World Wide Work – Il lavoro nella rete

Massimo De Minicis, Emiliano Mandrone e Manuel Marocco

La tecnologia consente prestazioni lavorative sovente atipiche, ovvero difformi per inquadramento, remunerazione, modalità di esecuzione rispetto al lavoro standard. Le opportunità digitali, in quanto immateriali, sfuggono sempre più alle categorie tradizionali – fisco, diritto, statistica ufficiale… – rendendo progressivamente evanescenti e inconsistenti molti parametri socioeconomici.

Era il 2015 quando l’Economist titolava workers on tap, letteralmente lavoratori alla spina. Si temeva che grazie alle nuove tecnologie si affermasse a livello globale una nuova organizzazione del lavoro totalmente destrutturata rispetto all’occupazione standard. Le prime avvisaglie furono il nuovo lessico del lavoro digitale: rider, hit, platform, app, task e il famigerato algoritmo (nuovo capro espiatorio digitale).

 

La tecnologia, complice il Covid (Mandrone e Tibaldi), è stata un terremoto che ha mandato in frantumi cent’anni di routine consolidate. La modalità di erogazione della prestazione lavorativa, per decreto, è cambiata in poche ore rendendo (tardivamente) agile un mondo del lavoro ingessato in anacronistiche rigidità organizzative. La scossa ha comportato disagi inevitabili: l’adeguamento delle abitazioni, della dotazione informatica e della rete, la definizione del diritto alla disconnessione, la sovrapposizione tra tempo libero e lavorato, una ridotta socialità… Potremmo parlare di scosse d’assestamento, questioni che potranno essere superate con una adeguata elaborazione culturale e un po’ di galateo digitale. Inoltre se il lavoro agile sarà stabile e non precluderà occupazione, carriera e retribuzione potrà progressivamente dar luogo a cambiamenti strutturali nel nostro set valoriale, rendere una opzione reale la scelta di vivere in piccole, medie o grandi città (Mandrone) e liberare tempo per le persone, ridurre pure l’inquinamento.

 

Ma c’è l’altro lato della medaglia: su internet passa pure una parte crescente del lavoro non standard, occasionale e discontinuo. Un ambiente di lavoro caratterizzato da alta informalità e perfetta sostituibilità, in cui la modulazione della forza lavoro è alta (scalabilità) e le prestazioni si esauriscono spesso nella realizzazione di un singolo compito lavorativo (micro-task). È l’economia dei lavoretti o gig economy, in cui il lavoratore è sovente un comprimario, in quanto non concorre al progresso materiale e spirituale della società (art. 4 Costituzione).

 

La piattaforma è l’interfaccia con cui il lavoratore entra nel web, una sorta di posto di lavoro digitale:

 

  • on line web based platform, il lavoro è svolto completamente on line e riguarda prevalentemente attività di riconoscimento immagini, traduzioni, programmazione, informatica e software. I compiti lavorativi svolti dai crowd-worker sono scomposti e ricomposti tramite piattaforme a livello globale (Amazon Mechanical Turk).
  • on location based platform, la prestazione è organizzata on-line ma viene realizzata off-line dai gig-worker o riders. I lavoratori, coordinati da un algoritmo realizzano prestazioni tradizionali concentrate in spazi circoscritti: consegne a domicilio, trasporto, attività di cura e assistenza.

 

Su questi lavoratori si è concentrata in questi ultimi anni l’attenzione delle istituzioni, dei giudici, delle rappresentanze sindacali per il riconoscimento ai rider di tutele e diritti e per la loro maggiore visibilità sociale e dignità individuale. La Commissione europea ha avviato la consultazione delle parti sociali sulla questione di come migliorare le loro condizioni di lavoro. L’occupazione creata attraverso la triangolazione lavoratore-piattaforma-imprenditore sfugge agli schemi tradizionali degli ordinamenti.

 

Vediamo alcuni esemplificativi tentativi di collocazione in alcuni paesi europei.

 

NUOVO LAVORO AUTONOMO LAVORO AUTON. TEMPERATO LAVORO DIPENDENTE
In assenza di una specifica legislazione, molti paesi, ad es. la Germania, inquadrano questi lavoratori nell’alveo del lavoro autonomo, seppur di seconda generazione, e cioè una categoria intermedia tra lavoro subordinato e autonomo e quindi dotato di alcune tutele ricavate dal primo In Francia grazie ad una specifica legge, i Rider sono stati classificati come lavoratori autonomi, ma con alcuni diritti del lavoro dipendente (sindacato, sciopero, formazione) e sono posti obblighi alle platform work di garantire la trasparenza dell’algoritmo e il rispetto dei codice dei trasporti e della logistica. In Spagna, sempre grazie ad una Legge, invece, si è scelto di includere i rider nel campo dei lavoratori subordinati (De Minicis) Si è previsto pure l’obbligo di trasparenza degli algoritmi quando toccano diritti e organizzazione del lavoro.

 

In Italia, pur essendo stata approvata una specifica legislazione dedicata proprio ai rider, alcuni nodi rimangono ancora da sciogliere, lasciando ampio spazio di intervento alla contrattazione collettiva ed alla interpretazione dei giudici. Essendo da noi particolarmente ampia e farraginosa la categoria del lavoro parasubordinato, i nostri giudici oscillano più che altrove: i) la Cassazione ha affermato che i rider sono collaboratori etero-organizzati ovvero lavoratori autonomi cui si applicano le tutele del lavoro subordinato; ii) alcuni giudici di merito continuano a non riconoscere loro specifiche tutele del lavoro dipendente (ad es. la procedura di repressione della condotta antisindacale); iii) altri ancora, addirittura, li qualificano come lavoratori subordinati. Anche nella contrattazione si ritrova tale incertezza. Da un lato un accordo collettivo aziendale ha attribuito ai lavoratori di una specifica piattaforma di food delivery lo status di lavoratore dipendente e, dall’altro, il discusso accordo collettivo che regola l’intero settore del food delivery qualifica i rider come lavoratori autonomi, seppure con tutele specifiche già riconosciute dalla legge (sicurezza, assicurazione, privacy, discriminazioni) pur derogando al divieto di cottimo.

 

L’organizzazione dell’attività lavorativa nel mondo digitale implica la predisposizione di un sistema di misurazione. La verifica dei rapporti economici e sociali, pertanto, deve esservi integrata. La via della tecno-regolazione eleva i dati da informazioni a parametri di funzionamento. Una applicazione sono gli smart contract: contratti trascritti in codice informatico che producono in via autonoma effetti giuridici.

 

Le vacancy contendibili nel mercato del lavoro continuano paradossalmente a diminuire. Questa tendenza è alimentata dai costumi digitali e dalle dinamiche che si instaurano nei reticoli del web. Da un lato la disintermediazione tipica del mondo digitale riduce i gradi di separazione tra persone, imprese e istituzioni, aumentando le connessioni dirette. Dall’altro la produzione di beni e servizi attraverso le piattaforme digitali rende l’interazione social una parte rilevante e indispensabile del processo lavorativo.

 

Una domanda di lavoro senza soluzione di continuità nel tempo e nello spazio fluttua nel web indifferente alla geografia economica, agli ordinamenti giuridici, agli accordi commerciali, alle agenzie fiscali. L’atipicità digitale comporta una clamorosa elusione, evasione e omissione con effetti rilevanti: sottrae gettito al fisco, crea concorrenza sleale e rende l’occupazione e gli occupati invisibili alle statistiche ufficiali.

 

Quest’ultimo fenomeno è ancora marginale ma potenzialmente dirompente: si è aperta una crepa nel sistema degli indicatori socioeconomici tradizionali che progressivamente li renderà inadeguati. Servono aggiornamenti delle definizioni e tecniche di misura specifiche per il digitale.

 

Proprio per tentare di tener traccia di questa occupazione non convenzionale, l’Oxford Internet Institute ha sperimentato un innovativo indicatore the on line Labour Index che attraverso un software intercetta i compiti lavorativi esternalizzati, quelli realizzati, gli internauti attivi e le imprese coinvolte. Dal monitoraggio di 162 piattaforme web based, risulta che nel 2020 a livello globale vi erano 163 milioni internauti registrati, di cui 19 milioni attivi, di cui 5 milioni con un guadagno mensile di almeno 1.000$, ovvero occupati full time equivalent. I paesi con più crowdworkers sono India, Bangladesh, Pakistan, UK e USA. Il 40% dei lavoratori on line impegnato tramite platform work per la realizzazione di attività per imprese essenzialmente localizzate in Usa, Canada e UK si connette dall’India. Vediamo (fig. 1 e fig.2) le vacancy conferite e realizzate in tempo reale nel Mondo:

Fig. 1 Specializzazione attività su piattaforma Fig. 2 Composizione delle attività su piattaforma
Fonte: On-line Labour Index, Oxford Internet Institute

Come per la fisica o la biologia anche per il lavoro si è raggiunta una soglia oltre la quale andare non è più un problema di scienza ma di coscienza. Non tutto quello che tecnicamente si può fare va fatto. Ovvero va recuperata la dimensione etica del lavoro digitale, il senso del limite. Il limite delle ore lavorate, delle attività erogate, dei rischi da correre, del salario da accettare, delle risorse da usare…

 

Sia nella dimensione analogica che digitale è importante fare scelte consapevoli. C’è una crescente (e sottostimata) responsabilità individuale: infatti, come utenti e clienti alimentiamo impieghi di cattiva qualità che poi diventano quella domanda di lavoro non qualificato di cui ci lamentiamo. La ricerca del proprio tornaconto personale attraverso l’alibi della rete produce comportamenti forieri di precarietà, bassi salari, cattive condizioni di lavoro. Un circolo vizioso che crea regressione sociale: il contrario della fantomatica mano invisibile di Smith che trasformava l’avidità in progresso. Il tutto amplificato dalla velocità di propagazione della rete, da un infinito esercito di riserva appostato dietro milioni di schermi e dall’incapacità delle attuali istituzioni di governare una transizione così pervasiva e radicale.

 

Anche l’attuale Presidente del Consiglio Draghi ha riconosciuto che “il mercato del lavoro è ingiusto”. Un contrappasso figlio di una scarsa cultura del lavoro che consente prestazioni che un tempo sarebbero state ritenute semplicemente inaccettabili. Le conquiste sociali possono venir meno se non adeguatamente difese. Se non si globalizzano diritti e tutele il progresso tecnologico scade nella precarietà, la giustizia sociale arretra e le disuguaglianze crescono.

Massimo De Minicis, Ricercatore Inapp, Economista sociale. Interessi principali: welfare, lavoro, indebitamento privato, precariato, populismo, reddito minimo e di base m.deminicis@inapp.org
Emiliano Mandrone, Primo Ricercatore Istat, in comando all’Inapp. Economista. Interessi principali: lavoro, welfare, istruzione, cambiamento tecnologico. Ha curato l’indagine PLUS e.mandrone@inapp.org
Manuel Marocco, responsabile del Gruppo di ricerca “Regolazione del lavoro, relazioni industriali e innovazione tecnologica dell’INAPP. Giurista. PhD in Relazioni industriali. Interessi principali: politiche del lavoro, occupazione atipica e relazioni industriali. m.marocco@inapp.org
Le opinioni espresse dagli autori non impegnano l’Istituto d’appartenenza. 
* Foto di Christin Hume su Unsplash
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