Un commento sul futuro Quadro Finanziario Pluriennale europeo. Un approfondimento dal terzo numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”
Nel luglio scorso la Commissione europea ha presentato il suo progetto per il bilancio 2028-2034 (il Quadro finanziario pluriennale, di seguito QFP), con molte novità e pochi soldi. Infatti, il contenuto aumento che porterebbe la dotazione globale al 1,26% del Reddito nazionale lordo (RNL) con cui ogni Stato membro contribuisce al bilancio Ue sarà divorato dall’inflazione e dai rimborsi sul debito comune contratto dopo la crisi del Covid 19. Il mondo cambia rapidamente, il suo baricentro geografico e politico (quest’ultimo parecchio preoccupante) si sposta, le crisi da affrontare sono sempre più sistemiche e richiederebbero un’Europa forte, politica, fiduciosa in se stessa e nelle proprie potenzialità che ancora possono esistere. A patto di ripetere subito l’esperienza del Next Generation EU e dotarsi di ingenti risorse per gli investimenti trasformativi di cui avremo bisogno. Al momento però di questo salto quantitativo non c’è traccia.
La Commissione propone certo un set di nuove Risorse Proprie, che stanno però facendo molto discutere e la cui sorte non è chiara. Laddove la Commissione risponde positivamente alle reiterate richieste del Parlamento europeo e dei territori è su flessibilità e semplificazione, anche se “il diavolo sta nei dettagli” come vedremo. Il QFP era stato giustamente proposto da Delors per avere certezza sul medio termine, ma la flessibilità è ricetta necessaria oggi per affrontare l’accelerazione di nuove sfide, senza però perdere di vista l’orientamento generale, e purché sia accompagnata dal coinvolgimento del Parlamento europeo, dei territori e dalla società.
Per quanto riguarda la semplificazione, non c’è chi non abbia potuto toccare con mano la complessità dei programmi, delle regole e dei bandi, con frequenti sovrapposizioni che hanno spesso impedito alle risorse europee di dispiegare i propri effetti trasformativi e il proprio valore aggiunto (coesione territoriale e sociale, lotta alle diseguaglianze, beni pubblici europei, sviluppo ecologicamente sostenibile, digitalizzazione amica). La Commissione ha così ridotto i più di 50 programmi attuali a 16, creando tre “blocchi”: uno fatto di piani nazionali, uno per la competitività e uno per l’Europa Globale.
È sul primo blocco che si è levata una giusta alzata di scudi da parte del Parlamento europeo, del Comitato delle Regioni, dal Comitato Economico e Sociale europeo e da tanti altri. I Piani Nazionali, come sono al momento disegnati, assomigliano molto ai PNRR e hanno il deleterio effetto “a tenaglia” di accentrare le risorse, e le decisioni su come usarle, a livello governativo nazionale, senza una vera attenzione ad un quadro coerente continentale e senza l’adeguato e obbligato coinvolgimento territoriale, sociale e civico (place-based approach). Il fuoco di fila è tale che ci si attende una correzione seria, in modo fra l’altro da ridare certezza e prevedibilità alle risorse destinate in particolare alla coesione. Ma la vera battaglia deve essere sulla governance decentrata degli strumenti e nel misurare l’esito dei progetti attraverso risultati tangibili e messi a terra.
Viste le veementi proteste, probabilmente anche la politica agricola riacquisterà autonomia, e qui la battaglia va fatta per un drastico rafforzamento dei fondi destinati allo sviluppo rurale, che possono diventare – soprattutto per le aree interne – un vero catalizzatore di rinascita.
Sul secondo blocco destinato in primis alla creazione di un apposito Fondo Europeo per la Competitività occorre fare attenzione alla pericolosa deregolamentazione in corso in materia sociale, ambientale e digitale. Il modello europeo si salva solo se la sua competitività resta un mezzo per rispettare i valori e raggiungere gli obiettivi iscritti agli articoli 2 e 3 dei trattati. Bisognerà anche monitorare i programmi destinati alla Ricerca Scientifica, perché il combinato disposto dell’inedito “dual use” e degli altri strumenti a disposizione potrebbe incitare gli Stati Membri ad usare i fondi europei per “scaricare” su di essi i folli obblighi di spesa in armamenti autoinflitti dopo l’ultimo Vertice Nato.
Sul Global Europe, al momento la buona notizia è una dotazione aumentata del 40%. Il Global Europe può diventare un formidabile catalizzatore di rinnovato multilateralismo. A patto però di trasformare le partnership attuali in una vera alleanza strategica con il “Global South”.
La strada per l’approvazione del prossimo QFP è ancora molto lunga. Per approvare quello in corso, che scade nel 2027 ci vollero quasi due anni di negoziati fra Commissione, Consiglio e Parlamento europeo. Il Forum continuerà a seguire i lavori, anche presso il Comitato delle Regioni ed il Comitato Economico e Sociale europeo (casa fra gli altri delle organizzazioni della società civile) e ad aggiornare attraverso la newsletter.
*Luca Javier già presidente CESE è stato relatore sul QFP ’28-’34.







