Poveri a chi?

Poveri a chi?

Un piccolo volume in cui la ricerca sociologica si intreccia alle esperienze sul campo che hanno avuto successo nel contrasto alla povertà nel territorio di Napoli e si propongono come esempi per sperimentazioni in altri territori italiani.

Il libro “Poveri a chi?” Napoli (Italia) scritto da Enrica Morlicchio, docente di Sociologia dello sviluppo all’Università Federico II e da Andrea Morniroli, della Cooperativa sociale Dedalus di Napoli, in qualche modo anticipa una delle motivazioni di fondo che hanno portato alla costituzione del “Forum sulle Disuguaglianze e sulle diversità”. Infatti, l’analisi della povertà, delle politiche per contrastarla e delle similitudini con altre parti del Paese, viene realizzata intrecciando per tutto il libro i saperi e le storie che arrivano dal fare sociale di Morniroli con la riflessione accademica di Morlicchio.

 

I due autori non solo offrono una particolare chiave di lettura dei fenomeni analizzati ma affermano con forza l’urgenza di rimettere al centro dell’attenzione le persone e non i problemi che esse si trovano ad affrontare.

Poveri a chi?

Se i poveri sono il problema

 

In questi ultimi anni l’Italia ha vissuto un pesante arretramento culturale sul terreno dei diritti che tra i primi effetti ha determinato anche un vero e proprio ribaltamento di paradigma: per la politica e per i decisori pubblici il problema principale non è stato più quello della riduzione della povertà, ma quello di «come trattare» i poveri. Un processo che ha via via colpevolizzato le persone in difficoltà economiche quasi fossero esse stesse le principali responsabili della loro situazione. Un meccanismo, cinico e astioso, alimentato da una sorta di negazione dei poveri ridotti in subcategorie e così privati anche della loro stessa umanità. In tale meccanismo biografie e nomi propri delle persone sono scomparsi. Di volta in volta si parla di matti, di prostitute, di tossici ma mai dei tanti Gennaro e Mario o delle tante Jennifer e Maria. Perché negare le persone favorisce la loro mercificazione. Tranquillizza chi volta la testa dall’altra parte o scarica la propria rabbia sull’altro, differente o più debole o preoccupante. Aiuta gli amministratori, soprattutto quelli democratici e di sinistra, a proporre interventi repressivi o di allontanamento di marginali.

 

E così, nel libro, l’analisi si collega, parte e si intreccia con storie reali, mettendo in luce le criticità, le fatiche ma anche le tante risorse che spesso si nascondono negli interstizi più duri della marginalità e del disagio. In un racconto che non mette da parte l’empatia, facendo del riconoscimento dell’altro, della sua soggettività, delle sue ragioni, percezioni, emozioni la chiave di lettura del problema.

Un tentativo di immaginazione politica

 

Il libro non ha la pretesa di essere esaustivo ma si sofferma su casi, storie e spunti di analisi che sono stati scelti sia per i cambiamenti di prospettiva che suggeriscono, sia per quello che restituiscono in termini di umanità, anche quando questa viene negata da meccanismi di rimozione, di reificazione o di esclusione messi in atto da persone e istituzioni. Un libro che propone un’analisi che sa nutrirsi di «immaginazione sociologica» (cioè di quel sentimento, teorizzato mezzo secolo addietro da Charles Wright Mills, che insegna a «guardare la realtà con occhi diversi»), ma anche di fare appello alla «immaginazione del cuore» invocata dalla poetessa polacca Wisława Szymborska che ci aiuta a entrare in contatto con le emozioni (rifiuto, compassione, accoglienza, disgusto) che la presenza dei poveri può suscitare nella convinzione che senza il ricorso a questi due tipi di immaginazione risulterebbe più difficile l’esercizio della stessa «immaginazione politica», vale a dire della capacità di tematizzare i problemi delle persone come problemi pubblici.

 

Infine, va sottolineato come il libro pur parlando di Napoli descrive dinamiche e  fenomeni che riguardano l’insieme del Paese. In primo luogo perché la povertà nel Sud non è questione che può considerarsi come locale, pena il depotenziamento di ogni ipotesi di aumento del benessere italiano nel suo complesso. In seconda istanza, perché la metropoli partenopea può diventare un laboratorio per la costruzione di politiche sociali e di contrasto alla povertà da utilizzare anche in altre parti di Italia. Un affermazione che può sembrare un azzardo se si considera solo la debolezza del sistema di welfare campano e il più generale disinteresse delle istituzioni per i temi trattati, ma che diventa invece credibile se si riesce a guardare a quell’importante reticolo di esperienze pubbliche e del privato sociale, spesso in modo integrato tra loro, che pur in tale contesto propongono idee e riescono a inventare – a volte magnifiche e fragili invenzioni – pratiche di lavoro sociale. Un insieme di competenze e saperi che, proprio perché sopravvissuto in un contesto così difficile, spesso in solitudine e inascoltato, può essere utilizzato come cornice per la definizione di interventi e servizi declinabili su altri territori. Non si tratta solo di competenze tecniche e professionalità specifiche, ma anche di quella creatività e flessibilità dell’agire e del pensare che in molti casi è stata la vera e prima risorsa che ha determinato la continuità di tali iniziative. Insomma da Napoli, come da altre parti del Mezzogiorno, possono arrivare informazioni e modelli utili a supportare altre parti del Paese, apparentemente più forti ma spesso meno abituate a fare i conti con la precarietà e l’assenza di un futuro certo. Se ciò iniziasse a essere percepito si comincerebbe a mettere un argine alle tentazioni di separazione e paternalismo con cui troppo spesso dal Nord si guarda e si parla del Meridione.

Photo Credits: Foto di copertina di Emilio Morniroli

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