Riduzione dell’orario di lavoro: due motivi per agire subito e in modo permanente

Si parla in questi giorni di riduzione dell’orario di lavoro, soprattutto come risposta alla necessità di favorire il distanziamento sociale. Tuttavia ci sono almeno altri due motivi che giustificano la necessità di rendere tale misura permanente. Un contributo di Filippo Belloc e Maria Alessandra Rossi* 

Ridurre l’orario di lavoro? È una misura che potrebbe essere contenuta nel Decreto legge di maggio, sostenuta dalla ministra del lavoro Nunzia Catalfo e dal comitato tecnico del Ministero per l’Innovazione. La riduzione di orario dovrebbe essere sostanziale e a parità di salario mensile. L’intervento pubblico, nella forma di un contributo il cui onere complessivo per lo Stato sarebbe compensato dalla riduzione della spesa per la CIG, garantirebbe margini di fattibilità. L’obiettivo principale è favorire il distanziamento fisico tra i lavoratori nel perdurare della crisi sanitaria.

 

La proposta si rivolge direttamente al problema della sicurezza dei luoghi di lavoro, nella fase di un elevato rischio di contagio, e non tiene conto delle dinamiche di lungo periodo che possono renderla ancora più conveniente, come è sottolineato in un recente intervento sul ForumDD di Ugo Pagano.

 

L’ipotesi allo studio del governo è pensata solo come misura temporanea per ridurre i rischi di contagio. Ci sembra tuttavia che ci siano almeno due validi motivi per giustificarne un’applicazione permanente. Entrambi hanno a che fare con i cambiamenti che da tempo attraversano il mercato del lavoro, su cui la crisi sanitaria si innesta come acceleratore.

 

Il primo motivo attiene alla necessità di redistribuire il tempo di lavoro, in ragione dell’iniquità delle condizioni occupazionali che già frammentano il mercato del lavoro e che la crisi sta approfondendo. Mentre i lavoratori legati a imprese più resilienti sono i meno esposti al rischio di subire gravi conseguenze occupazionali, milioni di altri individui si trovano in una situazione di grande fragilità. Non solo è verosimile attendersi una flessione delle posizioni per loro natura contrattuale già esposte alla variabilità della situazione macroeconomica congiunturale, ma cresce inoltre l’incertezza per le posizioni a tempo indeterminato, una volta che sarà cessata la sospensione dei licenziamenti prevista dal DL “Cura Italia”. Le conseguenze di una dissoluzione anche solo di una parte di queste posizioni lavorative (analisi recenti stimano fino a quasi 4 milioni i lavoratori a rischio) saranno drammatiche: in termini quantitativi, come riflesso dei posti di lavoro distrutti e della risposta assistenziale che dovrà essere messa in campo; e in termini qualitativi, nella forma di una dispersione di quelle competenze umane, produttive e relazionali alla base della coesione sociale prima ancora che della ripresa economica. La riduzione dell’orario di lavoro libera spazio occupazionale nelle imprese che si trovano nella condizione di poter domandare lavoro, e dunque crea un’opportunità di partecipazione sociale, oltre che di sostentamento economico, per quanti hanno già subito o subiranno le conseguenze occupazionali della crisi. Per tutti, inoltre, essa consente di riassorbire la contraddizione tra “bisogno” di lavoro e “bisogno” di tempo per la cura della famiglia; contraddizione che la crisi ha solo acuito.

 

Il secondo motivo per rendere permanente la riduzione dell’orario di lavoro è dare una risposta coerente ai fenomeni di lungo periodo di digitalizzazione dei processi produttivi, che hanno ridotto in modo significativo il rapporto tra tempo di lavoro e valore del prodotto in molti settori. Accanto a ciò, sono da tempo ben documentate le dinamiche di disoccupazione tecnologica associate all’automazione, con la scomparsa di molte tipologie di occupazione, che i rischi sanitari non possono che accentuare. La riduzione dell’orario contribuirebbe a sostenere la mobilità inter-settoriale dei lavoratori nel sistema produttivo, creando spazi in grado di agevolare una redistribuzione del lavoro coerente con la trasformazione tecnologica in atto.

 

Chiaramente, sono molteplici gli aspetti che andranno considerati nella definizione di una nuova cornice normativa (la quantificazione della riduzione di orario e dei suoi effetti economici, la progettazione dei dispositivi di partecipazione pubblica, il ruolo della contrattazione collettiva). Ma la direzione del cambiamento che la riduzione di orario indurrebbe ci appare certamente desiderabile, ancor più in questo momento così eccezionale e drammatico.

*Filippo Belloc è Professore Associato di Economia Pubblica presso l’Università di Siena. Si occupa di corporate governance e di economia dell’innovazione tecnologica.
Maria Alessandra Rossi è Professore Associato di Politica Economica presso l’Università di Chieti-Pescara e Partner di Progetto del ForumDD. Si occupa di analisi economica dell’innovazione e di politica economica della concorrenza e della regolazione.
Photo by Pop & Zebra on Unsplash
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