Il decreto insicurezza

Se verrà cancellata la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno per motivi umanitari e ristretto l’accesso al sistema di accoglienza SPRAR, per paradosso, ad essere sacrificata sarà in primis la sicurezza dei cittadini e delle cittadine. 

Questo articolo è stato pubblicato sull’edizione di Napoli di Repubblica venerdì 28 settembre. 

Con il decreto sicurezza viene sancito, anche sul piano normativo, nell’approccio della politica al tema dell’immigrazione, il definitivo abbandono del dato di realtà, per scegliere la strada, più facile e immediata, della sua rappresentazione. Una rappresentazione per altro piegata all’uso strumentale finalizzato alla costruzione di consenso elettorale. Scaricando sui migranti la responsabilità prima delle ansie, delle preoccupazioni e della precarietà di vita e di futuro di aree sempre più vaste di popolazione.

 

Una sospensione della realtà che sacrifica le persone (non più uomini e donne, nomi propri o biografie, ma categorie narrate in negativo e con preoccupazione) e contemporaneamente smantella in modo costante i presupposti di quella cultura dei diritti che aveva fatto dell’Italia un paese all’avanguardia in tale ambito.

 

Ma, per paradosso, ad essere sacrificata dall’impostazione del decreto Salvini è in primis la sicurezza dei cittadini e delle cittadine. Una sicurezza collettiva che nella realtà, se il decreto verrà approvato nella forma attuale, verrà fortemente penalizzata, in quanto le norme proposte, ad iniziare dalla cancellazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, provocheranno un forte aumento delle aree dell’irregolarità, rigettando nella condizione di clandestinità persone che oggi, grazie e tale permesso, possono lavorare o affittare una casa in modo regolare. Con il conseguente aumento, anche qui in senso diametralmente opposto alle finalità dichiarate dalla norma, delle sacche di manodopera disponibili al grave sfruttamento lavorativo, quando non a forme di lavoro para-schiavistico.

 

Così come la restrizione dell’accesso al sistema di accoglienza Sprar (quello gestito dai comuni, per piccoli numeri, e con forme di rendicontazione certe e trasparenti da parte degli enti gestori), provocherà lo spostamento di migliaia di persone verso i centri di accoglienza straordinaria. Quelli che in questi anni spesso non solo sono stati caratterizzati da numeri di ospiti e modalità di gestione irrispettose dei diritti e della dignità delle persone accolte ( e per questo micce in molti casi di quei conflitti locali che hanno diffuso diffidenza e rancore nei confronti dei migranti), ma che hanno anche favorito l’ingresso nel settore dell’accoglienza di quei soggetti privati, che anche qui per paradosso il decreto dice di voler contrastare, più attenti al profitto che alla buona accoglienza.

 

Quindi più che un “decreto sicurezza” un “decreto insicurezza”. Più che il contrasto al business dell’immigrazione le norme proposte finiranno per favorirlo. Ma tanto che importa ai nuovi governanti: l’importante è la propaganda e se questo significa sacrificare le persone, smantellare il sistema di diritto, umiliare la nostra Costituzione, poco male.

 

Anzi, il dubbio è che tutto sommato alimentare il conflitto per manipolare le percezioni e il senso comune; favorire il mercato di quei privati che in questi anni hanno speculato sulla pelle dei migranti a discapito di chi ha costruito buona accoglienza attenta ai migranti ma anche ai luoghi e alle persone, siano prospettive sommerse dell’impianto culturale di chi oggi governa il Paese.

 

Di fronte a tutto questo non è più possibile tacere. Occorre, a Napoli e in tutta Italia schierarsi e prendere posizione anche con forme diffuse di disobbedienza a norme insensate e anti-costituzionali che speriamo il Presidente Mattarella non voglia avvallare. Non si può accettare che sulla pelle delle donne e degli uomini con background migratorio si sperimentiamo modelli di cittadinanza debole e di seconda categoria. Non si può accettare ora per loro. Nè domani per tutti noi perché non sarebbe la prima volta che per favorire l’affermarsi di derive autoritarie si parte dai più deboli e senza parola.

 

Come ci ricorda Brecht: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”. 

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