Scuola, la lezione delle donne

Dall’inizio della pandemia di Covid 19 professoresse, maestre e mamme tengono in piedi il sistema dell’istruzione. Si tratta della faticosa costruzione di un’alleanza educativa tra docenti e genitori, con ruoli distinti, nel rispetto reciproco. Ed è l’inizio di un cambio di direzione

Dall’inizio di marzo milioni di incontri, in Rete e al telefono, collegano le nostre case. Sono, in larghissima maggioranza, incontri tra donne. Tra mamme e maestre e professoresse, che sono l’82% di chi insegna. In un Paese spesso disattento e litigioso, ogni giorno vi è un rito, dedicato al rispetto tra persone e al diritto e al dovere allo studio: “Buongiorno, come sta signora?”, “Buongiorno, professoressa”, “Grazie maestra”. E poi: motivare i ragazzi, finire bene il collegamento, raggiungere ogni compagno, dare indirizzi di ricerca e di studio, capire quanto e come s’impara. Si tratta della faticosa costruzione di un’alleanza educativa tra docenti e genitori, con ruoli distinti, nel rispetto reciproco.

 

È un inizio di cambio di direzione: dopo anni di incomprensioni e conflitti tra case e scuole vi è un ri-conoscimento, in senso proprio, e anche una riconoscenza. Non sono rose e fiori. Vi è un lungo lavoro da fare. Ma l’autorevolezza della scuola guadagna terreno. E non lo fa con piedistalli sotto le cattedre o telecamere nei corridoi, ma ricostruendo il rispetto dei genitori grazie all’impegno straordinario di chi la scuola la fa ogni giorno e all’arte del dialogo.

 

Così, soprattutto le donne italiane hanno tenuto in piedi il sistema d’istruzione, con spirito repubblicano. Quanto sarebbe importante che una sera di giugno, alla fine dei telegiornali, il governo dicesse grazie a scuole e famiglie e, in particolare, alle donne italiane per questa prova quotidiana di tenuta educativa.

 

Non è un’opera “tecnica”, relativa a connessioni, device, app. Certo, le scuole hanno fatto arrivare a casa migliaia di tablet e computer, ricaricato schede, costruito ponti con una rete spesso traballante o inesistente, pagato abbonamenti a chi non aveva mezzi. Purtroppo, ancora adesso, non sono cose riuscite ovunque, nonostante l’impegno di dirigenti, docenti, Comuni, terzo settore. E non è un’opera soltanto di didattica a distanza. Chi insegna sa che questa è una necessità e un’opportunità ma che non può sostituire la ricchezza della vita in classe, la socialità tra coetanei, la circolarità complessa dell’imparare umano.

 

Eppure – in un Paese tra i più arretrati in materia e con i docenti più vecchi dell’Ocse – la maggioranza degli insegnanti impara in fretta, con l’aiuto dei colleghi e, spesso, dei ragazzi stessi, figli, alunni. Non solo. Moltissimi gruppi di docenti considerano l’esperienza che gli alunni stanno vivendo come qualcosa che va ben oltre il digitale, che suscita paure, fatiche e spaesamenti relativi all’idea del futuro (che non hanno vissuto i loro genitori o nonni) e, al contempo, maturazione, resilienza, accresciuta responsabilità e cooperazione. E registrano che apprendono moltissimo in una situazione nella quale il sapere dell’umanità e i paradigmi della complessità sono entrati come mai prima in ogni casa: scienze, economia, filosofia, psicologia, sociologia, antropologia, letteratura, statistica, matematica, religione, politica, diritto. Così cresce in tanti gruppi di docenti la spinta a ripensare la scuola, con le “materie” che si parlano l’un l’altra e richiedono maggiore attenzione al rigore delle discipline e ai loro nessi reciproci.

 

Non è un’Italia semplice nella quale succede tutto questo. Dei 9,8 milioni di alunni, 2,2 già vivevano in povertà relativa e altri 1,2 in povertà assoluta. Ora, purtroppo, 1 milione in povertà relativa sta rapidamente cadendo in povertà assoluta e altrettanti, che vivevano sopra la soglia di povertà, non vi rimarranno. E, poi, ci sono 273.000 bambini e ragazzi con disabilità e fragilità e 819.000 stranieri.

 

Il lavoro dei docenti per raggiungere ognuno è stato enorme. Migliaia di storie lo raccontano e chiedono di poter continuare. Non è certo il “6 politico” – non si sa perché evocato, dato che è uscito di scena oltre 30 anni fa – il tema di chi fa scuola. È, piuttosto la fondata paura che l’impoverimento generale e le difficoltà nell’organizzare a settembre la scuola in sicurezza spingano un terzo dei nostri ragazzi fuori dal diritto a imparare, ai margini della coesione sociale. Come ha scritto il Forum Disuguaglianze Diversità: “Si è parlato di salute, e, poi, di economia. I due grandi assenti sono stati: la crisi educativa e la crisi sociale, i due ambiti che connotano la vita delle e tra le persone e le generazioni”.

 

Vi è, dunque, l’urgenza politica di rispondere alla crisi educativa. I docenti e i genitori lo chiedono. La comunità nazionale deve ora dare forza alle scuole e all’alleanza tra Comuni, scuole e civismo educativo per raggiungere presto tutti i ragazzi rimasti lontani o indietro. È finalmente tempo di rendere la scuola strutturalmente rigorosa, innovativa, inclusiva. Perciò, la spesa in istruzione, crollata al 3,5% in rapporto al Pil, deve subito rientrare nella media dell’Unione Europea, al 4,5%. E almeno il 15% degli investimenti dei prossimi anni, dedicati alla ripartenza, vanno destinati alle comunità educanti, a scuola e fuori. È condizione per una ripartenza duratura e le decisioni in cantiere dell’Ue non solo lo consentono, lo suggeriscono. “Se non ora, quando?”.

* Questo articolo è stato pubblicato su Repubblica online l’1 giugno 2020.
* Photo by Javier Sierra on Unsplash.
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