Vaccini, così l’innovazione biomedica può diventare un “bene pubblico”

Daniele Nalbone

Uno studio presentato al parlamento europeo evidenzia le criticità nella gestione della pandemia e dimostra la necessità di creare un’infrastruttura europea che chiuda l’epoca delle esclusive brevettuali e faccia ricerca “senza regalare i risultati raggiunti alle imprese private, come avvenuto con i vaccini contro il Covid-19”. Parla l’autore dello studio, Massimo Florio, professore di Economia pubblica all’Università degli Studi di Milano. [Questo articolo è stato pubblicato su Micromega, il 5 gennaio 2022]

Lo scorso 16 dicembre è stato presentato al Parlamento europeo uno studio che evidenzia le criticità nella gestione della pandemia. Al centro, farmaci e vaccini. E una proposta: la creazione di un’infrastruttura europea per l’innovazione biomedica “come bene pubblico”.

 

I numeri parlano di un 43,2% della popolazione mondiale che al 9 dicembre non aveva ricevuto nemmeno una dose di vaccino, per un totale di 3,4 miliardi di persone. In questo scenario il Covax – il meccanismo per distribuire vaccini ai Paesi a basso reddito – ha ridotto da due miliardi a meno di 1,4 miliardi la sua previsione di disponibilità a fine 2021. Il tutto a fronte di un costo di produzione dei vaccini ritenuti più efficaci, Pfizer e Moderna, che si aggira – secondo vari studi – intorno a 1,20 dollari a dose e un prezzo di vendita per l’Unione Europea intorno ai 20 dollari per Pfizer e 25 per Moderna.

 

“La pandemia in tutto il mondo ha accresciuto le disuguaglianze e, in queste condizioni, è difficile vederne la fine: le statistiche dicono infatti che di questo passo si genereranno innumerevoli varianti, che dovranno essere rincorse con nuovi vaccini. La privatizzazione delle conoscenze sui vaccini è insostenibile, eppure un vaccino pubblico era ed è tuttora possibile: nel mondo vi sono capacità produttiva e standard adeguati di qualità”. Massimo Florio è il coordinatore della proposta presentata su richiesta del parlamento europeo e a MicroMega ha spiegato come, con un investimento per trent’anni su un ampio arco di patologie, sarebbe possibile creare un’infrastruttura europea per i farmaci “nel segno dell’innovazione intesa come bene pubblico globale”. In questo scenario, le imprese private avrebbero il ruolo di “collaboratrici” in qualità di fornitrici, rinunciando quindi alle esclusive brevettuali.

 

LO STUDIO

 

Lo studio – cui hanno contribuito oltre 50 esperti internazionali e un gruppo coordinato da Florio con l’economista Chiara Pancotti e con Anthony Procházka (Università di Praga) e che ha trovato una prima pubblica anticipazione nel Rapporto “15 Proposte per la giustizia sociale“ del 2019 del Forum Disuguaglianze e Diversità – mette in luce le criticità del sistema di ricerca e sviluppo dell’industria farmaceutica innescate dalla pandemia da Covid-19, nonché le lacune nella gestione delle politiche di finanziamento pubblico per la ricerca farmaceutica. Lo studio, sollecitato dal panel STOA (Scienza e tecnologia) del parlamento europeo, esplora l’opportunità e la…. CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO SU MICROMEGA

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Daniele Nalbone

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r.g.

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