Dove sono i bambini Rom e Sinti?

Presentato lo scorso 6 aprile il Rapporto annuale dell’Associazione 21 Luglio che fa una fotografia delle condizioni di vita di Rom e Sinti. 

Secondo i dati raccolti sul campo da Associazione 21 luglio, esistono 148 baraccopoli formali, distribuite in 87 comuni di 16 regioni da Nord a Sud, per un totale di circa 16.400 abitanti, mentre 9.600 è il numero di presenze stimato all’interno di insediamenti informali e micro-insediamenti, per un totale di circa 26.000 persone in emergenza abitativa. Dei Rom e Sinti residenti nelle baraccopoli formali si stima che il 43% abbia la cittadinanza italiana, a dimostrazione della presenza centenaria di alcune di queste comunità nel nostro Paese. E’ il drammatico dato che emerge dopo anni di deboli tentativi di alcune Amministrazioni per il “superamento della politica dei campi”.

 

Eppure dal 2012 – anno della presentazione della Strategia Nazionale – ad oggi sono stati più di 82 i milioni di euro spesi a vari livelli per creare e mantenere il perverso “sistema dei campi”. Roma continua ad essere la città con il maggior numero di persone Rom in emergenza abitativa, il 27% del totale nazionale. Diciassette insediamenti formali e circa 300 informali: è questa la “mappa della vergogna” di una città che accusa gravi ritardi nel promuovere strategie inclusive efficaci.

 

Nella città di Roma vive più di un quarto della popolazione in emergenza abitativa ma l’amministrazione ha deciso di seguire l’esempio di altre amministrazioni Comunali nella direzione di sgomberi forzati (se ne contano 33 nel solo 2017). Sgomberi a cui non è seguita una contemporanea e valida proposta di ricollocamento o l’offerta di reali garanzie. Ma la cosa che preoccupa di più è che tali sgomberi hanno forte impatto sulla scolarizzazione minori. Nel 2015 i minori iscritti nelle scuole erano il doppio del 2017 (si parla tra l’altro di iscritti, non di frequentanti). Non è possibile non chiedersi che fine hanno fatto e che fine faranno quei bambini che avevano diritto ad un’istruzione primaria, o cosa produrrà questa politica di sradicamento quando sarà ancora più difficile il recupero di tali persone a cui è stato negato un percorso di inclusione già di per sé difficile e pieno di ostacoli (al di là del numero degli iscritti, il drop out dei minori Rom e Sinti presso gli istituti scolastici  è già un dato preoccupante).

 

In totale in Italia, nel 2017, si sono registrati 230 sgomberi forzati, 96 al Nord, 91 al Centro e 43 nel Sud. Queste pratiche creano una diaspora degli sfollati nel territorio limitrofo, verso stazioni, magazzini, campi informali in condizioni precarie e insalubri. A Napoli gli sgomberi nel Comune di Gianturco hanno fatto sì che circa 250-300 persone cercassero riparo presso spazi abbandonati: l’ex manifattura tabacchi, l’ex mercato ortofrutticolo, l’ex-Frigoriferia. Ogni volta, però, dopo essersi ricollocati, tali persone venivano nuovamente cacciate in maniera coatta.

 

In totale i minori rappresentano il 55% delle persone vittime di sgomberi forzati, secondo le stime di Associazione 21 luglio, e questo provoca inevitabilmente gravi ripercussioni sulla salute psico-fisica oltre che sul loro percorso educativo e scolastico.

 

Tommaso Vitale dell’Università Sciences Po, presenta incisivamente la sua visione: “non ricominciare sempre da zero”. Impariamo – afferma – dalle strategie nazionali, dai loro fallimenti, dal confronto con altri Paesi europei. L’UE ha adottato una strategia per superare l’ottica degli insediamenti entro il 2020, ma l’obiettivo è ancora lontano da raggiungere. Bisogna concentrarsi su poche priorità, partendo dal fare proprie alcune certezze:

 

  1. In tutti i Paesi, quando la segregazione è troppo forte, le persone stanno male, e questo ha sempre delle ripercussioni negative anche sul territorio;
  2. La segregazione non è solo quella dei campi ma quella di situazioni troppo estreme che producono qualità della vita bassa. Si pensi anche alla “segregazione scolastica”: pensare che chi appartiene a un gruppo linguistico debba fare un tipo di percorso educativo diverso e parallelo (come anche un tipo di lavoro) fa male, è stigmatizzante.
  3. Interventi che funzionano sono quelli basati sui diritti: investire risorse pubbliche (politiche attive) ed eliminare le discriminazioni. L’importanza dell’anti-discriminazione è misurata in altri Paesi ed è efficace.

 

Ecco allora cosa mancherebbe alla strategia italiana rispetto le indicazioni europee:

 

  1. Centralità della relazione mamma-bambino: Smettere di interrompere rapporti familiari e garantire la continuità educativa. Le risorse devono essere messe per potenziare le capacità genitoriali e non per sostituirle.
  2. Centrare gli strumenti della lotta anti-discriminatoria, spiegarla meglio evitando continui riferimenti normativi. Non considerare lotta discriminatoria o razzismo anti-zigano una delle questioni tra le altre, perchè è li che si deve concentrare la priorità.

 

In generale manca poi chiarezza sulla ripartizione delle responsabilità. L’Italia è la terra degli 8000 comuni, di territori molto differenti. Ma non si può affrontare tale politica in modo diverso in ogni Comune. Nella strategia nazionale ci devono essere poche ma sentite priorità per le strategie territoriali,  che devono essere coperte da adeguati finanziamenti anche nazionali, non si può delegare l’intera strategia ai Fondi europei. Si devono prevedere, per queste priorità, dei vincoli rivolti alle autorità sub-nazionali (Regioni, Comuni) e  introdurre contestualmente delle premialità a chi riduce discriminazioni e raggiunge target identificati, rispetto a chi non lo fa.

 

Infine, come tutte le strategie, deve essere monitorata e valutata. Come anche deve essere misurato l’antiziganismo e la romaphobia (succede in Francia e Germania, dove il livello si sta riducendo). In questo momento i media ci possono aiutare, perchè si stanno interrogando sulla loro funzione culturale per riconquistare segmenti di mercato che hanno perso. Anche i giovani, gli attivisti Rom e Sinti sono una risorsa importante, portano competenza e capacità. Infine siamo forse noi a doverci interrogare, per non rendere l’ipocrisia un grave danno che le nuove generazioni di Rom e Sinti si troveranno presto a pagare nel nostro Paese.

Redazione

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