Un approfondimento dal quarto numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”
Il rinvio di un anno dell’entrata in vigore dell’ETS2, ossia l’Emissions Trading System, il principale strumento dell’UE per ridurre le emissioni di gas serra basato sul sistema “cap and trade”deciso il 5 novembre in Consiglio Ambiente dell’Unione europea e nelle ultime settimane del confronto europeo sul Green Deal, viene presentato come una scelta di cautela politica. In realtà, rischia di produrre l’effetto opposto: indebolire la credibilità della transizione e ridurne la sostenibilità sociale. Dal 2028, e non più dal 2027, il sistema europeo di scambio delle emissioni si estenderà a trasporti, riscaldamento e piccole e medie imprese. Ma nel frattempo resta aperta una questione decisiva: qual è la strategia, quali sono le politiche e quali sono le risorse che il nostro paese mette in campo per abbassare il costo dell’energia per famiglie e imprese.
Il rinvio è accompagnato da alcune garanzie importanti: il Fondo Sociale per il Clima partirà comunque nel 2026 e sarà finanziato temporaneamente attraverso la vendita anticipata di quote ETS1. La Commissione ha inoltre aperto alla possibilità di “frontloading” dei proventi ETS2 tramite la BEI (Banca Europea per gli investimenti), anticipando quindi parte dei fondi. Tuttavia, l’entità limitata di queste risorse e l’incertezza sulle aste anticipate rischiano di creare un vuoto proprio negli anni cruciali per avviare politiche pre-redistributive visibili ed efficaci. In altre parole, il ritardo rischia di peggiorare, non attenuare, l’impatto sociale dell’ETS2, alimentando opposizioni invece di prevenirle.
I numeri raccontano una storia diversa da quella che domina il dibattito pubblico. Secondo le nostre stime, l’ETS2 metterebbe a disposizione in Europa, tra il 2027 e il 2032, tra 184 e 483 miliardi di euro, a cui si aggiungono 65 miliardi già previsti del Fondo Sociale per il Clima. Per l’Italia si tratta di una forchetta compresa tra 21 e 55 miliardi, più circa 7 miliardi del Fondo. Risorse imponenti, che, secondo la Direttiva ETS, devono essere interamente destinate alla riduzione delle emissioni, per finanziare efficienza energetica, rinnovabili e mobilità pulita, oltre a compensare eventuali aumenti di costo.
L’impatto diretto sui prezzi dei combustibili fossili si stima tra 9 e 20 centesimi al metro cubo di gas e tra 11 e 25 centesimi al litro di benzina e diesel. La Direttiva stessa introduce misure per contenere l’impatto sui consumatori, rendendo alcune delle iniziative per modificare l’impianto del meccanismo controproducenti. L’impatto complessivo delle ETS2 deve comunque essere letto nel contesto della fiscalità energetica, soprattutto in un paese come l’Italia, dove il vero problema non è ETS2, ma uno squilibrio strutturale che penalizza il vettore elettrico.
Oggi l’elettricità sconta un carico fiscale e parafiscale fino a tre volte superiore a quello del gas e circa il doppio di quello di benzina e diesel. Questo paradosso assorbe una parte rilevante dei benefici dell’elettrificazione: pompe di calore e auto elettriche sono mediamente quattro volte più efficienti delle tecnologie a combustione, ma oltre metà di questo vantaggio viene sottratto al consumatore da imposte e oneri. Nel caso delle pompe di calore, il 63% della maggiore efficienza si perde lungo la catena dei costi (Figura 1). I vantaggi di efficienza energetica dei veicoli si riduce invece del 44%, 58% e 63% a seconda dei tre utenti tipo di ricarica elettrica analizzati nel nostro studio su ETS2 e costi dell’energia (Figura 2).

Figura 1 – Confronto tra i costi energetici di una pompa di calore elettrica (COP = 3,5) e di una caldaia a gas (rendimento = 98%) per riscaldare un’abitazione di 100 mq in classe energetica G. Fonte: elaborazioni ECCO sulla base dei costi tariffari definiti da ARERA e MEF per il 2024. L’onere ambientale corrisponde al peso di ETS1 applicato sul prezzo della materia energia sull’energia elettrica.

Figura 2 – Confronto della spesa totale annua per percorrere 15.000 km con un’auto elettrica e un’auto a benzina. Fonte: elaborazioni ECCO sulla base dei costi per il 2024.
È in questo senso che ETS2 può, e deve, diventare uno strumento di “transizione popolare”. Non un’imposta, ma un meccanismo redistributivo, capace di trasformare un segnale di prezzo in investimenti, sviluppo e occupazione. Stimolare un mercato dell’elettrico negli edifici, nelle rinnovabili e nell’automotive significa creare domanda, attrarre investimenti e generare lavoro stabile e qualificato. Rinviare questo processo, o svuotarlo delle sue componenti sociali, significa rinviare anche crescita e benefici.
La vera convenienza per cittadini e imprese non sta quindi nell’opposizione all’ETS2, ma nella sua piena e coerente attuazione: uso integrale dei proventi a favore dei consumatori, integrazione con una riforma della fiscalità energetica e nessun ulteriore ritardo. Senza politiche pre-redistributive tempestive e visibili, il rischio è duplice: fallire gli obiettivi climatici e perdere il consenso sociale necessario per raggiungerli.
Foto di Matthew Henry su Unsplash
*Giulia Colafrancesco è Senior Policy Advisor in ECCO










