Next Generation EU e le disuguaglianze tra i bambini: garantire una ripresa equa ed inclusiva

Francesco Corti, David Rinaldi e Christian Morabito

La crisi economica provocata dalla pandemia COVID19 ha colpito duramente le persone più vulnerabili, in particolare i bambini e le donne. Next Generation EU rappresenta una grande opportunità per garantire una ripresa equa e inclusiva. Perché ciò avvenga, però, è necessario che l’Unione Europea si doti di un sistema di monitoraggio in grado di identificare le disuguaglianze e promuovere quindi interventi volti a combatterle efficacemente.

La crisi dovuta al Covid-19 ha colpito duramente i cittadini più vulnerabili, in particolare i bambini e le donne.

 

Durante il lockdown e la conseguente chiusura delle scuole, le risorse, sia finanziarie che in termini di capitale umano e tempo dei genitori, sono state essenziali per garantire continuità educativa ai bambini. Ma non tutti hanno potuto beneficiarne. Molti minori, soprattutto coloro i quali vivono in famiglie socio-economicamente svantaggiate, in abitazioni affollate, con meno probabilità di accesso ad internet e agli strumenti digitali, hanno subito una pesante perdita educativa. Come dimostrato da un recente studio del Joint Research Council (2020), i bambini che hanno affrontato il confinamento in case dove sono presenti meno di 26 libri, hanno ottenuto livelli di competenze misurati attraverso l’indagine internazionale PIRLS (Progress in International Reading Literacy Study) in media da 17 a 23 punti inferiori rispetto ai coetanei che hanno accesso ad un maggior numero di libri a casa. Coloro i quali non hanno avuto accesso a Internet o vivono in abitazioni affollate, hanno ottenuto in media punteggi ai test PIRLS inferiori di 17 punti e 5-9 punti.

 

La chiusura delle scuole ha avuto un forte impatto sulla vita dei genitori, i quali devono riuscire a conciliare la cura dei minori a casa ed il proseguimento delle attività lavorative. Secondo un recente sondaggio condotto in 5 paesi (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania e Italia) durante la pandemia (Boston Consulting Group 2020), i genitori hanno aumentato, in media di 27 ore settimanali, il tempo dedicato alla cura della casa e dei figli. Maggiormente penalizzate sono sono state le donne, le quali, in molti casi, sono state costrette a lasciare il lavoro (Parlamento europeo 2020).

 

Gli effetti negativi della pandemia Covid-19 sullo sviluppo educativo dei minori, la conciliazione lavoro famiglia, e l’occupazione in particolare femminile, hanno riacceso il dibattito pubblico sull’importanza dell’offerta educativa nella prima infanzia. Questo dibattito non è certo nuovo. Negli ultimi due decenni, c’è stato un crescente interesse per il ruolo dei servizi educativi per la prima infanzia, in particolare gli asili nido, nella riduzione delle disuguaglianze tra i bambini e le loro famiglie. Numerose ricerche evidenziano l’impatto positivo, in termini di acquisizione di competenze e abilità, della frequenza all’asilo nido. Gli effetti sono particolarmente rilevanti proprio per i bambini più svantaggiati dal punto di vista socioeconomico, e persistono durante gli anni successivi e l’età adulta. Al tempo stesso la frequenza al nido, quindi per i bambini di età inferiore ai tre anni, contribuisce in modo sostanziale alla parità di genere, in particolare il coinvolgimento delle donne nel mercato del lavoro (OCSE 2018).

 

L’Unione Europea ha ribadito più volte l’importanza nell’investimento nei servizi educativi per la prima infanzia. Ad una prima raccomandazione del Consiglio Europeo del 2013 “Investire nei bambini” ha fatto seguito una seconda nel 2019 sulla qualità dei “Sistemi di educazione e cura della prima infanzia“. Il pilastro europeo dei diritti sociali afferma inoltre che gli Stati membri devono garantire ai bambini il diritto all’educazione e alla cura durante la prima infanzia attraverso servizi accessibili e di buona qualità, per contrastare la povertà e promuovere le pari opportunità (Principio 11).

 

Nonostante questo, il quadro relativo all’accesso ai servizi educativi per la prima infanzia in Europa è piuttosto desolante soprattutto per i bambini di età inferiore ai tre anni. Già prima dello scoppio della pandemia soltanto la metà dei paesi membri dell’UE aveva raggiunto l’obiettivo di una copertura dei servizi pari al 33% dei minori tra 0 e 3 anni. In nove paesi, la partecipazione è del 20% o meno. La mancanza di servizi educativi per i bambini più piccoli tende a penalizzare proprio quelli che ne beneficerebbero maggiormente, ovvero quelli che provengono da famiglie a basso reddito e coloro che vivono in aree rurali e/o remote. In generale, meno del 20% di questi bambini partecipa a programmi educativi nei primi anni di vita, rispetto ad oltre il 70% tra coloro i quali vivono in famiglie a medio alto reddito. Come sottolineato da Morabito e Vandenbroek (2020), la maggior parte dell’offerta attuale garantisce un numero limitato di ore settimanali di servizio a prezzi elevati, rendendo difficile l’accesso ai bambini provenienti da contesti socioeconomici svantaggiati.

 

Alla luce di tutto questo, Next Generation EU rappresenta un’opportunità, per i paesi membri, soprattutto coloro i quali hanno tassi di copertura dei servizi educativi per la prima infanzia ancora limitati, per espandere l’offerta. Alcuni paesi, ad esempio Italia, Portogallo e Spagna, hanno inserito tali investimenti nei rispettivi Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza. Da parte sua, la Commissione Europa ha sottolineato che tali piani devono essere in linea con le raccomandazioni specifiche per i paesi del Semestre Europeo, dove l’investimento nell’infanzia rappresenta un obiettivo di primo piano. Per valutare l’adeguatezza dei PNRR e monitorarne l’attuazione, la Commissione si baserà proprio sugli indicatori del Quadro di valutazione della situazione sociale (Social Scoreboard) del Semestre Europeo.

 

La decisione di utilizzare lo Scoreboard per monitare i PNRR è comprensibile, perché è attraverso lo stesso strumento che si valutano i progressi nell’attuazione, da parte ci ciascun stato membro, dei principi del pilastro europeo dei diritti sociali. Tuttavia, la capacità di questo quadro di rilevare le disuguaglianze, ed in particolare quelle relative all’accesso ai servizi educativi per la prima infanzia, è molto limitata, come recentemente sottolineato da uno studio condotto da Antonucci e Corti (2020). L’attuale Scoreboard prevede infatti un solo indicatore relativo ai “bambini di età inferiore a 3 anni che frequentano i servizi educativi per la prima infanzia”. Al fine di comprendere efficacemente il livello di disuguaglianze tra i minori e le famiglie, sarebbe pero’ necessario disaggregare la partecipazione rispetto al background socioeconomico dei genitori, in modo da capire se, ad esempio, l’offerta favorisce in modo sproporzionato i bambini che vivono in nuclei famigliari con reddito medio-alto, oppure i genitori già occupati, particolari aree geografiche (in particolare centri urbani) o regioni. Sarebbe inoltre importante disporre di indicatori relativi all’offerta pubblica e privata di tali servizi, la quota del reddito mensile che le famiglie impiegano per il pagamento delle rette, la qualità dei programmi, ed anche il monitoraggio dei risultati, in termini di sviluppo e benessere dei bambini.

 

Guardando all’Italia, il tasso di copertura dei servizi educativi per la prima infanzia si attesta a circa il 25% per i bambini di età pari o inferiore a tre anni. La performance del nostro paese viene quindi valutata, secondo lo Scoreboard, in linea con la media UE, e non lontana dall’obiettivo del 33%, non rilevando particolari “rischi di squilibri sociali”. Tuttavia, da uno sguardo più attento emerge che circa il 12% dei bambini che frequentano gli asili nido ed i servizi integrativi nel nostro paese (quindi quasi la metà) usufruiscono di servizi privati ​​con limitati, nella maggior parte dei casi assenti, contributi economici da parte delle istituzioni pubbliche (ISTAT 2018). Una situazione questa che penalizza ovviamente i minori che vivono in famiglie a basso reddito. Inoltre, come riconosciuto dalla stessa Commissione Europea nella Relazione per paese relativa all’Italia, esistono notevoli disparità geografiche nell’accesso ai servizi. Nelle regioni meridionali, solo il 15% dei bambini tra 0 e 3 anni frequenta asili nido o servizi integrativi, e tra questi meno del 6% è iscritto ai servizi pubblici (ISTAT 2018).

 

La recessione economica dovuta al Covid-19 ha rivelato la fragilità dei nostri sistemi socioeconomici e l’importanza di avere un sistema di welfare resiliente. E’ fondamentale quindi che le risorse messe in campo dall’Unione Europea vengano impiegate per promuovere interventi volti a combattere efficacemente le disuguaglianze, aumentate a causa della pandemia COVID19, e garantire quindi una ripresa inclusiva. Next Generation EU così come la nuova ‘Garanzia Bambini’ per combattere la povertà minorile, in fase di adozione da parte della Commissione Europea, rappresentano opportunità uniche per contrastare le disuguaglianze tra i bambini e le famiglie. Perché ciò avvenga, però, è necessario, che le istituzioni nazionali ed europee, si dotino di adeguati sistemi di monitoraggio, che permettano di rilevare efficacemente gli squilibri sociali e disegnare politiche pubbliche concretamente accessibili a tutti.

* Francesco Corti è un ricercatore post-dottorato presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Milano, e ricercatore associato al Centro per gli Studi sulle Politiche Europee (CEPS).
David Rinaldi è Direttore di Studi e Politiche Pubbliche alla Fondazione per gli Studi Progressisti Europei e docente presso l’Istituto di Studi Europei dell’Università Libera di Bruxelles.
Christian Morabito è il responsabile per la ricerca dei programmi nazionali Save the Children Italia, ed esperto senior presso Unesco e Commissione Europea.   
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