La guerra tra poveri ha sostituito la guerra alla povertà

Intervista a Giorgio Gomel*

Se non fosse stato per Cina e India anche la disuguaglianza globale, oltre a quella all’interno degli stati, sarebbe cresciuta negli ultimi trent’anni. Eppure i governi hanno in mano diversi strumenti di politica economica per operare una re-distribuzione ma anche per agire sulla formazione della ricchezza.

L’economista Branko Milanovic in un grafico noto come l’elefante, mostra la distribuzione dei redditi degli ultimi anni e di conseguenza scatta una fotografia dei vincenti della globalizzazione (i ricchissimi e i milioni di cittadini di Cina e India passati da una condizione di povertà a rappresentare il ceto medio di quei paesi) e dei perdenti (i poverissimi, soprattutto dei paesi africani e il ceto medio dei paesi a capitalismo avanzato). Come commenta questo grafico? Che relazione esiste tra la diminuzione delle disuguaglianze su scala globale e l’aumento di quelle interne agli stati?

Il ridursi della disuguaglianza globale nei redditi, dagli anni ‘90 in poi, è effettivamente un fenomeno molto rilevante e dirompente ed è la prima volta che questo succede, secondo le statistiche internazionali, dal tempo della rivoluzione industriale. Si è avuta una convergenza sospinta dal crescere dei redditi di paesi molto popolosi come Cina e India. Ma, se non ci fosse stato questo fenomeno di catching up vorticoso di questi due paesi che pesano tanto in termini di popolazione, non ci sarebbe stato un declino della disuguaglianza, anzi ci sarebbe stato un aumento della stessa tra paesi oltre a quella all’interno dei paesi cresciuta per altre ragioni. Quest’ultimo fenomeno è comune alla gran parte degli stati, sia nel mondo avanzato che nel mondo in via di sviluppo. Se si osservano le statistiche della Banca Mondiale, ci sono parti del mondo come l’America Latina e l’Africa Subsahariana che sono molto disuguali, nell’Est europeo le disuguaglianze sono aumentate fortemente negli anni ’90, nei paesi avanzati la disuguaglianza è cresciuta dal 1988 al 2008, poi è rimasta per lo più stabile.

Questo processo è un indiscutibile effetto della globalizzazione che non può essere in nessun modo fermato o si può fare qualcosa? Se sì, cosa fare?

I fattori che normalmente, tra gli economisti, sono ritenuti responsabili dell’aumento della disuguaglianza interna ai paesi sono due: la globalizzazione e il progresso tecnico. L’apertura globale dei mercati e un progresso tecnologico che premia le skills più specialistiche, hanno determinato un aumento della quota di reddito nazionale che va al capitale, e invece una crescita molto lenta dei salari e dell’occupazione, e quindi della quota del reddito che va al lavoro soprattutto a quello non qualificato. Negli Stati Uniti la cosa si è fatta più complessa, perchè anche i lavoratori con qualificazioni medie sono stati colpiti, per via dell’automazione e dell’outsorcing di lavori contabili e ripetitivi verso paesi emergenti. Questo spostamento del reddito verso il capitale a discapito del lavoro è avvenuto anche in Europa. Un terzo fattore da considerare è l’espansione dei mercati finanziari, la libertà dei movimenti dei capitali e il crescere della forza degli intermediari finanziari, fondi di investimento e grandi banche, che hanno allargato la quota di reddito che va al capitale e di conseguenza aumentato le disuguaglianze soprattutto al vertice della distribuzione.

Secondo la visione del Forum una delle cause dell’aumento delle disuguaglianze è da ricercare nell’inversione a U delle politiche. E’ possibile dunque che la politica trovi strade per contrastare le disuguaglianze e se sì quali azioni intraprendere? 

Queste azioni per forza di cose sono country specific, hanno a che fare con l’apparato istituzionale, di governo e il consenso degli elettori. In generale la scienza economica indica, quali strumenti nelle mani dell’operatore pubblico, le imposte e i trasferimenti che modificano il reddito disponibile ex-post. Questa prima direttrice è dunque quella classica che intende contrastare le disuguaglianze attraverso un’azione redistributiva, magari anche attraverso il ricorso al salario minimo. L’altra direttrice guarda invece a monte e ha a che fare con il rendere meno diseguali le opportunità. Tornando al primo punto, un primo strumento è quello della tassazione progressiva, importante ma in parte limitato dalla globalizzazione, cioè dal fatto che i mercati sono integrati, e c’è quindi una grande mobilità di capitali, di persone e di imprese, per cui i paesi temono di perdere quote di mercato: se tassano troppo il capitale e le imprese possono perdere i benefici degli investimenti esteri e questo rischio limita l’efficacia della tassazione, pur non annullandola del tutto. Il secondo strumento classico ha a che fare con i trasferimenti in denaro o in natura, per cercare di irrobustire le reti di sicurezza per i più poveri e per mantenere il loro standard di vita sopra una soglia accettabile. Forse qualcosa dobbiamo dire anche della seconda direttrice, cioè la possibilità di assicurare opportunità meno disuguali per le fasce sociali più in difficoltà. Ad esempio pensiamo al tema dell’istruzione. Le indagini PISA sulle competenze dei ragazzi di quindici anni, condotte dall’OCSE, mostrano che effettivamente la varianza è molto rilevante tra i paesi, e il fattore maggiore che determina questa distribuzione diseguale dei risultati è il peso della famiglia di origine, elemento che produrrà disuguaglianze nei redditi in futuro. E un altro fattore è la ricchezza che è ereditata dalla famiglia, per cui il capitale accumulato nella prima parte della vita peserà nel futuro. Pensiamo dunque alle imposte di successione, che però anche in paesi dove c’è una cultura egualitaria molto forte, come quelli del Nord Europa, sono uno strumento che ha perduto importanza. E sempre in materia di uguaglianza di opportunità, un terzo fattore ha a che fare con interventi volti a correggere i fallimenti del mercato. Un caso tipico sono le disuguaglianze etniche e di genere esistenti. E infine un quarto ambito, certamente molto rilevante in questi anni di globalizzazione finanziaria, è la regolamentazione dei mercati. La globalizzazione e la deregulation finanziaria, in atto dagli anni ‘90, hanno prodotto un effetto negativo nella distribuzione del reddito perché hanno consentito a coloro che lavorano nel settore finanziario di conseguire redditi molto elevati. I governi sono consapevoli di questo fenomeno e sanno che va contenuto e corretto.

In Occidente e più da vicino in Europa i cosiddetti perdenti della globalizzazione esprimono nelle urne i loro timori e i sentimenti di risentimento e rabbia per le condizioni di disagio socio-economico e per la mancanza di riconoscimento. Crede che questi sentimenti siano un pericolo per la democrazia o un’occasione per le forze democratiche e progressiste di rivedere programmi e visione del mondo a lungo termine?

La domanda affronta un tema doloroso e difficile e non ho ricette precise. Ci rifletto come molti di noi. Credo che le forze progressiste debbano enfatizzare e insistere sulle iniziative volte a ridurre le disuguaglianze, il disagio e la povertà. Non è un’impresa facile e ed è un obiettivo da perseguire in una dimensione europea e transnazionale, perché europeo è il fenomeno pur con alcune differenze tra paesi. L’irrompere della destra estrema ha investito l’Austria, l’Ungheria, la Germania, in parte la Francia, è qualcosa che va ben al di là dell’Italia. C’è un insieme di sentimenti confusi, fatta di rabbia, paura, risentimento, ricerca di capri espiatori e cercare di combattere la degenerazione xenofoba e la pulsione anti-democratica che ne scaturiscono è molto importante.

Qual è il ruolo dei cittadini in questo momento storico? Da dove partire per intraprendere azioni collettive che vadano nella direzione di una società dove è garantita l’uguaglianza di opportunità?

E’ importante mostrare che c’è un’opinione pubblica che è sensibile a queste questioni, che è attiva e che ha voglia di premere sui decisori politici. Ci sono due cose inquietanti, in Italia come altrove. Uno è la critica così forte e in alcuni casi indifferenziata delle élites, del sapere, della tecnica e della politica tout court, della democrazia parlamentare vissuta come luogo di perpetuazione di élites distanti e traditrici del popolo. L’altra è l’esaltazione delle appartenenze etno-nazionali da difendere, contro la globalizzazione e contro l’immigrazione. Credo siano fenomeni molto preoccupanti: si sostituisce a una guerra alla povertà una guerra tra i poveri. Gli autoctoni contro gli stranieri, il diverso che viene visto come nemico, e la retorica del proteggere coloro che “abbandonati” dal sistema appaiono indifesi e facilmente disposti ad obbedire. Questo scenario pone delle questioni molto difficili alla sinistra, alla tradizione social-democratica perché, come dicono i sociologi, oggi la distinzione è meno tra destra e sinistra quanto tra chi vuole una società aperta e chi vuole una società chiusa, tra chi ha un animo più cosmopolita e chi più protezionista e nazionalista. Trovo inoltre che il linguaggio della politica si sia molto inquinato, soprattutto sui media, e questo è un pericolo per la cultura democratica. Se si guarda ai partiti classici di centro-destra, conservatori, questi si sono mossi in più paesi europei in una direzione via via più illiberale in materia di immigrazione, di diritti civili, di pluralismo culturale. C’è stato uno slittamento per cercare consenso inseguendo i temi agitati dalla destra più radicale. La forte flessione dei partiti che si richiamano alla tradizione social-democratica, non solo in Italia, ma anche in larga parte dell’Europa, è la dimostrazione della debolezza e del declino delle idee che li hanno animati e pone delle questioni molto difficili per una strategia volta a recuperare il consenso di ceti meno privilegiati.

* Giorgio Gomel, economista, è stato Direttore studi e relazioni internazionali della Banca d’Italia. Ha lavorato per alcuni anni al Fondo monetario internazionale. E’ stato membro di comitati in materia economico-monetaria in ambito europeo e internazionale (G7, G20, ecc.). Ha scritto di economia delle migrazioni, debito sovrano, integrazione monetaria europea, mercati finanziari e tassi di cambio, economie del Mediterraneo.
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