Per essere agenti di cambiamento bisogna essere ribelli e innovatori. E accogliere vulnerabilità e fallimenti

Cristina Alga

Cosa significa essere agente di cambiamento? Quali sono le caratteristiche che una scuola rivolta ad agenti di cambiamento deve avere? Cristina Alga, che si occupa di progettazione e politiche culturali, e anima il patto educativo Kalsamare a Palermo ci offre il suo punto di vista 

Da alcuni anni seguo gli insegnamenti di un maestro zen vietnamita che si chiama Tich Naht Han, uno dei più importanti che ho appreso dai suoi scritti e dalla pratica di meditazione è il concetto buddista di “anicca” che viene solitamente tradotto con il termine impermanenza. L’impermanenza ci dice che ogni cosa, come le cellule del nostro corpo, è in continuo, perenne mutamento, la gioia e la sofferenza durano un tempo, il pianeta su cui viviamo è in costante trasformazione. Faccio questa premessa perchè penso che essere agente di cambiamento significhi prima di tutto credere il cambiamento possibile ed io non credo ma so che è profondamente vero. Sono nata in un’isola in cui domina un’attitudine storico-culturale alla rassegnazione, la terra del “tutto cambia perché tutto rimanga come è” e per le generazione nata negli anni 70 come la mia e quelle successive è stato un percorso l’emanciparsi dalla fede nell’immobilità. Per fortuna ho avuto la fortuna e l’opportunità di conoscere diversi altri ed altre che hanno creduto e credono possibile il futuro; mi viene in mente Danilo Dolci che ha intitolato un suo libro proprio “inventarsi il futuro” quasi una provocazione oggi più che mai attuale.

 

Ma cosa accomuna le persone che mi sento di definire agenti di cambiamento? E’ una bella domanda cui non è facile rispondere senza cadere nella retorica escatologica della missione. C’è passione civile certo, c’è attivismo, attitudine a non accettare le cose così come sono ma farsi domande, indagare, confliggere quando necessario. Oggi mentre scrivo è il 19 luglio, sono trenta anni a Palermo dalla strage di via d’amelio, non posso non pensare alla famosa frase di Paolo Borsellino: “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perchè il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”. Ecco una frase così penso che potrebbe essere caratteristica comune degli agenti di cambiamento, poi ognuno declina e interpreta in modo peculiare al contesto e alla propria personalità ma in comune credo ci sia questo bisogno di ribellione, parola che amo molto, letteralmente i ribelli sono coloro che dopo essersi arresi si riarmavano contro il vincitore e chi lavora per il cambiamento ha questi movimenti di apparente resa e poi di nuovo ad andare incontro a ciò che accade per indirizzare il cambiamento. Stare nelle cose è fondamentale, e avere tempo! Il tempo si trova anche imparando a fare le cose meglio e insieme il che significa capacità organizzative e relazionali. Aggiungo senza dubbio risorse per poter sperimentare, provare cose e rischiare di sbagliare. Come organizzazione serve anche costruire rilevanza per interagire con un riconoscimento da parte delle istituzioni, il cambiamento, direi l’innovazione amministrativa è necessaria e conditio sine qua non del cambiamento sistemico e duraturo.

 

Proprio partendo da queste considerazioni credo che una scuola ci serva tantissimo. Una scuola super multidisciplinare che sia anche piattaforma di incontro e connessione a lungo termine, una scuola dove teoria e prassi convivono, si mescolano e sono messe sullo stesso piano e si pensa e si fa, si muove il corpo e il pensiero, si lavora con creatività e senza barriere disciplinari accademiche. Agire nel cambiamento significa agire la complessità e la complessità richiede di affrontare di petto i “non so”, imparare a stare nell’incertezza senza temerla, non cedere al rischio della semplificazione, della polarizzazione, del giusto e sbagliato. Ci vuole una scuola che ci metta nella condizione di stare nella moltiplicazione dei possibili perchè così poi è la realtà che dobbiamo affrontare nei territori dove agiamo come agenti e serve un approccio nuovo per farlo, un approccio che rifiuta le metodologie da manuale di sviluppo locale e management, un approccio basato sul dispiegarsi di processi capaci pertanto di rinnovarsi continuamente. E in questo rinnovarsi continuamente comprendere vulnerabilità, uscire dalla logica di quelli che qualcuno chiama fallimenti, e abbracciare quella dell’impermanenza.

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