Quattro settimane per un’Europa più giusta

Articolo pubblicato sul blog del Forum Disuguaglianze Diversità all’interno dell’Huffington Post il 30 aprile 2019. 

Mancano quattro settimane alle elezioni europee. Oltre 51 milioni di italiani, con oltre 350 milioni di cittadini di tutta Europa, potranno votare per eleggere il nuovo Parlamento dell’Unione Europea. E’ un’occasione unica per correggere la rotta di questi lunghi anni di errori e riportare l’Unione sulla strada della giustizia sociale.

 

Abbiamo alle spalle una fase in cui l’Unione è sembrata tradire la sua stessa ragione d’essere: dare a ogni cittadino pari opportunità, assicurare che ognuno di noi europei si identificasse con la sorte di tutti gli altri, dare vita a una comunità politica, economica e sociale fondata sui valori di pace e solidarietà.

 

E così le disuguaglianze hanno smesso di scendere, anzi si sono spesso accresciute. I ceti più vulnerabili hanno visto peggiorare le loro condizioni e disconoscere il proprio ruolo. Sono cresciute rabbia e risentimento che, in assenza di progetti convincenti di emancipazione sociale, hanno dato vita a forti tentazioni autoritarie.

 

Dell’Unione abbiamo bisogno. Per continuare a vivere in pace, dopo secoli di conflitti. Per tenere vive le nostre culture. Per dare opportunità ai giovani. Per raggiungere la massa critica necessaria per pesare nello scenario mondiale e contrastare i monopoli privati che concentrano conoscenza, ricchezza e potere. Ma un cambiamento radicale di rotta è indispensabile, che risponda al senso di ingiustizia di grandi masse di cittadini. E che riguardi tre terreni. Il terreno dello Stato sociale, in cui l’Unione non può solo declamare diritti, ma deve avere la volontà e gli strumenti per assicurarli, per dare un senso alla domanda e alla promessa di “cittadinanza europea”. Il terreno della giustizia ambientale, dove l’Unione ha tutte le carte per essere all’avanguardia nella transizione energetica, assicurandosi che i primi beneficiari siano i ceti più deboli. E il terreno dei meccanismi di funzionamento del capitalismo, dove l’Europa può fermare l’attuale processo di concentrazione di ricchezza, ridare potere al lavoro e orientare il cambiamento tecnologico alla giustizia sociale.

 

Su questi tre terreni misureremo l’impegno di chi si candida al Parlamento Europeo. Ma non bastano più le parole. E’ necessario per noi sapere quali impegni, quali battaglie i nostri eletti si impegnano a condurre nel Parlamento in cui lavoreranno.

 

Ecco allora che sul terreno dello stato sociale e su quello della giustizia ambientale la cartina di tornasole è ben rappresentata dal Rapporto Uguaglianza Sostenibile prodotto da una Commissione Indipendente per conto del Gruppo al Parlamento Europeo Socialisti&Democratici, che in molti paesi è diventato un punto di riferimento del confronto politico. Quali delle molte proposte del Rapporto si considerano prioritarie preparandosi a farne l’oggetto della propria attività parlamentare? Forse la protezione sociale di base che garantisca a tutti i cittadini e le cittadine, durante l’intero ciclo di vita, accesso alle cure sanitarie essenziali e alla sicurezza del reddito di base, e un accesso effettivo a beni e servizi necessari? Forse un piano per l’equità retributiva che miri a una riduzione delle disuguaglianze di reddito? Forse la revisione delle norme e delle procedure di bilancio esistenti nell’ambito di un nuovo ampio patto per lo sviluppo sostenibile, combinando parametri di bilancio, sociali e ambientali e obiettivi vincolanti? Queste sono le domande alle quali nelle prossime quattro settimane ci interessa avere una risposta.

 

 

Per quanto riguarda l’azione volta a modificare i meccanismi di formazione della ricchezza, pure toccato dal suddetto Rapporto, il Forum Disuguaglianze e Diversità è andato in profondità. Attraverso due anni di lavoro, 30 seminari e il contributo di oltre cento ricercatori, ha prodotto “15 Proposte per la giustizia sociale”, presentate lo scorso 25 marzo a Roma. Le proposte riguardano i seguenti tre meccanismi di formazione della ricchezza: cambiamento tecnologico, relazione lavoro–capitale e passaggio generazionale. Meccanismi per il cui cambiamento l’Unione può avere un ruolo assai importante.

 

La natura globale del cambiamento tecnologico impone un forte impegno su scala extra-nazionale. L’internazionalizzazione è anche necessaria per scongiurare la deriva di soluzioni nazionali che mirino a recuperare giustizia sociale a scapito dei ceti deboli di altri paesi, con spirali ingiuste e pericolose. L’Unione Europea è l’ambito entro cui muoversi per raggiungere la massa critica necessaria per poter pesare politicamente a livello internazionale e per incidere su alcune grandi scelte tecnologiche. In particolare, di fronte allo strapotere di USA e Cina in campo tecnologico e ai loro due modelli di governo del digitale – entrambe fondati sulla concentrazione dei poteri – l’Europa ha la carta della cultura dell’inclusione, delle comunità, della conoscenza come patrimonio comune. Non sono parole leggere, perché si traducono in fatti pesanti. Basti pensare al modello di ricerca pubblica dell’Unione volto alla produzione di open science e al Regolamento Generale per la Protezione dei Dati, che colloca l’Unione all’avanguardia nel tentativo di costruire una tutela dei diritti digitali. Si tratta di sfruttare questo potenziale con un radicale cambio di strategia politica, con una “Nuova Europa”.

 

Ecco dunque il ruolo decisivo che l’Unione Europea può svolgere nell’attuare due delle quindici proposte avanzate dal Forum. In primo luogo, l’azione per accrescere l’accesso libero alla conoscenza, intervenendo sull’accordo TRIPS del 1994 (che esaspera la protezione dei diritti di proprietà intellettuale) e costruendo alleanze per un nuovo accordo in tema di salute che eviti di violare sistematicamente l’obiettivo riconosciuto del “più alto livello di salute raggiungibile”. In secondo luogo, una forte iniziativa per muovere dalla straordinaria rete europea di mille infrastrutture pubbliche di ricerca e mirare alla creazione di hub tecnologici pubblici o pubblico-privati impegnati anche nella fase dell’innovazione e commercializzazione dei prodotti, contrastando così i grandi monopoli privati sul terreno del mercato.

 

Il ruolo dell’Unione può essere di forte rilievo anche nel facilitare altre proposte che hanno invece una scala nazionale o locale. Ciò può avvenire per la costruzione di una sovranità collettiva su dati personali e algoritmi, sfruttando e sviluppando il ruolo avanzato di regolazione dell’Unione, per il disegno di strategie di sviluppo rivolte ai luoghi che mirino a sollevare dall’abbandono aree fragili, interne e periferiche, sfruttando e sviluppando la cornice europea della politica di coesione, e per orientare le politiche di sostenibilità ambientale a favore dei ceti deboli. E ancora per le proposte che riguardano il potere negoziale e di controllo del lavoro o i criteri di giustizia sociale con cui valutare l’operato delle Università.

 

Mancano quattro settimane alle elezioni europee. C’è il tempo per ascoltare dai candidati gli impegni su queste proposte e sulle alleanze che pensano di costruire nel Parlamento Europeo per farle progredire. Noi siamo a disposizione per discuterne e per dare conto di ogni impegno e di ogni idea che muova in queste direzioni.

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