La danza e il senso (non)comune

Francesca Moccia

La danza è, da sempre, la forma d’arte più collaborativa e può incidere sulla realtà contemporanea come strumento di trasformazione della realtà e del senso comune

Il lavoro dell’artista non è limitato dai confini ma anzi li attraversa tutti, come accade alle nuvole, al sole o alla pioggia, è riconoscimento della molteplicità e coesistenza delle differenze. Per questo l’arte è una barriera forte contro le diseguaglianze.

Una barriera insormontabile se questa arte si chiama danza. La globalità della danza, dello stare nello spazio, del muoversi e di muoverlo, di raccontare l’umanità nella sua interezza, di tenere dentro le contraddizioni senza rimuoverle. La capacità stessa di dare voce al corpo senza affidare tutto alle parole è il segreto del potere di questa forma artistica, quando ne sei protagonista e quando sei spettatore coinvolto. Lo abbiamo visto con la potenza del teatro-danza di Pina Baush, pioniera di un genere che ha mescolato movimento del corpo e recitazione: certe cose si possono dire con le parole e altre con i movimenti – dice la Baush in una intervista – ma ci sono anche dei momenti i cui si rimane senza parole, completamente perduti e disorientati, non si sa più che fare e a questo punto comincia la danza. Questa lingua senza parole, dice ancora la Baush, non conosce nazionalità, non conosce confini. E’ solo un contatto con quelli che ci circondano. Sottolinea anche che il linguaggio dei sentimenti, delle sensazioni è molto importante perché ci consente di superare le differenze etniche, di superare qualsiasi tipo di barriera perché esprime semplicemente le relazioni che esistono tra noi.

Cambiare il senso comune attraverso la danza è dunque possibile, perché attraversare e superare il senso comune è dentro l’esperienza stessa della danza, soprattutto della danza contemporanea, che sperimenta, cancella steccati e fa un costante lavoro di ricerca. Ismael Ivo – ex direttore della Biennale danza recentemente scomparso – era profondamente convinto che la danza può incidere sulla realtà contemporanea come strumento di trasformazione e influenzare il percorso personale e sociale di una moltitudine di individui. Bellissima la mostra che quest’anno la Biennale danza ha dedicato proprio a Ismael, intitolata “Il corpo è un documento dell’oggi”, preapertura del festival della Biennale danza 2022.

Ismael parlava spesso del corpo come di un documento dell’oggi – scrive Waine McGregor, l’attuale Direttore settore danza, Biennale di Venezia – un’idea che risuona, portando con sé poesia e potere. Siamo le nostre esperienze e viaggiamo per la vita come collezionisti, raccogliendo sensazioni, ricordi ed esperienza attraverso, con e nel nostro corpo.

Ai danzatori – spiega McGregor – viene chiesto, più che ad altri, di avere accesso a questi profondi sensi somatici per comprenderli e per attingere ad essi e liberare creatività ed espressione. Si cercano allora indizi, spunti che aiutino a ricordare e sentire di nuovo, a navigare fra queste emozioni, una volta pienamente conosciute: mentre vengono ricatturate e rivissute si è gli stessi e si è diversi. Questo è il potere dell’archivio del corpo.

Ma un archivio è anche un insieme.

Scrive anche questo McGregor, la danza è, da sempre, la forma d’arte più collaborativa. Si lavora, come danzatori, con il proprio corpo interagendo con altri corpi, in un dialogo continuo tra spirito e materia. Spesso, noi esseri umani non parliamo; consentiamo al nostro essere più profondo di irradiarsi e, d’istinto, cominciamo a muoverci.

Dunque la musica, le immagini, i sentimenti, le pulsioni, il contatto fisico sono stimoli che scaturiscono da una miriade di fonti e risuonano dentro, sollecitando la creatività. Il più delle volte – conclude McGregor – non ricordiamo più da dove nasce un’idea, né dove finisce, in una continua metamorfosi e trasformazione.

Sarà un po’ vero allora che, parafrasando il titolo del film di W. Wenders sulla vita della Baush, se non danziamo siamo perduti? Forse è vero non tanto per l’esperienza straordinaria del teatro danza quanto perché questo invito a danzare per salvarsi non era un’idea della Baush ma un pensiero semplice di una ragazzina gitana che per strada in un viaggio in Grecia lei aveva incontrato, innamorandosi di quel viso e di quel messaggio incarnato da una bambina che la sua salvezza proprio nella danza aveva trovato, vedendo oltre quello che a occhio nudo si può vedere.

Ebbene, se per assurdo la danza scendesse di più nelle strade e riempisse le piazze, se riuscisse a scardinare il senso comune in cui siamo immersi e diventasse un grande laboratorio civico di speranza, diventerebbe un agente di cambiamento della realtà. E allora potrebbe incidere sulla forma che vorremmo dare al mondo in cui vivere e incontrare così la politica.

Ma questa, per adesso, è solo immaginazione…ammenoché il sogno che abbiamo di realizzare una scuola di futuro per la giustizia sociale e ambientale, che sia anche incontro di arte e politica, non si realizzi davvero.

Francesca Moccia, è vicesegretaria generale di Cittadinanzattiva e componente del coordinamento del ForumDD.
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