Accesso alla terra, manutenzione del territorio, sostegno della domanda di beni locali: così prosperano le aree interne

Giovanni Carrosio e Alessandra de Renzis

Una proposta di intervento di Ricomporre i Divari per riattivare il capitale naturale delle aree interne

Nello spazio di possibilità che si è aperto come effetto della pandemia, vi è l’idea − diffusa anche nel mondo dell’economia e dell’industria mainstream − che sia necessario rilocalizzare settori e filiere strategici per una transizione resiliente dei sistemi sociali e territoriali. Nei mesi del primo picco della pandemia si è discusso molto sulla perdita di controllo sulle filiere dei dispositivi medici, come le mascherine e i respiratori, e sulla necessità di ricostruire delle economie di stoccaggio dei beni fondamentali e di accorciare le catene di produzione. Lo stesso ragionamento può essere spostato sui beni ambientali. La crisi climatica ci pone di fronte a cicliche e sempre più frequenti situazioni estreme, nelle quali beni come acqua, energia, cibo e diverse materie prime possono entrare temporaneamente in regime di scarsità. A livello internazionale esiste ormai da anni un filone di studi che si occupa di food desert, ovvero delle situazioni di scarsità di cibo conseguenti a eventi climatici estremi. In questo caso, resilienza significa ricostruire spazi di autonomia nel reperimento e nella riproduzione dei beni ambientali e delle risorse primarie, dove il presidio e la cura dei beni e servizi ecosistemici permettono la tenuta e la valorizzazione del capitale naturale.

 

In Italia, questi spazi possono essere ricostruiti rimettendo al lavoro il capitale naturale delle aree interne, territori dove lo spopolamento e l’abbandono hanno causato una situazione di sottoutilizzo insostenibile dei beni ambientali, che si è tradotta in dissesto idrogeologico, perdita di superficie agricola utilizzata, depauperamento della qualità e disequilibrio degli ecosistemi, perdita di biodiversità. Riconnettere la gestione sostenibile dei beni ambientali con i sistemi produttivi significa reintrodurre materiali naturali e sottoprodotti di lavorazione in alcune filiere come l’edilizia, la fabbricazione di tessuti, le produzioni di design, l’innovazione terapeutica a base di complessi molecolari naturali… Senza dimenticare il ruolo che la gestione dei beni ambientali può avere nella decarbonizzazione del sistema energetico nazionale, sia sul fronte della produzione di energia che del risparmio energetico. Ad oggi esistono già alcune esperienze più o meno strutturate, che si muovono sul fronte dell’innovazione e occupano alcune nicchie specifiche di mercato. Si pensi alle esperienze di economia circolare, che valorizzano i sottoprodotti della lavorazione del legno per la produzione di energia da biomasse, alla produzione di tessuti ecologici grazie alla trasformazione del pestazzo degli agrumi. Oppure alle filiere alimentari della nutraceutica, che recuperano varietà antiche di produzioni vegetali per offrire prodotti ad una crescente componente di consumatori che soffrono di intolleranze alimentari. Queste nuove esperienze che innovano ricostruendo una relazione di co-produzione tra uomo e ambiente non trovano però contesti regolativi idonei per fare il salto di scala e occupare segmenti di mercato sufficientemente grandi da rimettere al lavoro il capitale naturale delle aree interne. Sicurezza degli approvvigionamenti, manutenzione del territorio, economie circolari, decarbonizzazione sembrano essere, in questa prospettiva, obiettivi reciprocamente vantaggiosi. Tuttavia, esistono diverse problematiche perché questi obiettivi si possano inverare. Ne individuiamo tre, attorno alle quali concentreremo le possibili azioni concrete che sostanziano la proposta:

 

  • la prima riguarda la frammentazione fondiaria e l’accesso alla terra: una parte dell’innovazione imprenditoriale che guarda alla riconnessione tra materie prime locali e filiere e alla rimessa in produzione del capitale naturale delle aree interne è penalizzata dalla difficoltà di accesso alla terra e dal problema della frammentazione fondiaria;
  • la seconda riguarda alcune attività di manutenzione, indispensabili per gli equilibri ecosistemici, che non trovano riscontro diretto sul mercato e che hanno bisogno di vedere riconosciuto il proprio lavoro e valore per continuare ad esistere;
  • la terza riguarda la costruzione della domanda: dando per scontato che i mercati sono sempre direttamente o indirettamente regolati da politiche e sistemi di incentivazione, bisogna pensare a come introdurre una postura territoriale alle politiche (per esempio le incentivazioni per il risparmio energetico delle abitazioni, che richiedono utilizzo di materiali coibentanti) che rimetta al centro la domanda di beni naturali locali. Ad oggi, le politiche regolative e di incentivazione favoriscono settori e filiere già strutturati e non permettono di creare spazi alla diffusione di nuovi prodotti, materiali, metodi.

 

Le azioni concrete

 

Le azioni concrete che si possono mettere in campo per rimettere in moto il capitale naturale delle aree interne hanno bisogno di raccordare in modo mirato strumenti e sperimentazioni già esistenti e di individuare nuovi modi di operare attraverso azioni sperimentali. Si potranno individuare strumenti di sostegno offerti dalla prossima programmazione dei fondi europei − tanto a favore del sistema agricolo quanto si quello economico ed urbano − lavorando sulle relazioni tra città e aree interne, instaurando un circolo virtuoso di riconoscimento, complementarietà e reciprocità metro-rurale:

 

  • per quanto riguarda i problemi della frammentazione fondiaria e dell’accesso alla terra esistono diverse sperimentazioni e politiche già in essere. In particolare, sul tema della frammentazione fondiaria si registrano: il tentativo di innovare i catasti, perché diventino strumenti attivi per l’organizzazione di banche della terra, capaci di mettere in connessione domanda e offerta; esperienze dal basso di associazione fondiaria e consorzi forestali per accorpare particelle di bosco al fine di lavorare su economie di scala che consentano di attivare nuove imprese. Questi strumenti vanno coordinati e utilizzati per creare connessioni metro-rurali tra domanda e offerta;
  • per quanto riguarda la remunerazione di attività di manutenzione del territorio, di riproduzione e di stoccaggio di risorse ambientali, ci viene in soccorso la letteratura sui servizi ecosistemici e sul loro pagamento. Il pagamento dei servizi ecosistemici può avvenire sotto forma di tassazione (per esempio, chi è a valle paga canoni dell’acqua a chi è a monte. Romagna Acque – gestione della diga di Ridracoli – mette in bolletta un riconoscimento economico vincolato alla manutenzione boschiva) o come riconoscimento della quota ecosistemica nel valore dei prodotti, dentro mercati che consentono di valorizzare l’origine, la qualità e la funzione (pago di più un tipo di formaggio perché fa parte di una filiera di manutenzione del territorio e conservazione della biodiversità). Perché avvenga questo è necessario collegare alcuni strumenti già esistenti, come alcune forme di sostegno alle attività agricole nei fondi europei (es le esperienze dei “custodi del territorio”, degli agricoltori e allevatori custodi), con nuove politiche che impegnino amministratori, aziende pubbliche, centrali cooperative, consumatori in un patto metro-rurale: su questo punto esistono esperienze di gestione sostenibile dei boschi attraverso piani di valorizzazione che guardano alla connessione tra aree interne e città: si pensi al nascente condominio forestale in Val Pesarina (Friuli Venezia Giulia, provincia di Udine), che connette gestione del bosco con il riscaldamento condominiale a biomasse nella città di Pordenone, oppure alla filiera della biomassa di Campo Ligure (Liguria, provincia di Genova), che fornisce di cippato le serre delle coltivazioni di basilico di Prà, sulla costa del ponente ligure.
  • infine per quanto concerne la costruzione della continuità di domanda di prodotti derivati da gestione sostenibile del territorio, è necessario lavorare affinché si dia vita a nested markets (mercati nidificati), dove il ruolo delle amministrazioni pubbliche e delle imprese pubbliche può essere fondamentale per strutturare la nascita di nuovi mercati e garantire quantitativi di domanda stabili e sufficienti perché vi siano investimenti imprenditoriali: si potrebbe pensare alla logica del green procurement, declinata sulla responsabilità territoriale dell’azione pubblica e privata. Da una parte, le amministrazioni e le imprese pubbliche potrebbero acquistare prodotti e servizi sulla base di specifiche territoriale oltre che ambientali; dall’altra, il legislatore nazionale e regionale potrebbe inserire clausole territoriali nelle politiche di incentivazione e regolamentazione dei mercati. Per esempio, i sistemi di detrazione fiscale per interventi di efficientamento energetico delle abitazioni potrebbero essere collegati a premialità per l’utilizzo di materiali naturali provenienti da filiera corta; o ancora, le mense delle scuole e aziendali, potrebbero incrementare l’utilizzo di prodotti derivanti da gestione sostenibile del territorio dentro disegni articolati di responsabilità sociale territoriale.
*La proposta è stata elaborata da Giovanni Carrosio e Alessandra de Renzis. La sua versione completa sarà pubblicata in un volume di prossima uscita per i tipi de Il Mulino.
Photocredits: Samuele Giacometti.
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