Un approfondimento dal sesto numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”.
Avverto pienamente i rischi, financo di ingenerosità, quando ci si concentra sulle criticità, come se si sottovalutassero la complessità delle questioni e l’impegno personale di chi lavora alla definizione delle politiche nonché i vincoli del contesto. Ciò riconosciuto, la proposta lanciata il 6 maggio 2026 dalla Commissione europea e definita come la prima strategia, in assoluto, contro la povertà appare largamente insoddisfacente.
La prima strategia, dopo oltre un quarto di secolo che l’Unione si occupa di povertà? Era marzo del 2000 quando il Consiglio europeo straordinario di Lisbona pose l’obiettivo dello sradicamento della povertà nell’Unione entro il 2010. Da allora, abbiamo avuto la strategia 2020, con l’obiettivo entro il 2020 di ridurre di 20 milioni le persone a rischio di povertà o esclusione sociale; il Pilastro Sociale, cui ha fatto seguito l’impegno di ridurre di 15 milioni le persone a rischio di povertà o esclusione sociale entro il 2030; la Raccomandazione sul reddito minimo del 2023 e tante altre azioni, rivolte a singoli gruppi, come Garanzia giovani o Garanzia per l’infanzia.
La “prima” strategia, inoltre, reitera molti degli stessi obiettivi espressi in passato, nonostante la rafforzata enfasi sulla necessità di una prospettiva basata sul ciclo di vita, al fine di attaccare le diverse cause/caratteristiche della povertà a seconda delle diverse fasce di età (bambini, giovani, persone in età lavorativa, persone anziane); di un’attenzione alla casa come causa di povertà e alla partecipazione dei poveri e delle associazioni nella definizione delle politiche e di indicatori per monitorare l’impatto del costo della vita e della vulnerabilità economica.
E, ancora, la “prima” strategia condivide due grossi limiti del passato. Primo, è una mera lista di desiderata. Alcuni sono semplici esortazioni, quali le indicazioni di contrastare le povertà dovute alle inadeguatezze nelle pensioni e nella protezione contro la non-autosufficienza; all’aumento dei prezzi delle case e dell’energia e alle discriminazioni che impediscono l’accesso a lavori decenti. Altri rimandano a Raccomandazioni che dovranno essere formulate entro il prossimo anno, quali le Raccomandazioni volte a fornire indicazioni per politiche basate sull’evidenza e diffondere le migliori pratiche in materia di prevenzione e contrasto della povertà lavorativa; favorire un accesso più agevole e integrato ai servizi sociali; rafforzare l’efficienza e l’integrazione dei sistemi di prestazioni a favore dei minori nella lotta alla povertà infantile e a contrastare la povertà abitativa. Nel 2026 dovrà, inoltre, essere aggiornata la Raccomandazione in materia di contrasto alla povertà energetica. Dovrà pure essere aggiornato il Quadro europeo volontario per la qualità dei servizi sociali e varato un Pacchetto istruzione e lo European Care Deal, tutte azioni che non prevedono obblighi sanzionabili per i paesi membri.
I desiderata servono a poco in assenza di dispositivi che ne sostengano la realizzazione. Il dispositivo più diretto, nell’Unione, sono i regolamenti e le direttive, i quali sono vincolanti per i paesi membri (seppure le direttive lascino libertà nella scelta degli strumenti). La condizionalità e l’additività strategica possono, tuttavia, aumentare l’efficacia di misure non vincolanti come le esortazioni e le raccomandazioni. Questa strada, che avrebbe richiesto una seria auto-valutazione da parte della Commissione, sugli errori del passato, non è, però, stata seguita. Addirittura, le nuove modalità basate sui partenariati nazionali rischiano di indebolirne ancor più la presa, come discusso in un precedente articolo. L’unica novità è l’introduzione di un premio per le località ritenute più virtuose nel contrasto alla povertà. Al contempo, non si registra alcuna previsione di aumento dei finanziamenti (sempre attorno ai 100 miliardi per il periodo 2028-2034) e l’incremento degli introiti degli ETS2 da destinare al contrasto della povertà energetica è oggi in discussione.
Secondo, la strategia continua a essere circoscritta a risorse/dotazioni/strategie che riguardano i singoli, nella sottovalutazione delle più complessive responsabilità dell’economia e della politica economica nel generare povertà. Contrastare la povertà, si dice, serve alla competitività. La competitività stessa, tuttavia, dovrebbe mirare a non produrre povertà grazie a una diversa regolazione dei mercati e alla promozione della democrazia economica. Ora, la “nuova” strategia prevede l’attivazione di Fondazioni e imprese socialmente responsabili. Si tratta, tuttavia, di una risposta del tutto volontaria, lasciata alla discrezionalità degli attori, che non può in alcun modo sostituire regolazioni quali la due diligence, invece, rinviata. Al contempo, l’Unione nulla fa contro i paradisi fiscali e la nuova proposta di semplificazione fiscale prevede un taglio di imposte per le imprese pari a circa 8 miliardi l’anno.
Nell’Europa dei nazionalismi può essere difficile fare di più. Ma si eviti almeno la finzione di fare qualcosa di nuovo e di utile quando la realtà è ben diversa.
Foto di Mathieu Stern su Unsplash









