«Tempo di alleanze, non è inevitabile che gli squilibri generino regresso sociale»

Intervista a Fabrizio Barca, economista e politico, tra i promotori del Forum diseguaglianze, nato a febbraio, cui aderisce anche Caritas. 

 

Intervista di Paolo Brivio. 

Fabrizio Barca, statistico ed economista con prestigiosi incarichi in istituzioni nazionali e internazionali, un recente passato di militanza politica nel Pd, un’esperienza da mini- stro per la coesione territoriale nel go- verno Monti, è tra i promotori e gli ani- matori del Forum disuguaglianze e diversità (cui sin dagli inizi – metà febbraio 2018 – e insieme ad altre sette organizzazioni aderisce anche Caritas Italiana). Il professor Barca ha incrociato spesso, nella sua vita di studioso, il tema delle diseguaglianze. Ora, ritiene, è venuto il momento di unire le forze, per disegnare politiche pubbliche e azioni collettive che ne contrastino l’abnorme ampliamento.

Professore, viviamo in un’epoca di diseguaglianze socio-economiche crescenti. Dobbiamo rassegnarci a essa, nonché ai risentimenti sociali e alle strumentalizzazioni politiche che genera?

 

Dipende da noi. Non c’è nulla di inevitabile nel fatto che le grandi disuguaglianze si traducano in regressione sociale. Lo fanno, perché c’è sempre qualcuno che è pronto a intercettare e l’insoddisfazione sociale e a tramutarla in risentimento per gli “altri”. Ma è possibile anche che si coagulino forze culturali che traducano il conflitto generato dagli squilibri in un movimento opposto. Nella storia, le enormi disuguaglianze del primo capitalismo sono state superate traducendole in rabbia qualche volta, in altri casi momenti in momenti di avanzamento sociale. Ai nostri giorni non sta avvenendo. Ma è possibile che avvenga.

Dopo le guerre mondiali, per alcuni decenni all’interno delle società europee e occidentali si era assistito a una diffusa ed equilibrata distribuzione di risorse e ricchezze. Parentesi storica inedita e irripetibile?

 

In ognuno di noi esistono due componenti: l’apertura agli altri, che trova soddisfazione nel migliorare le cose del mondo, e l’orientamento autocentrico, che può condurre alla deriva della chiusura in microcomunità. Nel dopoguerra, la batosta causata dai conflitti mondiali era diventata un vaccino fortissimo, tanto forte da farci trovare la forza di costruire il welfare. Poi ci siamo seduti, e non è casuale che ci si trovi nella situazione attuale. Ma guardando alla storia vediamo che è possibile riprendere il cammino.

Quando si è inceppato il meccanismo redistributivo? E a causa di quali fattori, in prevalenza? Primato della finanza? Accelerazioni del digitale? Competizione globale? Insostenibilità del welfare assistenziale “di massa”?

 

A causa di tutte queste componenti. Compresa la globalizzazione, pur con i suoi effetti straordinariamente positivi. Questi fenomeni hanno sfidato il modo in cui ci eravamo organizzati. Noi non solo non abbiamo risposto in maniera appropriata, ma abbiamo costruito politiche neo-liberali che dicono: «Non abbiamo più bisogno dello stato, ci pensano le grandi corporation». L’intelligenza necessaria per decidere cosa fare, dove investire, in quali territori, in quali industrie, in quali tecnologie, ce l’hanno le grandi corporation. È stata compiuta un’attiva scelta di rinunzia all’esercizio di una funzione pubblica collettiva. Questa è l’autentica determinante delle diseguaglianze. Anche la prima grande automazione, quella fordista, con il suo bisogno di operai abili – anzi, di formiche –, poteva apparire inevitabile. Eppure l’umanità, organizzandosi, ha saputo trasformarla in una liberazione, operando per la riduzione del numero delle ore di lavoro e dall’asservimento in fabbrica.

 

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L’articolo è stato pubblicato nel numero di Italia Caritas – ottobre 2018. Sul sito della Caritas è possibile leggere tutti i numeri della rivista.

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