Nel 2022 riprenda vigore la nostra voglia di lottare contro le ingiustizie

Franco Arminio

Mentre la politica fa a gara per alzare la bandiera della rinuncia rispetto alle gravi ingiustizie che flagellano il mondo, è possibile scorgere forme di generosità e di gentilezza e ritrovare la forza e il desiderio di battersi

C’è chi ha meno e chi ha di più. Ma bisogna pensare al fatto che chi ha meno non ha scelto questa condizione, la subisce, sente di non poterla modificare, sente che può solo tramandarla ai suoi figli. Anche l’idea del riscatto si è molto consumata.

 

Io ho la fortuna di non aver mai lavorato in fabbrica. L’ingiustizia che sento è legata al mio lavoro poetico. Sento che le persone che hanno modo di indicare le cose di valore non lo fanno, fare un complimento agli altri è come perdere qualcosa. Abbiamo una classe intellettuale che non è mai stata così mitemente vigliacca, pacatamente indegna, sontuosamente minimalista. E chi è nell’inferno delle baracche, chi è nelle nazioni bruciate dai dittatori non può certo sperare che arrivino in soccorso giovani o vecchi intellettuali. Non si sa in quali dispute sono impegnati, non si sa quali altre sicurezze vogliono acquisire. L’ingiustizia che mi colpisce è l’esistenza di cose scandalose che non scandalizzano più nessuno.

 

E i più indifferenti sono quelli che per mestiere dovrebbero allertare il resto della società. Un intellettuale non deve fare il pane, non deve portare un’ambulanza. Il suo mestiere è vedere le ingiustizie e gli incanti del mondo. Battersi per far conoscere gli incanti, battersi per ridurre le ingiustizie. Non accade, da molto questo lavoro non la fa quasi più nessuno. Di sicuro non lo fanno i partiti che ancora tendiamo a pensare di sinistra e più andiamo a sinistra e più troviamo piccole vicende di piccoli uomini che al massimo si battono per conservare un posto in Parlamento.

 

E poca stima ho anche di quelli che una volta erano i rivoltosi di provincia, almeno erano pronti a replicare i moti di lotta che partivano dal centro. Oggi ognuno sembra aver capito perché è inutile battersi, anzi si fa a gara a chi lo ha capito meglio, a chi meglio fa sventolare le bandiere della rinuncia mentre si allunga la mano a cercare qualche occasione per il proprio opportunismo. È una grande ingiustizia che gli oppressi abbiano perso il loro difensori, quelli che andavano in esilio per combattere il fascismo, quelli che si sono fatti uccidere per combattere contro il razzismo.

 

Se questo è il paesaggio non bisogna limitarsi a fotografarlo, bisogna cercare un punto in cui accade l’imprevisto, l’impensato. E si scorgono forme di generosità ad alto valore cognitivo, forme di gentilezza che valgono quanto un trattato filosofico. La scena del mondo che stavamo per buttare nell’immondizia ci svela di colpo delle perle di cui non c’eravamo accorti.

 

E allora riprende vigore la nostra voglia di lottare. A volte basta una telefonata, basta l’indignazione di un’amica per quello che accade agli stranieri in questo nerissimo inverno europeo. Non finisce nessuna storia, non si può cancellare nessuna geografia. E invece di seppellirsi in una mestizia definitiva il fervore riprende quota, arriva da dove non te lo aspetti. Bisogna essere agili, andare via subito dalla pozzanghera, capire che spesso sono proprio i nostri amici a proporla, a tutelarla.

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