Una scuola gentile. Perché gli agenti di cambiamento ne hanno bisogno

Vito Foderà

Chiamati a svolgere funzioni sempre più complesse supplendo spesso alle carenze dello stato, le organizzazioni del terzo settore, agenti di cambiamento, hanno acquisito molte competenze che tuttavia le hanno portate talvolta lontano dai loro valori. La scuola del ForumDD può costituire un accompagnamento “sensibile” ai sogni e alle visioni che li identificano. E che oggi rischiano di sbiadire

Nel 2018 l’Università di Oxford ha osservato 683 individui per indagare l’effetto della gentilezza sui livelli complessivi di felicità. Dopo una settimana di atti di gentilezza nei confronti di persone amiche e estranee, è stato rilevato un importante aumento del livello di felicità del campione. La gentilezza, dunque, fa bene. A tutti.

 

Parto quindi dal suggerire alla scuola del ForumDD un approccio gentile ai percorsi di accompagnamento rivolti agli agenti di cambiamento, credendo che questo sia, in primis, un augurio di felicità, nonché la strategia evolutiva migliore per vivere a lungo e in salute, oltre che felicemente.

 

Propongo questo approccio perché ritengo la gentilezza fondamentale sia per le persone che per i soggetti collettivi.

Nell’incapacità dello Stato di erogare determinati servizi, il terzo settore da anni è chiamato a svolgere funzioni sempre più complesse, e a gestire e realizzare interventi a favore di diritti negati a persone, comunità e territori. Le organizzazioni hanno dovuto imparare a co-progettare con soggetti pubblici o del mercato e per questo hanno dovuto acquisire competenze qualificate. Si sono professionalizzate, adattate, trasformate per rispondere alle nuove richieste. Adesso è importante capire quali mutazioni delle organizzazioni sono state in continuità con la loro missione originaria e quali no; quali le hanno portate a evolversi e quali a snaturarsi.

In entrambi i casi, nel ridefinire le proprie identità, molte organizzazioni hanno sviluppato una fragilità. Il peso crescente di burocrazie, urgenze, emergenze unito al fisiologico invecchiamento, mancato aggiornamento e scarsa formazione mette a rischio il sistema valoriale e relazionale su cui si fonda ogni comunità.

Così, mentre il sistema capitalistico promuove la narrativa dell’umanizzazione delle aziende, assistiamo a volte inconsapevoli alla aziendalizzazione delle organizzazioni, dimenticando che l’organizzazione sociale non è solo un soggetto, è anche il modo in cui i membri di una collettività stabiliscono relazioni.

 

Ed ecco la gentilezza. Non un semplice comportamento ma una reale e autentica “sensibilità” alle visioni e ai sogni, che oggi sono gli elementi più in pericolo. Non rilevanti per i finanziatori, gli enti e le contingenze, rischiano di essere ignorati e dimenticati anche all’interno delle organizzazioni. E mentre questo avviene, impegni e vincoli a volte frenano il cambiamento o lo instradano su percorsi carenti di risorse (non solo economiche) da destinare alla cura della mission.

 

Come fare dunque ad essere gentili?

Recuperando ad esempio la maieutica reciproca, quel “processo di esplorazione collettiva che prende, come punto di partenza, l’esperienza e l’intuizione degli individui” (Dolci, 1996 – La struttura maieutica e l’evolverci. Editore: La Nuova Italia).

In questo senso, la proposta di un modello di accompagnamento MOLTI a MOLTI dovrebbe tenere conto che tra i MOLTI possibili beneficiari ci sono sensibilità e porosità diverse. Molte organizzazioni fanno esperienza di interventi di sostegno, percorsi di supporto, di finanziamento… ma l’accompagnamento non sanno cosa sia. Forse allora andrebbe prevista una fase propedeutica UNO a UNO, di costruzione della relazione tra la scuola e i singoli, per conoscerne le fragilità che condizioneranno il percorso e le sensibilità che sono parte del capitale a rischio.

 

Gli agenti di cambiamento hanno bisogno di essere ascoltati. Di recuperare la fiducia nell’immaginario, di mantenere un punto di vista e una visione, di sperimentare costantemente il potere trasformativo delle pratiche. È una delle responsabilità di cui daSud si fa carico misurandosi in maniera seria e creativa con le contingenze. È faticoso. Ce lo ricordiamo ripetendoci le parole di Giuseppe Valarioti, intellettuale, insegnante e dirigente comunista di Rosarno, ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1980: “se non lo facciamo noi, chi deve farlo?”

 

Auguriamo alla scuola del ForumDD di riuscire in quella rivoluzione gentile per cui Danilo Dolci diceva che “occorre rispondere con nuove sperimentazioni per cui sia evidente che quanto ancora non è esistito in modo compiuto, può esistere. Occorre promuovere una nuova storia.”

Se non lo fate voi, chi deve farlo?

Vito Foderà è nato a Messina il 2 giugno 1981, ed è papà di Libero dal 2021. -Ha studiato scienze internazionali e diplomatiche e si è poi qualificato come esperto multimediale per la comunicazione internazionale. Ha lavorato in tv come, inviato, conduttore, autore, consulente, creativo, producer, regista. Ha sconfinato nella Realtà Virtuale e oggi si dedica a documentari  e sviluppo di storytelling immersivo. L’unica dimensione capace da sempre di tenere assieme le sue passioni, i suoi desideri e il suo impegno, è daSud.
Foto da Unsplash
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