda anche un debito comune per finanziare le grandi sfide imminenti e future (industria, innovazione, digitale, energia, crisi climatica, sicurezza e difesa), e dopo aver scartato la lungimirante proposta spagnola di uno strumento di debito almeno per alcuni beni pubblici europei, aumentare le risorse proprie proponendone di nuove è vitale. Lo ha fatto il Parlamento europeo, mentre il CESE, nel parere di cui sono stato relatore, ha proposto un’imposta europea sui servizi digitali. Ma anche sulle risorse proprie è stallo in Consiglio. La presidenza irlandese non sembra entusiasta di avanzare nuove proposte. Il no alle risorse ricavate dal fatturato delle grandi imprese e quella sul tabacco è già certo. E anche quella su digitale e telefonia sembra che avrà vita breve. Un disastro.
Di fronte alla crescita delle risorse destinate a competitività e difesa, quale dovrebbe essere, secondo lei, il ruolo delle politiche sociali nel nuovo bilancio europeo e come si può evitare che vengano considerate subordinate agli obiettivi economici e geopolitici? O più complessivamente come potremmo iniettare un po’ più di sociale nella dimensione economica?
Credo innanzitutto che si debba evitare la sfida tra “vecchie” e “nuove” priorità, come se la competitività fosse un fine in sé. Ancora una volta, vanno letti bene i trattati. Gli articoli 2 e 3 elencano i valori e principi dell’UE e parlano chiaro: la competitività è un mezzo per raggiungere il benessere per tutte e tutti. Le politiche sociali sono parte integrante del modello vincente in Europa. Il Pilastro europeo dei diritti sociali, la formazione dei lavoratori, investimenti regionali e clausole di non delocalizzazione devono essere parte integrante dei finanziamenti. Oltre a un necessario chiarimento e forme di garanzia che i fondi siano bilanciati tra i diversi settori stabiliti e non si crei, per l’uso improprio del principio di flessibilità, uno scivolamento prevalente verso gli investimenti per la difesa (settore che peraltro noi vogliamo retto dal principio “spendere meglio e in modo coordinato, non di più a livello prevalente mazionale”, altrimenti si rischia che gli Stati membri si approprino dei fondi UE per tendere al 5% imposto da Trump in sede NATO).
Infine, il nuovo QFP dovrebbe rendere l’Unione più flessibile di fronte alle crisi, ma una maggiore flessibilità può anche rendere più difficile il controllo democratico sulle scelte di bilancio. Come si può trovare un equilibrio tra rapidità decisionale, trasparenza e partecipazione democratica?
Il QFP era stato giustamente proposto da Delors per avere certezza sul medio termine. Certo, il mondo sta cambiando rapidamente e le emergenze sono diventate il nostro “new normal”. La flessibilità è quindi ricetta oggi necessaria per affrontare l’accelerazione di nuove sfide, ma con una serie di “paletti”: non si può perdere di vista l’orientamento generale e le priorità stabilite dai trattati, occorre sempre il coinvolgimento del Parlamento europeo e anche dei parlamenti nazionali, dei territori, dei partner sociali e dalla società civile, che deve essere garantito attraverso il rafforzamento degli accordi interistituzionali e del principio di partenariato verticale e orizzontale, accompagnato da obblighi vincolanti e non solo raccomandati, così come va potenziata la procedura di bilancio annuale, per verifiche continue su storni, aspettative e risultati.
Foto di ALEXANDRE LALLEMAND su Unsplash










