Nuovi lavori per quartieri rinnovati

Alessandro Coppola e Gabriele Pasqui

Una proposta di intervento di Ricomporre i Divari per la rigenerazione ambientale dei quartieri in difficoltà nei contesti metropolitani. 

Quando si parla di “periferie” si tende ancora oggi a limitare lo sguardo alle periferie dei nuclei centrali delle aree metropolitane. Tuttavia, è ormai noto come la condizione periferica sia ormai esplosa estendendosi ad una scala ben più ampia di quella comunale e che ha ormai una dimensione territoriale: la “periferia” di Milano non è solo il quartiere di Gratosoglio ma anche è sempre di più il comune di Pioltello o di Melzo, che distano da Piazza del Duomo rispettivamente 12 e 22 chilometri.

 

I grandi contesti metropolitani così intesi sono fra i territori “fragili” al centro dei progetti del percorso di “Ricomporre i divari” e su cui si dovrà investire con forza nei prossimi anni. Si tratta di una fragilità che discende in gran parte dall’essere sede degli effetti forse più vistosi di processi di polarizzazione sociale e spaziale che hanno modificato le società urbane negli ultimi decenni. Processi che hanno condotto da una parte alla crescita delle diseguaglianze di redditi e patrimoni e dall’altra a forme di concentrazione spaziale di gruppi sociali particolarmente vulnerabili.

 

Si può fare molto per aggredire almeno alcuni dei fattori di produzione e riproduzione di queste diseguaglianze. Un rafforzamento dei governi metropolitani – a partire dal riconoscimento di poteri concreti in ambiti decisivi quali la regolazione dei suoli e quindi le politiche abitative – sarebbe senza dubbio importante. Tuttavia, fin da subito si possono promuovere interventi concreti che facciano leva sulla programmazione della politica di coesione 2021-27, e quindi anche sull’opportunità dei fondi della Recovery and Resilience Facility, e che si concentrino sui “quartieri in crisi” delle aree metropolitane così intese. Questi sono gli spazi dove, anche simbolicamente, sono più evidenti gli effetti dei processi di polarizzazione che abbiamo citati e che pur con articolazioni e intensità differenti – il divario Nord-Sud è ovviamente molto rilevante anche in questo caso – fronteggiano problemi comuni. Proprio in questi quartieri, nei quali sono venute meno le risorse per la manutenzione e la cura del territorio, delle residenze, dei servizi e dello spazio pubblico e dove si sono accumulati problemi generati da cattive politiche o dall’assenza di politiche – l’abbandono di attive politiche abitative, per citarne una tra le più rilevanti – emerge con evidenza un problema ambientale, che deve essere trattato con politiche che siano in grado di affrontare anche problemi di coesione e giustizia sociale.

 

Le condizioni di difficoltà demografica, economica, sociale e materiale nella quale versano alcuni di questi quartieri sono state ulteriormente accentuate dagli effetti diretti ed indiretti della pandemia, che ne ha rivelato la rilevanza e la profondità. Il modo in cui si è manifestato negli scorsi mesi questo aggravamento delle condizioni di deprivazione ha assunto diverse forme, connesse al divario in termini di dimensioni, qualità e comfort dello spazio domestico; al gap relativo alla disponibilità e qualità delle connessioni di rete e alla mancanza di adeguati supporti tecnologici, che ha colpito soprattutto, anche se non esclusivamente, i giovani in età scolare; alla riduzione o addirittura all’azzeramento del reddito, soprattutto per le famiglie e per gli individui in condizioni lavorative precarie e impiegate in settori particolarmente colpiti dal lockdown; alla difficoltà di accesso ai servizi territoriali, spesso meno strutturati che in altre zone delle città.

 

Per aggredire almeno alcuni dei fattori della produzione e riproduzione di queste diseguaglianze occorre una strategia di lungo periodo, non episodica e adeguatamente finanziata e capace di muovere diverse leve: occupazionali, sociali, ambientali. L’obiettivo del progetto è quindi quello di creare nuovo (e buon) lavoro nel campo della rigenerazione e riqualificazione ambientale e tecnologica dei quartieri più in difficoltà delle aree metropolitane italiane, coinvolgendo nei progetti di riqualificazione degli spazi urbani imprese che assumano in modo regolare giovani disoccupati, in cerca di prima occupazione o giovani che non studiano né lavorano (NEET) che risiedono nei quartieri, ma anche donne disoccupate o fuoriuscite dal mercato del lavoro anche in ragione della crisi legata all’emergenza sanitaria da COVID-19. La dimensione di innovazione nelle procedure di procurement pubblico sarà quindi essenziale, con le amministrazioni pubbliche coinvolte impegnate a fare ampio ricorso a “clausole sociali” finalizzate al massimo coinvolgimento occupazionale possibile delle popolazioni locali, a partire dai gruppi indicati. Ma anche ambientali, dando piena attuazione al Green Public Procurement e individuando – in collaborazione con università e centri di ricerca – i protocolli di intervento più innovativi dal punto di vista della qualità ambientale e prestazionale degli interventi. Queste innovazioni, e la lunga durata del programma, saranno anche funzionali a promuovere la nascita di nuove imprese da accompagnare attraverso programmi mirati di formazione e sostegno.

 

L’ipotesi che proponiamo è che questi progetti di quartiere dal forte contenuto sperimentale consentano di definire le caratteristiche di una politica nazionale estesa a tutto il territorio italiano – e quindi non solo le 14 aree metropolitane – e che possano essere attivati combinando assieme le diverse opportunità di finanziamento disponibili (la nuova edizione del PON Metro 2021-27; la Recovery and Resilience Facility; le risorse nazionali). Nell’ambito dei progetti, che dovranno avere natura integrata, potranno e dovranno essere finanziati interventi diversi fra i quali di manutenzione straordinaria e di riqualificazione degli spazi pubblici e degli edifici in relazione a diverse aree di interesse: efficientamento energetico degli edifici residenziali (pubblici e privati) e degli edifici che ospitano servizi pubblici (scuole, servizi sociali, impianti sportivi); ridisegno e manutenzione straordinaria degli spazi pubblici (parchi, giardini, piazze, cortili degli edifici scolastici, ..) e rigenerazione di edifici o spazi pubblici abbandonati, che potrebbero essere recuperati e messi a disposizione per attività di natura sociale; potenziamento delle connessioni di rete per residenze e scuole; ridisegno di sistemi di raccolta, trattamento e riciclo dei rifiuti con il potenziamento di opportunità locali di trasformazione; riqualificazione e rifunzionalizzazione di patrimonio residenziale sottoutilizzato ed abbandonato al fine del potenziamento dell’offerta abitativa (come più estesamente suggerito da altre proposte del percorso di Ricomporre i Divari).

 

I quartieri che potranno essere oggetto di intervento non saranno riconducibili esclusivamente alla famiglia dei quartieri di proprietà pubblica, ma potranno comprendere anche aree di edilizia privata caratterizzati da fenomeni di fragilità demografica e sociale e difficoltà abitativa e dove gli incentivi per l’adeguamento dell’edilizia privata potranno essere utilizzati per conseguire obiettivi di più ampio interesse sociale ed ambientale. Progetti ragionevolmente complessi per i singoli quartieri dovrebbero avere una dotazione di circa 20-25 milioni di euro ciascuno, un importo che può trovare agevolmente copertura nelle diverse fonti di finanziamento attivabili, anche attraverso un’estensione nel medio termine dei crediti fiscali previsti dal cosiddetto “Decreto rilancio” e che risultano accessibili anche alle aziende di edilizia pubblica.

*La proposta è stata elaborata da un gruppo di lavoro composto da Gabriele Pasqui, Giovanni Laino, Alessandro Coppola, Agostino Petrillo, Sandro Balducci ed è stata discussa e rivista con Claudio Calvaresi, Elena Fontanella, Rossana Torri, Andrea Ghirlanda, Davide Bazzini, Roberto Nocerino. La sua versione completa sarà pubblicata in un volume di prossima uscita per i tipi de Il Mulino.
Photo by Tom Rumble on Unsplash
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