Lo studio “Il divario retributivo dei lavoratori stranieri in Italia” realizzato dal ricercatore di Open Evidence Giacomo Stazi evidenzia un gap salariale del 38% per i non comunitari, con un particolare svantaggio per le donne.
Pubblicato il rapporto “Il divario retributivo dei lavoratori stranieri in Italia”, realizzato per il Forum Disuguaglianze e Diversità da Giacomo Stazi, consulente di ricerca della società Open Evidence, nell’ambito del report New Measures of Wage Adequacy, elaborato dalla stessa società per la Commissione europea. Il rapporto mostra quanto in Italia il divario retributivo tra lavoratori e lavoratrici di origine italiana e straniera sia ampio e persistente.
Basandosi sui dati dell’EU Statistics on Income and Living Conditions (EU-SILC, Statistiche europee sul reddito e condizioni di vita) relativi al periodo 2009-2023, Stazi ha esaminato in che misura le disuguaglianze retributive legate alla cittadinanza variano in base al genere, ai paesi di provenienza, distinguendo tra persone straniere provenienti da paesi EU e non-EU, e ad alcune caratteristiche socioeconomiche, tra cui l’età, il livello di istruzione, l’occupazione e i settori di impiego.
Su tutti, emerge un dato cruciale: in Italia nel 2023, i non comunitari percepivano in media un salario orario inferiore del 32,6% rispetto ai nazionali, mentre il divario calcolato sul salario mediano era del 26,5%.
Anche guardando alle retribuzioni annue, lo scarto rimane dello stesso ordine di grandezza. In termini comparativi, l’Italia emerge come uno dei paesi europei con le maggiori disuguaglianze salariali legate all’origine. Un dato significativo se si considera che l’8,9% della popolazione residente in Italia, circa 5,3 milioni di persone, è di origine straniera, con un evidente peso strutturale nel mercato del lavoro italiano.
Figura 1: Differenza percentuale delle retribuzioni medie e mediane tra lavoratori nazionali e stranieri, Italia e paesi UE, 2023

Le lavoratrici di origine non comunitaria sono la categoria più svantaggiata
Dallo studio emerge come il luogo d’origine sia un fattore di discriminazione che incide negativamente sulle entrate in busta paga. Lo svantaggio salariale è più marcato per le persone provenienti da paesi extra Ue che per quelle comunitarie, e si intreccia strettamente anche con il genere di appartenenza. Secondo l’analisi di Stazi, infatti, le lavoratrici non comunitarie risultano il gruppo più penalizzato dal punto di vista retributivo, con un salario orario medio del 42,6% inferiore rispetto a quello dei lavoratori uomini di origine italiana.
Tabella 1: Disuguaglianze salariali per cittadinanza e sesso, 2023.

I lavoratori stranieri sono occupati in impieghi in gran parte non qualificati e mal retribuiti
Nel 2023 oltre il 35% dei lavoratori stranieri era impiegato in occupazioni a bassa retribuzione, contro circa il 15% degli italiani. Una parte rilevante del divario è legata alla forte concentrazione degli stranieri nei segmenti a minor valore aggiunto del mercato del lavoro. I settori con maggiore incidenza di occupazione straniera sono i servizi personali e collettivi (30,9%), l’agricoltura (20%), la ristorazione-turismo (18,5%) e le costruzioni (16,9%). Il gap salariale non si verifica solo tra settori economici, ma anche osservando i differenti livelli professionali e le differenti qualifiche. Tuttavia, la segmentazione occupazionale non spiega tutto.
Quando si confrontano lavoratori italiani e quelli stranieri con lo stesso impiego, i secondi percepiscono un salario inferiore del 9,2%. Questo scarto residuo segnala l’esistenza di meccanismi di penalizzazione che possono includere minore valorizzazione delle competenze, barriere di accesso alle professioni migliori e possibili pratiche discriminatorie che impediscono l’accesso a determinati settori o ruoli.
I dati mostrano inoltre che il divario cresce con l’età e con il titolo di studio: in altre parole, istruzione ed esperienza producono rendimenti economici più bassi per gli stranieri. Questo suggerisce che una parte importante dello svantaggio non dipende solo dalle caratteristiche individuali, ma anche dal modo in cui competenze, titoli ed esperienza vengono riconosciuti nel mercato del lavoro italiano.
Circa il 45,7% degli stranieri laureati non ritiene necessario procedere al riconoscimento dei propri titoli di studio, soprattutto a causa del costo elevato e della complessità delle procedure. Non solo il titolo di studio, i divari retributivi crescono anche all’aumentare dell’età dei lavoratori. A parità di livello di istruzione, il divario salariale è maggiore per lavoratori di età compresa tra i 46 e i 65 anni, rispetto a quelli tra i 31 e i 45 anni.
Lo studio sottolinea anche come il divario retributivo descritto non sia un fenomeno temporaneo ma una dinamica consolidata che si presenta stabile da oltre un decennio.
Foto di Tim Mossholder su Unsplash










