Un commento su quanto sta accadendo oggi in Europa in tema di giusta transizione ecologica (approfondimento al primo numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”).
Per accedere al Fondo sociale per il clima, ciascuno Stato membro deve presentare alla Commissione un Piano sociale per il clima entro giugno 2025 finalizzato a una transizione socialmente equa verso la neutralità climatica. Complessivamente il Fondo mette a disposizione 65 miliardi di euro per il periodo 2026-2032, con un importo differenziato tra i vari Stati membri l’Italia sarà il terzo beneficiario dopo la Germania e la Francia con una quota di 7 miliardi circa (7.023.970.924), a cui si aggiunge il 25% di cofinanziamento nazionale, portando le risorse totali a 86,7 miliardi di euro. I beneficiari dovranno essere le famiglie, le microimprese che sono considerate vulnerabili nell’accesso ai servizi energetici e ai trasporti.
La pubblicazione della Guida per il Piano sociale per il clima consente di delineare con più precisione il quadro operativo. Le misure ammesse riguardano il sostegno diretto temporaneo al reddito, per una quota che non superi il 37,5% delle risorse disponibili, e misure e investimenti che intervengano in modo strutturale sulle condizioni di vulnerabilità, creando un impatto duraturo e riducendo la dipendenza dai combustibili fossili, nel quadro degli obiettivi climatici della UE. Gli interventi possono riguardare l’efficienza energetica e la ristrutturazione degli edifici, anche per i locatari, l’accesso ad alloggi efficienti sotto il profilo energetico a prezzi abbordabili, compresi gli alloggi sociali, la decarbonizzazione del riscaldamento e del raffrescamento delle abitazioni, compresa l’integrazione negli edifici della produzione di energia rinnovabile e lo stoccaggio di tale energia, le comunità energetiche di cittadini e cittadine, la diffusione dell’autoconsumo di energia rinnovabile, iniziative di informazione, educazione e consulenza mirate, e un migliore accesso alla mobilità e ai trasporti pubblici a zero e a basse emissioni e ai servizi di mobilità condivisa.
Il Piano deve essere coerente con altri Strumenti della UE, come il Pilastro Europeo dei Diritti Sociali e relativo Piano d’Azione, i Programmi di coesione, il PNRR, l’EPBD (Energy Performance of Buildings Directive) e il Piano Nazionale di Ristrutturazione degli Edifici (NBRP) (che dovrà essere elaborato per la fine del 2025), ed il PNIEC – Piano nazionale integrato Energia e Clima. Il Piano deve anche prevedere traguardi, obiettivi e indicatori per monitorare l’attuazione e il completamento degli interventi previsti entro la metà del 2032. L’approvazione del Piano deve inoltre prevedere una fase di consultazione pubblica in grado di garantire la partecipazione di cittadinanza e i e stakeholders. L’impressione che si ha, leggendo queste indicazioni, è di trovarsi di fronte all’eco della passata legislatura europea, quando la scelta del “green deal” era sostanziale e coerente.
Due quindi gli interrogativi che ci dobbiamo porre.
L’elaborazione dei Piani nazionali e le risposte che darà la Commissione, per la loro valutazione e approvazione, saranno un’importante “cartina di tornasole”: la Commissione vorrà procedere sulla strada tracciata o piuttosto sarà disponibile a rimettere in discussione quanto già deciso? Al momento possiamo dire che il Regolamento del FSC e la Guida appena pubblicata disegnano un’azione coerente e chiara negli obiettivi: fare un passo avanti nella battaglia climatica salvaguardando la giustizia ambientale e sociale.
E qui nasce il secondo interrogativo: come intende muoversi il governo italiano? Tre segnali non ci consentono di essere troppo fiduciosi. Innanzitutto la consultazione: finora c’è stata la consultazione con la cittadinanza, con un questionario a risposta multipla (scadenza 18 marzo), poi la Direzione del MASE si è resa disponibile ad incontri, su richiesta, con le diverse organizzazioni interessate e ha messo a punto una scheda per raccogliere entro il 18 aprile suggerimenti su misure e investimenti da inserire nel Piano, infine ha previsto di pubblicare la bozza del Piano per metà maggio, per raccogliere successivamente ulteriori osservazioni. Il tutto sembra condizionato da tempi molto stretti, al contrario di altri paesi, come Polonia, Lituania, Svezia o Grecia, che sono partiti per tempo e con un’articolazione distesa delle occasioni di confronto e approfondimento ben strutturate. La seconda questione riguarda l’esatta individuazione dei beneficiari. Il Piano richiede esplicitamente il numero stimato e l’identificazione dei vulnerabili, sia famiglie che microimprese. Ma l’Italia è ancora in attesa che l’Osservatorio nazionale della povertà energetica, istituito a marzo 2022 presso il MASE, produca qualche risultato, tanto che anche il PNIEC, approvato a giugno 2024, continua ad utilizzare indicatori provvisori. La terza è stata “brutalmente” posta dal recente Decreto Bollette che esplicitamente dichiara di voler finanziare il bonus sociale energia, per una platea di famiglie fino a 25.000 euro di ISEE, con il 50% delle risorse del Fondo, dimenticando non solo che la quota massima consentita per il “sostegno diretto temporaneo al reddito” non può occupare più del 37,5% del Fondo, e comunque solo a partire dal 2027 e solo per gli effetti diretti del meccanismo dell’ETS2 (sistema per lo scambio di quote di emissioni per i settori degli edifici e del trasporto stradale e ulteriori settori) applicato a edifici e trasporti.
Sarà compito dei movimenti sociali e civili realizzare un attento monitoraggio delle procedure della consultazione, delle proposte di intervento, che devono essere strutturali per poter ridurre stabilmente gli impatti sociali negativi per le persone vulnerabili, e del rispetto dei vincoli per il sostegno diretto al reddito, che il Fondo predispone.










