Riduzione dell’orario di lavoro come politica industriale

La proposta di ridurre l’orario di lavoro a parità di salario può avere effetti positivi che vanno al di là della sola emergenza sanitaria. Oltre a favorire il bilanciamento famiglia-lavoro e la ridistribuzione dei tempi di lavoro può sostenere la crescita della produttività, soprattutto se accompagnata da misure a sostegno di formazione e upgrading tecnologico. Un contributo di Alessandro Arrighetti e Fabio Landini*

L’emergenza COVID-19 pone sfide rilevanti per l’organizzazione del lavoro. Tra queste vi è la necessità di ridefinire i modelli produttivi al fine di garantire un adeguato distanziamento fisico tra lavoratori, senza però compromettere l’equilibrio dei conti economici delle imprese. A tale proposito il Decreto legge di maggio potrebbe includere una proposta riguardante la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario mensile. L’incremento dei costi per le imprese sarebbe parzialmente compensato da un finanziamento pubblico, cui si aggiungerebbe un incentivo per le nuove assunzioni. L’obiettivo è di consentire un margine più ampio per la rotazione dei turni di lavoro, garantendo al contempo un risparmio per le finanze pubbliche. Il costo complessivo per lo Stato, infatti, sarebbe più che compensato dalla riduzione della spesa per la CIG.

 

Alcuni recenti lavori pubblicati sul DD Forum hanno messo in evidenza che, oltre ai vantaggi appena citati, questo intervento potrebbe averne altri. Ugo Pagano si è soffermato sull’effetto di tale misura sul bilanciamento della vita famigliare e lavorativa. Filippo Belloc e Alessandra Rossi hanno sottolineato il fatto che la riduzione dell’orario di lavoro può determinare una più equa redistribuzione dei tempi di lavoro tra imprese. In questo contributo vorremmo aggiunge un ulteriore spunto di riflessione, analizzando l’effetto di un simile intervento sulla dinamica della produttività.

 

In un recente lavoro abbiamo evidenziato come negli ultimi decenni l’industria manifatturiera italiana si sia caratterizzata per un forte incremento dell’eterogeneità tra le singole unità produttive. Alcune imprese (tra il 18% e il 21% del totale) hanno intrapreso un percorso di innovazione e marcata crescita dell’efficienza. Altre (37-39%) hanno preferito adottare scelte più caute, limitando investimenti e costi del lavoro, con effetti negativi sulla produttività. A metà fra questi due estremi esiste un terzo gruppo di imprese intermedie (42%) che si è caratterizzato per un non chiaro orientamento strategico, né in termini di crescita della qualità, né in un’ottica di riduzione dei costi. Queste evidenze ci hanno portato a concludere che il “declino” del sistema manifatturiero italiano non è in realtà l’esito di un progressivo e omogeneo rallentamento di tutte le unità produttive. Piuttosto, è la risultante di un effetto composizione tra performance molto eterogenee.

 

Se questo è il quadro di riferimento, che effetto può avere la riduzione dell’orario di lavoro sulla dinamica della produttività industriale? Dal punto di vista teorico esistono argomenti sia a sostegno di un probabile effetto positivo, che di un effetto negativo. I primi si concentrano sul fatto che la riduzione dei tempi di lavoro crea incentivi per l’adozione di cambiamenti organizzativi finalizzati ad un più intenso utilizzo del fattore lavoro. Secondo questo argomento la crescente meccanizzazione dei processi produttivi e l’adozione di pratiche manageriali sempre più sofisticate sono i principali fattori che spiegano la correlazione tra riduzione dei tempi di lavoro e crescita economica che ha caratterizzato l’evoluzione storica del capitalismo. All’opposto, la posizione pessimista individua nei costi organizzativi associati all’assunzione di nuovo personale non formato, che andrebbe a compensare le ore “liberate” dai dipendenti a tempo ridotto, come uno dei vincoli principali alla crescita della produttività. In generale, l’evidenza empirica suggerisce che in buona parte dei casi gli effetti positivi siano comunque predominanti rispetto a quelli negativi.

 

Se applichiamo questi argomenti al caso del manifatturiero italiano si possono derivare due principali conclusioni. La prima è che la riduzione dell’orario di lavoro, anche se motivata dall’emergenza sanitaria, può rappresentare un’opportunità importante per favorire lo spostamento di una quota di imprese dal gruppo delle intermedie, a quello delle innovative. L’assenza di chiari incentivi al cambiamento organizzativo e all’innovazione e la possibilità di ricorrere massicciamente a contratti di lavoro non-standard ha infatti rappresentato uno dei principali fattori che negli ultimi decenni ha favorito l’adozione di strategie competitive più orientate al contenimento dei costi che alla crescita della produttività. Questo limite può essere in parte compensato da un intervento che “forza” le imprese a ripensare l’organizzazione del loro lavoro in un’ottica di maggiore efficienza. In questo senso la definizione da parte dell’impresa di piani di breve-medio termine volti all’ampliamento della matrice tecnologica (materiale e immateriale) e di aggiornamento della gamma dei prodotti offerti dovrebbe essere tra le priorità dell’intervento pubblico di sostegno alle imprese. I risultati prevedibili sarebbero a) sollecitare le imprese ad abbandonare la strategia intermedia per indirizzarsi verso condotte più marcatamente innovative e di crescita della produttività e b) di ottenere incrementi di efficienza e accrescimento del capitale umano in grado di più che compensare la riduzione delle ore lavorate.

 

La seconda conclusione è che, soprattutto per le imprese più piccole, la riorganizzazione che si rende necessaria in risposta alla riduzione dell’orario di lavoro richiede competenze e risorse che le imprese porrebbero non avere. Per questo, deve essere accompagnata da misure volte a favorire sia la formazione dei dipendenti e la consulenza manageriale, che contribuire a investimenti in upgrading tecnologico. E’ opportuno immaginare, inoltre, che una componente non piccola del sostegno pubblico dovrebbe essere destinata, quando la ripresa si sarà avviata, a finanziare un esteso programma di formazione dei nuovi assunti che, come è stato ricordato, rappresenta uno dei costi più rilevanti sostenuti dall’impresa nel caso di riduzione delle ore di lavoro. Le risorse per finanziare queste misure potrebbero essere ottenute dai risparmi generati da un minor ricorso alla CIG e da un ridotto fabbisogno per forme di assistenza destinate alla conciliazione famiglia-lavoro come i bonus babysitter.

 

Se la combinazione di queste misure ha successo, i risultati per la dinamica della produttività industriale potrebbero essere rilevanti. Una simulazione svolta utilizzando i dati a nostra disposizione ha messo in evidenza che sarebbe sufficiente il trasferimento del 6,2% delle imprese intermedie al gruppo delle innovative per ottenere un punto percentuale di crescita della produttività aggregata.

*Alessandro Arrighetti è Professore Ordinario in Economia Applicata presso l’Università di Parma e Presidente della Società Italiana di Economia e Politica Industriale. Si occupa di dinamica strutturale dei settori, demografia imprenditoriale e cooperazione tra imprese.
Fabio Landini è Professore Associato in Politica Economia presso l’Università di Parma e Affiliate del centro di ricerca ICRIOS dell’Università Bocconi. Si occupa di dinamiche industriali, economia dell’innovazione, analisi economica delle istituzioni ed economia comportamentale.
*Photo by Andreas Klassen on Unsplash
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