Un approfondimento dal sesto numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”.
L’Italia, a causa dello shock energetico determinato dalla guerra tra Israele-Usa e Iran, sembra essere nuovamente con l’acqua fiscale alla gola. Il governo Meloni, come altri prima, è tornato a chiedere aiuto a Bruxelles con la richiesta di poter scorporare dal calcolo del deficit di bilancio le spese per la riduzione delle accise e altri sussidi a famiglie e imprese per mitigare l’aumento delle bollette, appellandosi alla “clausola di esenzione nazionale” che si applica in condizioni emergenziali. Non è mancato il ricorso all’espediente retorico tra i più amati dai nostri partiti di centro-destra: “richiesta di buon senso“. Andiamo con ordine per capire da che parte sta il “buon senso”.
Punto primo
È vero che le politiche fiscali di mitigazione degli shock dei costi energetici hanno una dose di buon senso, e vengono praticate anche in altri paesi, ma perché allora dobbiamo chiedere il permesso a Bruxelles? La ragione è che il governo Meloni vuole fare queste spese senza tagliarne altre, cioè vuole aumentare il deficit di bilancio, ma deve anche rispettare le regole del “nuovo” Patto di stabilità e crescita (Psc), approvato col suo stesso beneplacito e in vigore dall’aprile 2024, il quale ha mantenuto il limite del 3% del rapporto tra deficit e Pil.
C’è un antefatto importante che aiuta a capire. Dal momento dell’attivazione del nuovo Psc, l’Italia (insieme a diversi altri paesi, tra cui la Francia) è sotto la “Procedura per deficit eccessivo” (Pde), la quale dovrebbe chiudersi proprio in questo 2026. Lo scorso anno il rapporto tra deficit e Pil è sceso al 3,1%, ma la Pde è ancora attiva perché 3,1 è più grande di 3,0, il numero che separa il vizio dalla virtù fiscale. Se anche la Commissione avesse chiuso un occhio sullo 0,1 di deficit in eccesso e ci avesse dato la patente di virtuosi, non avremmo avuto più spazio fiscale, perché la virtù va mantenuta nel tempo, salvo rientrare subito nel girone dei viziosi.
Punto secondo
Prima della richiesta italiana, la Commissione aveva già stabilito che in questo momento la clausola di esenzione è attivabile solo per le spese aggiuntive per difesa e sicurezza. Poi ha concesso che il calcolo di tali spese possa includere anche quelle “effettuate dal febbraio 2026 per ridurre la dipendenza dall’importazione di combustibili fossili e contribuire alla difesa e alla sicurezza dell’Europa” (2026 European Semester, Spring Package). In pratica, per l’Italia un margine di spesa pluriennale di 14 miliardi (6,5-7 miliardi per quest’anno), ma vincolata alla riduzione della dipendenza dai combustibili fossili e a favorire gli investimenti sulle energie rinnovabili. Quindi, l’accordo con la Commissione non consente di scorporare dal bilancio le spese che desidera il governo, ma quelle che, come noto, il governo non ritiene prioritarie – per usare un eufemismo. Vedremo come finirà.
Punto terzo
Gli aiuti fiscali che vuole erogare il governo sono di buon senso sotto alcune condizioni: devono essere temporanei, mirati su alcuni soggetti specifici, devono accompagnare e non ostacolare le politiche di lungo termine di sicurezza e sostenibilità energetica e ambientale. L’affrettato provvedimento del governo assai poco rispetta i criteri suddetti. Ha già avuto un costo stimato per l’erario di 2 miliardi fino al 6 giugno, cui si devono aggiungere gli sconti per gli autotrasportatori e gli eventuali prolungamenti dello sconto e gli interventi per le bollette elettriche e il gas per il riscaldamento di cui i condomini faranno rifornimento prima dell’autunno. Non va bene “mascherare” troppo a lungo il fatto che certi combustibili costano troppo e che quindi dobbiamo sforzarci di consumarne di meno e sostituirli con altri. È il mercato, bellezza, e si sa, il portafoglio è più convincente delle prediche. Questo è buon senso, anche se è impopolare.
Punto quarto
Chiuso il sipario del solito teatrino, quel che il governo ha ottenuto è il permesso di aggiungere 14 miliardi al debito pubblico italiano: non saranno “soldi europei”, saranno “soldi nostri” che dovremo prendere a prestito e restituire con gli interessi. Forse ciò soddisfa il sovranismo dei partiti che ci governano, ma non appena l’Italia uscirà dalla Pde, il governo dovrà affrontare (nell’anno elettorale!) un’altra tagliola delle nuove regole: la riduzione di un punto percentuale annuo del rapporto debito/Pil, riduzione che appare ardua visto che il rapporto è salito dal 134% del 2023 al 137% del 2025.
Ora, se alziamo lo sguardo oltre le contingenze, le tattiche negoziali e gli espedienti propagandistici, vediamo un quadro d’insieme coerente dell’impostazione errata e nociva della politica economica del governo Meloni, che non aiuta a risolvere i problemi strutturali del paese, per affrontare i quali sarebbe necessario abbandonare il miope sovranismo e l’ostinato attaccamento alle energie fossili, per accelerare la transizione energetica attraverso un rafforzamento del bilancio comune europeo esplicitamente finalizzato allo scopo.
Quello degli ultimi due mesi è il terzo grande shock energetico in sette anni. Con la pandemia da Covid-19, nel biennio 2020-21, i prezzi delle fonti fossili scesero ai minimi storici, grazie al crollo della domanda mondiale. Il gas a maggio 2020 era quotato tra i 4 e i 5 euro a MWh, il petrolio intorno ai 18 dollari al barile. Con l’attacco russo all’Ucraina e le sanzioni a Mosca i prezzi del gas e del petrolio schizzarono a livelli mai visti, oltre 339 euro al MWh il gas e 115 dollari al barile il petrolio nell’agosto del 2022. Nelle ultime settimane il gas è rimasto tra i 40 e 50 euro al MWh – dieci volte di più del 2020 – e il petrolio intorno a una media di 100 dollari al barile – sei volte di più del 2020. Oggi il governo sta arrancando per uscire dalla Pde perché il deficit pubblico italiano, che aveva raggiunto un record di 9,2% del Pil nel 2020, era ancora del 7,1% nel 2023, nonostante la robusta crescita che si era verificata in quei tre anni.
La lezione dovrebbe essere chiara
L’aumento dei prezzi dell’energia colpisce l’Italia più di altri paesi europei perché l’Italia è molto dipendente dalle importazioni: circa il 74,8% dell’energia totale utilizzata viene importata, una quota ben al di sopra della media Ue. E per la produzione di energia elettrica l’Italia usa per il 52,3% fonti fossili. Scrive la Commissione europea: “La relazione tra i prezzi del gas e dell’elettricità varia significativamente tra gli Stati membri, riflettendo le differenze nei mix di generazione e nei vincoli infrastrutturali. Nella penisola iberica, dove la penetrazione delle energie rinnovabili è più elevata, il gas influenza i prezzi solo in una minoranza delle ore di mercato. Al contrario, in Italia, dove il sistema rimane più dipendente dal gas, quest’ultimo determina il prezzo nella maggior parte delle ore”. È buon senso ogni volta spendere denaro pubblico per tamponare gli shock energetici anziché affrontare il problema alla radice?
Secondo il Pniec del 2020 (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima), l’Italia dovrebbe raggiungere, nel 2030, il 55% dei consumi elettrici soddisfatti da fonti rinnovabili. Considerando che l’idroelettrico non ha ulteriori margini di crescita, il peso della transizione ricade sul fotovoltaico e sull’eolico che, insieme alla diffusione dei sistemi di accumulo, potrebbero consentire di ridurre la nostra dipendenza dalle importazioni di gas e petrolio e, quindi, dalle oscillazioni di prezzo determinate dai frequenti shock geopolitici. Ma gli investimenti italiani nel solare e nell’eolico hanno rallentato e siamo chiaramente indietro rispetto alla tabella di marcia. Intendiamoci, un po’ tutti i paesi europei (e la Commissione) hanno tirato il freno sulla transizione, ma, come detto, parecchi sono un po’ più avanti dell’Italia. E usano questa posizione di vantaggio per non concedere al paese col più elevato debito pubblico del continente deroghe sui conti pubblici per far fronte all’esplosione delle spese per l’energia che avrebbe potuto evitare accelerando, o semplicemente rispettando, le tappe della transizione.
Sul fronte europeo, il governo Meloni è notoriamente portatore malsano della logica sovranista che ha via via avvelenato i pozzi di questa Europa senza veri europeisti. Il Psc oggi in vigore che angustia le manovre fiscali del centro-destra è il frutto di un accordo sottoscritto proprio dal governo Meloni, che lo ha definito un “compromesso accettabile”. Quell’accordo, sulla spinta politica dei guardiani della virtù fiscale – la Germania e i suoi satelliti – ha indebolito, quando non cancellato del tutto, i principali punti innovativi della prima proposta della Commissione (novembre 2022), che prevedeva una condivisione di sovranità fiscale dei governi con la Commissione stessa e il Consiglio europeo nella pianificazione pluriennale della politica di bilancio. È quell’accordo che ha mantenuto in vita la numerologia meccanica dei tetti del rapporto deficit/Pil del 3% e del debito/Pil del 60% che aveva fatto tanti danni nella mala gestione delle crisi degli anni Dieci.
Il nuovo Psc è stato considerato un “compromesso accettabile” perché ha mantenuto aperta la strada della famigerata “flessibilità” della sospensione delle regole a cui sta facendo appello il governo italiano. Non che sarebbe bene avere “regole stupide” e anche rigide. Il problema è che questa flessibilità, nella logica intergovernativa che a tutti piace, è il campo da gioco nebbioso dove si esercita il sovranismo fiscale, tanto esecrato quanto praticato da tutti. Naturalmente, i paesi che hanno deficit e debiti più bassi hanno maggiore spazio fiscale per far fronte a shock di ogni tipo; quindi, non hanno bisogno di invocare la flessibilità, e frenano la Commissione a concederla a beneficio dei paesi il cui spazio fiscale è ristretto. Sono le intrinseche contraddizioni del sovranismo. Se ne può concludere che, visto che il governo italiano è stato in larga misura causa del proprio male, dovrebbe ora piangere se stesso.
Va detto con chiarezza e semplicità quale è la linea di demarcazione tra le destre sovraniste e le sinistre europeiste. Non è utile e anzi è dannoso impegnare i nostri ministri e sherpa presso la Commissione in un eterno negoziato sulla flessibilità. Non sembra buon senso fare più debito per mettere ancora una volta “pezze a colori” sotto forma di sconti, sussidi, bonus e crediti di imposta a un costo dell’energia che in Italia è più alto che in altri paesi europei per l’elevata dipendenza dal gas e dal petrolio. L’energia e la transizione “verde”, così come la difesa, la sicurezza, e la stabilizzazione macroeconomica, sono beni comuni europei. Devono essere creati da tutti i paesi europei con piani d’investimento comuni, attraverso l’allargamento del bilancio e delle risorse proprie dell’Unione. Next Generation EU deve diventare il modello del futuro, non una breve parentesi in una storia scritta da cancellerie destinate all’irrilevanza planetaria.
Foto di Federico Beccari su Unsplash








