Pandemia e lavoro

Centralità del lavoro e dei lavoratori: ripartire da qui per una ripresa più giusta. 

Pandemia e lavoro

 

Quando, per fronteggiare la pandemia, nel nostro Paese è stato proclamato lo stato di emergenza e si sono attivate le zone rosse non si è capito che la diffusione del contagio era legata più alla densità delle relazioni economiche e sociali che agli stili di vita. Si discuteva di  movida e intanto il contagio correva lungo le filiere e nei territori dell’innovazione organizzativa e digitale: Lombardia, Emilia, Veneto, Piemonte.

 

Mentre i mezzi di informazione costruivano la narrazione di un lockdown generale con l’imperativo dello “state  a casa”, la maggioranza dei lavoratori ha continuato a recarsi sul proprio posto di lavoro. Al netto dello smartworking e accanto ai 650 mila dipendenti del Servizio Sanitario sono stati almeno otto milioni i lavoratori impegnati a tenere in attività quella miriade di produzioni e servizi senza i quali non è possibile vivere. Non si sono fermate molte manifatture (anche quelle che producono armi!) legate alle commesse internazionali o inserite nelle reti transnazionali, di cui la Germania è al centro. Di conseguenza, appena la produzione tedesca è ripartita, sono tornati nelle aziende altri quattro milioni di lavoratori e l’Italia è passata alla fase 2, con buona pace del dibattito tra i virologi .

 

La pandemia ha fatto emergere la debolezza dell’economia dell’immateriale. L’idea che i consumatori con un clic nella Rete potessero avere a disposizione merci e servizi in modo illimitato, in tempi rapidi ed a prezzi favorevoli (come era la promessa di Amazon) prefigurava una città senza mercati e negozi, dove la socialità si contraeva nei luoghi del divertimento e dove stare nel proprio appartamento significava avere a disposizione una nuova servitù, reclutata o messa al lavoro attraverso una app.

 

Ciò che era comodità per il popolo delle ZTL (per usare l’efficace definizione di Pietro Ignazi), quando è diventata necessità generalizzata, ha reso evidente quanto le condizioni di vita dipendano non dalle Reti, che spesso sono collassate, ma dal lavoro  di milioni di uomini e donne. E’ tornata la consapevolezza di quanto sia importante il lavoro manuale e quanto ancora sia necessaria la fatica fisica, nelle campagne e non solo.

 

Ha riconquistato centralità il lavoro vivo con la sua capacità di produrre avendo di mira l’utilità sociale e non il mercato e le merci. E’ ciò che ha caratterizzato lo scontro tra i sindacati e Amazon, per imporre, andando contro le richieste dei clienti, il rigido rispetto delle priorità nelle consegne (generi alimentari, farmaci), condizione non solo per soddisfare i bisogni urgenti causati del confinamento, ma anche per rallentare i ritmi di lavoro e renderlo sicuro.

 

Il sindacato è stato in campo da subito. Ha sollevato la questione della salute e della sicurezza dei lavoratori quando sembrava che le autorità pubbliche non riuscissero a pensare ad altro che al lockdown. Ha organizzato scioperi e astensioni dal lavoro quando si individuavano condizioni di pericolo. Ha rivendicato   regole di sicurezza, sottoscrivendo accordi aziendali nel lungo periodo che ha preceduto il protocollo del 14 marzo. Le Camere del Lavoro sono rimaste in funzione, costituendo una rete di aiuto alla comprensione e all’applicazione dei provvedimenti governativi, ma anche di ascolto e sostegno di una condizione di vita, che si caricava di ansie, di paure, di rabbia.

 

Perché le persone vengano prima delle merci: lavoro e scuola

 

La gestione dello stato di emergenza ha messo in luce le debolezze e i ritardi del nostro sistema produttivo, la cui competitiva in larga misura si basa sui bassi salari e la precarietà e poco sugli investimenti in innovazione. Quando è stato imposto a milioni di persone il lavoro a distanza è venuto alla luce che un quarto delle famiglie vive in appartamenti sovraffollati; la metà possiede solo un telefonino e per un terzo neanche quello; la fibra ottica veloce copre solo il 20% del territorio nazionale e il 40% ne è privo del tutto.

 

La politica del Governo rimane, però, rivolta a finanziare e a sostenere l’esistente: incentivi alle imprese e meno controlli (e già la Confindustria chiede meno contrattazione). Le piaghe del nostro Paese (una pervasiva criminalità organizzata; la massiccia evasione fiscale) sono considerati dei caveat da tenere presente, non degli obiettivi prioritari. Il blocco dei licenziamenti è ritenuto non tempo guadagnato per nuovi investimenti , ma una specie di imponibile di manodopera  destinato ad esaurirsi.

 

In autunno avremo un Paese con più disoccupati, più povero, più disuguale, più diviso, per metà tedesco e per  metà “mediterraneo”. Il debito pubblico, la cui voragine è compensata dai finanziamenti europei, si terrà in equilibrio se ci sarà un programma di sviluppo fondato sul lavoro, lavoro utile per l’ambiente, la qualità delle produzioni, la costruzione di socialità, la formazione. Cruciale sarà la questione della scuola, a cominciare da quella dell’obbligo. E’ segnata da una nuova selezione di classe, che le tecnologie e la didattica a distanza hanno accentuato. Un terzo dei ragazzi ne è stato tagliato fuori. E’ un abbandono scolastico di tipo nuovo che si sommerà al vecchio se non si provvederà ad assumere insegnanti preparati; ridurre il numero degli alunni per classe; migliorare l’edilizia scolastica; dotare le scuole di laboratori; estendere il tempo pieno.

 

Se “ niente sarà come prima” non diventa una vasta discussione pubblica e un programma di azione (la CGIL ha proposto una Agenzia per lo Sviluppo), verrà a maturazione la crisi di questa classe dirigente. Aumenteranno i conflitti e le spaccature dentro e tra i partiti, dentro e tra le istituzioni.

 

In questo quadro ridare centralità al lavoro è il compito che si ripropone a quelle sparse forze politiche e sociali, a quei gruppi di intellettuali che sono consapevoli di quanto non dare risposta alla crescita delle disuguaglianze (economiche, sociali, culturali, di potere decisionale) spinga verso esiti politici pericolosi. La condizione per contrastare questa deriva è una nuova connessione di programmi, idee e passioni con i lavoratori e i loro sindacati. In questi mesi, dovendo introdurre modifiche per fronteggiare il contagio, nelle relazioni di lavoro si è riproposto il confronto tra due tendenze possibili: quella che mette al centro partecipazione dei lavoratori e socializzazione del loro sapere (come avviene nei Comitati per la sicurezza) e quella che enfatizza il comando unilaterale delle imprese, rendendo “oggettive” le loro scelte perché basate  sul sapere dei tecnici e sulla potenza delle tecnologie. Per questo  “le persone vengono prima delle merci” è un programma che poco ha a che spartire con la proposta di un capitalismo che funzioni in modo diverso. Ha un senso se chi lo sostiene è nelle condizioni di praticarlo non solo nel cielo della politica, ma anche nei luoghi di lavoro dove germina o inaridisce la radice della democrazia.

*Mario Sai, insegnante, pubblicista, sindacalista, responsabile dell’ufficio studi della Camera dei Lavoro di Milano. Ha scritto “Vento dell Est: toyotismo, lavoro, democrazia”.
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