Diamo ossigeno ai quartieri: lavori in corso

La ricerca-azione “Intrappolati nel degrado” mira a capire come contrastare la disuguaglianza nell’accesso alla ricchezza comune in alcune aree metropolitane delle città di Napoli, Torino, Padova e Roma. 

Si sa, i paesi poveri sono più esposti ai danni provocati dai cambiamenti climatici e dai disastri ambientali. Per lunghi anni i paesi più poveri sono stati anche la pattumiera del mondo sviluppato. Ilaria Alpi è stata uccisa perché indagava su questi traffici.

Ma è così anche all’interno dei paesi sviluppati? Esiste una relazione tra disuguaglianze sociali e disuguaglianze ambientali, anche qui da noi?

Sul piano storico la risposta è semplice, perché le fabbriche inquinanti sono state piazzate nelle periferie delle città, dove nascevano i quartieri operai, Marghera è stata individuata nel piano regolatore degli anni Sessanta come il luogo dedicato alle produzioni più nocive, e al Sud la fame di lavoro è stato il grimaldello per non porsi troppi scrupoli: Taranto, Crotone, Augusta, Gela, ecc. Ma se vogliamo andare oltre una visione impressionistica, il ragionamento si fa più “ostico”. Perché non c’è solo l’inquinamento atmosferico tra i danni ambientali, c’è il rumore, l’assenza di verde accessibile, il traffico e le difficoltà nella mobilità, e poi l’impossibilità a fruire degli spazi pubblici, il degrado dell’arredo urbano, i rifiuti per strada, la qualità e la quantità delle risorse idriche …. Non è solo inquinamento o solo squallore urbano. La domanda corretta sarebbe: È possibile che i servizi ecosistemici danneggiati, e quindi dannosi per l’uomo, creino nuove disuguaglianze o accentuino quelle esistenti? E, viceversa, le disuguaglianze sociali esistenti provocano il peggioramento delle condizioni ambientali, creando un circuito vizioso senza fine?

A Padova, il rione Stanga sembra essere il paradigma di questa storia. Primo nucleo industriale, con aziende come la Snia Viscosa, e quartiere operaio, poi la deindustrializzazione e arriva il primo centro commerciale della città, gli operai si spostano ed arrivano gli studenti, poi sostituiti dai migranti, recintati dalla costruzione del muro di via Anelli, che ha segnato una ferita sociale ed urbanistica non ancora ricucita. Poi la reazione: percorsi di innovazione socio culturale, la prima casa editrice “cartoneras” in Italia, il “Cacciablog ai tesori del rione Stanga”, alla scoperta dei luoghi e della ritessitura dei rapporti tra le persone, il basket della Uisp, il Tavolo di coordinamento di persone ed associazioni, promosso dal Comune, per migliorare insieme la vita del territorio.

A Roma, nel quadrante est, tra Pietralata, Villa Gordiani e Torbellamonaca, presidi sparsi che non fanno sistema né condensa ma cercano, nel micro territorio di una città gigante, percorsi di riqualificazione, di ritessitura, di recupero di identità, incuneandosi in spazi e funzioni che il caotico sviluppo urbanistico della capitale ha tralasciato. Spazi e funzioni che alcune associazioni di impegno civile ed ambientale vogliono far diventare punti su cui far leva, per riconnettere gli abitanti con l’ambiente di vita e invertire l’aumento delle disuguaglianze, ed insieme provare a risolvere il diritto di accesso alla ricchezza comune e alla qualità ambientale, oggi sequestrate dal degrado, dal non governo, dalla rottura degli equilibri ecosistemici.

A Torino, una tradizione solida di attivismo istituzionale cittadino e di partecipazione e creatività dei soggetti civili, prova a misurarsi con le nuove sfide per andare oltre l’approccio assistenziale, che finisce per riprodurre immutabili le disuguaglianze. La zona scelta è quella nord, intorno al quartiere Falchera, e Mirafiorisud, dove opera una Fondazione di comunità, per verificare se e quanto l’attivismo sociale e civile sia un deterrente per invertire la rotta nell’aumento delle disuguaglianze, per trovare i nuovi percorsi che connettano gli ultimi arrivati, gli stranieri, con la città e con il proprio territorio, superando le attuali emarginazioni.

Sono tre lenti di ingrandimento, quattro con quella sul quartiere Scampia di Napoli, per sviscerare l’intreccio perverso, e spesso autoalimentato, tra degrado urbano, inquinamenti, assenza di servizi, nuove povertà, depauperamento culturale e civico, maggiori costi, in termini di tempo e di salute, per accedere per accedere alla ricchezza comune, come diritto inalienabile “abitanti del XXI secolo”.

Nel percorso della ricerca-azione che si sta configurando vedremo lo stato della ricchezza comune in questi territori, il fattori che ne impediscono la fruizione equa, il ruolo dell’attivismo sociale, e proveremo a rilanciare il quartiere come sistema locale, facendo proposte di politica locale, di miglioramento delle pratiche associative, di politica nazionale, il tutto perché pensiamo che sia indispensabile “dare ossigeno ai quartieri”, là dove si debbono contrastare le disuguaglianze di ricchezza comune.

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