L’arte performativa apre lo sguardo e ci fa vedere le cose in modo diverso

Elisabetta Consonni

Nella costruzione di una scuola per la giustizia ambientale e sociale l’arte performativa, che apre lo sguardo e lo sposta, lo sbilancia, può aiutare a creare uno spazio di libertà e di attenzione radicale

Meredit Monk, artista performativa, in un’occasione che non ricordo, parla di “the healing aspect of dance from bones to policies” (l’aspetto curativo della danza dalle ossa alle politiche) evidenziando la potenza della pratica coreografica non solo in termini artistici ma anche come modalità di esperienza e lettura del mondo e conseguente disegno di politiche sociali. Mi piace partire dall’aspetto della danza di cui Meredit Monk parla per cercare di comprendere come la pratica della danza può contribuire ad una scuola che intende operare sul senso comune per innescare processi per la giustizia ambientale e sociale.

 

La danza o la pratica coreografica o, in generale, un lavoro psico-somatico orientato artisticamente offrono strumenti pedagogici che hanno la peculiarità di non essere ancorati al linguaggio verbale e portano ad esiti, in termini di conoscenza, che non necessitano di essere nominati. La filosofa e fisica quantistica Karen Barad in Performatività della natura (2018) afferma: “Abbiamo concesso troppo potere al linguaggio” intendendo con questa espressione una critica ad un sistema entro cui ad una cosa corrisponda un significato, negando la possibilità di un non-significato, di ciò che vuole rimanere sconosciuto o incomprensibile, senza rientrare nel sistema binario di significato e significante. Le pratiche performative hanno spesso destato la reazione del ‘non capisco’ nel pubblico, così come hanno chiesto ai corpi di cambiare continuamente posture e impegnarsi in azioni non produttive, in un ostinato contrasto con il senso comune. L’arte performativa peraltro non può essere linguaggio e, nel non cadere in un sistema di corrispondenze di significati, pretende un ‘non capire’. Che sia l’accomodarsi nel ‘non capire’ un primo passo per operare sul senso comune? Come creare le condizioni per cui ci si può sentire comodi davanti all’incomprensibile, allo sconosciuto, ad un sistema di corrispondenze di significati in continuo cambiamento? Come il ‘non capisco’ può diventare punto di attrazione verso l’arte per scardinare modelli consolidati di costruzione di senso? Come si crea curiosità verso ciò che è considerato altro, diverso, incomprensibile?

 

L’arte performativa richiede processi incorporati, prima che teorici e logici: l’esperienza del corpo è la lente con cui guardare il mondo. Quel corpo che non ha mai giocato un ruolo cruciale nel processo di costruzione della conoscenza accettata. La pratica-essendo-corpo, l’esperienza incorporata risolta in un frame artistico, percepirsi come materia in movimento soggetta alle leggi della fisica, sono condizioni che possono mettere in discussione il proprio pensiero, aprendo, possibilmente, alla continua emersione di varie prospettive sul mondo e differenti sensibilità. Nei processi artistici con il corpo entrano in gioco l’intuizione e la suggestione, piuttosto che la logica e la convinzione. La conoscenza prodotta in essi non vuole essere categorica, non può essere sapere-potere, non può diventare senso comune perché continua a cambiare come la materia.

 

Sono alcuni dispositivi coreografici, fatti solo di corpi in movimento nello spazio, che hanno portato la mia attenzione verso alcuni aspetti di costruzione e uso dello spazio urbano, come continua a succedere con Ti voglio un bene pubblico, un percorso/gioco urbano che riflette sulle divisioni spaziali. O ancora è la pratica collettiva di un semplice pattern grafico nello spazio, come in Plutone Esploso, che mi ha dato l’occasione di riflettere su alcune qualità dello stare assieme. O ancora è procedere in città per ore in slowmotion vestita da astronauta che ti fa percepire come il movimento e le interazioni nello spazio pubblico siano fortemente normate.

 

Mi affascina l’idea di una scuola che agisca sul senso comune per la giustizia sociale ed ambientale: vorrei che nella sua costruzione ci si interrogasse anche su chi può insegnare a chi, sulla direzione o le direzioni della trasmissione del sapere che è stata la domanda di partenza in un progetto come Special Handling. Mi piacerebbe che questa scuola fosse il più accessibile possibile, basata su quella che, il filosofo Mascheline chiama poor pedagogy, non una ricca e complessa metodologia ma piuttosto un insieme di pratiche semplici che ci espongano al mondo, ci portino in strada, ci spostino dal nostro asse, come le pratiche artistiche. Una pedagogia in accordo con un’idea di e-ducare, inteso come quel movimento del trarre fuori, andare fuori ma anche sbilanciarsi fuori. Un processo costante di displacing one’s gaze (sbilanciare il proprio sguardo) per mantenere sempre attiva l’attenzione “quello stato mentale che apre al mondo in modo che il mondo presenti sé stesso e io possa andare a vedere e possa essere trasformato. L’attenzione apre uno spazio atopico: uno spazio di trasformazione del sé e di self-displacement, uno spazio di libertà pratica che elimina o sospende il desiderio di sottomettersi al regime della verità, abbandonando la sovranità del giudizio. Non è l’arrivare ad una particolare visione o prospettiva ma piuttosto ‘spostare/mettere fuori posto’ il proprio sguardo così da vedere differentemente, così da vedere cosa diventa visible” (da E-ducating the gaze: the idea of a poor pedagogy Jan Masschelein, 2010).

 

Forse un’operazione sul senso comune dovrebbe essere quella di sostituirlo con un’attenzione radicale che apra alla continua emersione di sensi diversi, prospettive diverse mai uguali, sempre in cambiamento.

Elisabetta Consonni, coreografa tutto, essere umani e disumani, oggetti mobili e immobili, mappe, interstizi e gruppi vacanze spaziali. Tesse reti di relazioni, sottili e forti, come il vetro di zucchero. Laureata in Comunicazione con una tesi finale sulla costruzione sociale del corpo nella danza e diplomata al The Place-London, ha poi approfondito la sua ricerca nella performing art vivendo in Olanda (2004-2009) e in Polonia (2013-2015). I suoi lavori mirano a espandere la pratica della coreografia cercando dispositivi performativi per incorporare dinamiche e temi del sociale. Il suo attivismo in ambito sociale e civico, prende la forma artistica di un processo di ricerca (documentato in ergonomicaproject.wordpress.com) che dal 2013 indaga l’uso e il significato sociale dello spazio pubblico e la declinazione delle competenze coreografiche nelle pratiche comunitarie.

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