Un approfondimento dal quinto numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”
Con 367 voti favorevoli, 166 contrari e 84 astensioni, il 10 marzo scorso è stata approvata la Risoluzione del Parlamento europeo sulla crisi degli alloggi nell’Unione europea il cui obiettivo era di proporre soluzioni per alloggi dignitosi, sostenibili e a prezzi accessibili.
Un pronunciamento fortemente atteso dopo la pubblicazione da parte della Commissione europea, il 15 dicembre scorso, del Piano europeo per l’housing accessibile che, come già riferito, era risultato ben lontano dal corrispondere alle aspettative suscitate dalla nuova centralità attribuita all’housing in questa legislatura.
Numeri che impongono un cambio di rotta
Ed è purtroppo sul solco tracciato dal Piano che si muove questa risoluzione: ancora una volta, infatti, nonostante l’enfasi delle premesse, è mancata la volontà e il coraggio di aggredire le cause strutturali della sempre più pervasiva crisi abitativa. E ciò nonostante i numeri citati nella stessa risoluzione non lasciano spazio a dubbi, né legittimano tentennamenti: nell’UE circa 1,3 milioni di persone, di cui quasi 400.000 minori, sono senzatetto; stretta nella morsa tra il vertiginoso aumento degli affitti e la compressione dei salari, il 10,6% della popolazione europea affronta costi abitativi che superano il 40% del reddito disponibile; quasi la metà (49%) di tutti i giovani adulti di età compresa tra i 18 e i 34 anni nel 2024 viveva con almeno un genitore, una percentuale che sale sino al 70% in alcuni Stati membri. Mentre tra il 2011 e il 2021 il numero di abitazioni vuote o residenze secondarie è aumentato del 23% arrivando a toccare il 19,5% del patrimonio abitativo europeo.
Sono proprio questi numeri (e molti altri ancora) a dare il polso della gravità e della pervasività della crisi abitativa e delle sue sempre più evidenti implicazioni sulla tenuta sociale ed economica del modello europeo. Da questi numeri muovono affermazioni e propositi incontrovertibilmente rivolti a porre un argine al dilagare di questa crisi.
Il nodo degli investimenti pubblici
Sorprende, dunque, ancora una volta la distanza tra gli enunciati e il tenore delle proposte. Se, infatti, come affermato, tra le principali cause della crisi abitativa figurano l’offerta insufficiente di abitazioni, gli investimenti limitati in alloggi pubblici e a prezzi accessibili, è innanzitutto sulla ripresa degli investimenti pubblici, venuti a mancare per precise scelte e non per un destino ineluttabile, che bisogna puntare. È solo dagli investimenti pubblici, infatti, che può venire la risposta a chi dal mercato abitativo è oggi totalmente escluso o posto sempre più ai margini. Ed è solo dalla disponibilità e continuità di finanziamenti pubblici, da combinare dove possibile con risorse private (no profit o al più limited profit) ma sempre con una forte regia pubblica, che si può effettivamente realizzare un piano “allineato al pilastro europeo dei diritti sociali, che contribuisce ad affrontare il problema delle disuguaglianze sociali, a eliminare la povertà nell’UE e a promuovere la coesione sociale, economica e territoriale e la convergenza verso l’alto”.
Il primato del mercato
Non è questo il tenore di una risoluzione che non solo non raccoglie l’invito a prevedere una posta di bilancio dedicata, né a tutelare la componente grant per le fasce più vulnerabili, come pure richiesto da più parti, ma impernia il rilancio degli investimenti sulla componente privata, nel presupposto, assunto come dato non modificabile, che il settore pubblico non è in grado di affrontare l’attuale mancanza di liquidità nel mercato. Una risoluzione che appare più attenta all’efficientamento della spesa pubblica che all’adeguatezza delle risorse in campo, come nel caso della manutenzione del parco immobiliare pubblico per la quale si sollecitano processi efficienti ed efficaci volti a ridurre l’onere di bilancio per le pubbliche amministrazioni e i cittadini, omettendo che è proprio questa logica di contenimento all’origine della progressiva erosione del patrimonio abitativo pubblico. Un’indicazione rivelatrice di una visione in cui il social housing è un costo e non l’investimento necessario a rendere l’UE non solo più giusta e coesa, ma anche più competitiva. È ciò che inequivocabilmente emerge anche dalle considerazioni sulla funzione stabilizzatrice del Patto di stabilità e crescita, anche ai fini del rafforzamento dell’offerta di abitazioni accessibili. Una sottolineatura che poco si raccorda con le valutazioni, che pure non mancano, delle conseguenze della crisi abitativa sulla mobilità dei lavoratori, in particolare, ma non solo, i cosiddetti lavoratori essenziali, sull’autonomia dei giovani, lasciando così sottoutilizzato un potenziale decisivo per lo sviluppo dell’Europa tutta.
Così come l’insistenza sulla semplificazione necessaria a liberare da lacci e lacciuoli gli investimenti privati, gli accenti assai spinti sul rilancio dell’industria delle costruzioni, in perfetta continuità con il Piano della Commissione europea, non fanno altro che confermare che a prevalere è la logica del mercato, solo parzialmente attenuata dal riconoscimento del privato no profit o limited profit come perno del rilancio dell’offerta di abitazioni accessibili. E questo con buona pace dell’abitare inteso come componente imprescindibile del welfare come pure, a più riprese, affermato.
Rivelatori sono anche diversi passaggi. Che dire, infatti, della credibilità dell’impegno per il contrasto alla deriva speculativa che ha travolto la casa, se nel sollecitare la messa a disposizione dei terreni di proprietà pubblica per ampliare l’offerta abitativa accessibile, si omette di specificare, nel caso di partenariati pubblico-privato, l’imprescindibile condizione della congruità tra l’incremento di offerta così conseguito e il valore dell’area pubblica che viene resa disponibile? O se nell’ambito dell’azione rivolta a contrastare l’impatto della crisi abitativa sui giovani, con un pacchetto di proposte di indubbio rilievo, la forte attenzione al tema delle residenze studentesche si declina attribuendo un ruolo ancillare dell’investimento pubblico (cui si chiede di “integrare” quello privato) come se la sostenibilità economica, e quindi l’accessibilità, degli alloggi universitari, possa essere indifferentemente garantita dall’operatore pubblico o da quello privato.
Proposte utili ma ancora depotenziate
Ne risultano inevitabilmente depotenziate proposte di indubbio rilievo, tra cui l’istituzione di un meccanismo finanziario specifico per erogare prestiti a lunga scadenza agli Stati membri destinati al finanziamento di progetti abitativi urgenti, o l’adozione, da parte degli Stati membri, di piani nazionali per superare il divario abitativo, nel quadro di indicazioni significative per l’inserimento dell’housing accessibile nel semestre europeo. O ancora l’attenzione rivolta alla transizione energetica giusta, all’inserimento di clausole sociali e ambientali nella normativa sugli appalti pubblici, il rilievo attribuito alla politica di coesione, per sua natura in grado di affrontare la multidimensionalità della questione abitativa, con politiche integrate e place based.
Sono indubbiamente proposte importanti (non le uniche): l’impianto complessivo della risoluzione lascia però un senso di assenza rispetto al cambio di passo radicale che potrebbe imprimere la svolta da lungo tempo attesa in un ambito cruciale per la vita delle persone e per le stesse prospettive di un’Unione europea più giusta e più forte.
Foto di Jakub Żerdzicki su Unsplash








