Un approfondimento dal quinto numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”
La Global Progressive Mobilisation (GPM), la piattaforma che offre un’alternativa alle forze conservatrici e di estrema destra, ha tenuto un evento a Barcellona il 17 e il 18 Aprile, per trovare risposta a due fenomeni collegati: il coordinamento delle destre radicali su scala globale e la frammentazione del campo progressista.
Il progressismo opera in un “campo inclinato”. La destra ha costruito nel tempo un controllo significativo dei canali mediatici. L’offensiva inaugurata in Italia da Berlusconi con RAI e Mediaset fu forse la prima ad abbozzare un modello. Ma il fenomeno si è poi replicato e infine manifestato pienamente: tre gruppi controllano oggi il 90% della tiratura dei quotidiani britannici, Bolloré ha esteso il suo controllo a televisione, radio, stampa ed editoria in Francia, Murdoch ha costruito un impero editoriale che attraversa tre continenti. Questa offensiva segue una logica industriale precisa: conglomerati integrati che uniscono produzione di contenuti, pubblicità e distribuzione, con una coerenza di linea imposta attraverso ristrutturazioni redazionali e ora anche pressioni, licenziamenti di giornalisti non allineati e cause per diffamazione. Il risultato, in ciascuno di questi contesti, è uno spostamento progressivo del baricentro della comunicazione verso un orientamento apertamente antiprogressista.
La destra investe in megafoni che travalicano le scene nazionali
I rapporti tra Bolloré, Telecom Italia e Mediaset, come il conglomerato di Murdoch che attraversa Stati Uniti, Regno Unito e Australia, non sono coincidenze: sono nodi di architetture proprietarie integrate che decidono cosa viene prodotto a Hollywood, cosa arriva sulle televisioni europee, quali serie tv entrano in Italia, in Francia o nel Regno Unito. Le narrazioni politiche e culturali convergono ideologicamente e circolano attraverso i confini — e non è un caso che la grammatica (e i consulenti) delle campagne politiche nazionali mostri similitudini sempre più marcate. A questo si aggiunge una seconda infrastruttura, meno visibile ma altrettanto efficace: reti di fondazioni e think tank conservatori — tra cui la rete di Charles Koch — finanziati da grandi interessi industriali per elaborare e distribuire gli argomenti di un’agenda neoliberale: bassa tassazione, deregolazione, scetticismo climatico.
Il caso spagnolo incarna il paradosso centrale di questo meccanismo. Il governo Sánchez, infatti, registra performance socioeconomiche difficilmente contestabili: la crescita maggiore tra i paesi dell’Europa dell’ovest, l’aumento del 60% del salario minimo e in parallelo il numero di occupati più alto dalla crisi del 2008, transizione energetica avanzata, un piano per riformare la governance aziendale e promuovere la partecipazione dei lavoratori. Eppure, nel dibattito europeo non è questo modello a dominare: è piuttosto la narrazione della destra, incarnata spesso da Meloni, a strutturare l’agenda. Insomma, la sinistra governa meglio di quanto venga raccontato, la destra viene raccontata meglio di quanto governi.
E quando i dati spagnoli diventano troppo evidenti per essere ignorati, non vengono confutati — vengono “eccezionalizzati”. La crescita è attribuita allora al turismo o ai fondi europei, tacendo che i fondi europei destinati all’Italia sono ben maggiori di quelli che vanno alla Spagna e producono risultati inversamente proporzionali. Si riconosce il risultato ma si neutralizza il paradigma che lo ha reso possibile. A questo meccanismo non contribuisce solo la destra: vi partecipa anche l’establishment politico ed economico europeo, i cui think tank e attori trasversali restano ancorati a un’ortodossia economica già incrinata dalla crisi del 2008 e faticano a riconoscere modelli alternativi anche quando questi modelli producono risultati empirici robusti sulla difesa dei salari e del potere d’acquisto o sulla regolarizzazione di circa mezzo milione di immigrati, cioè una misura razionale sul piano economico e demografico che la destra europea ha trasformato in allarme identitario. La vera anomalia non è la Spagna, ma il sistema mediatico.
La necessità di contrastare la destra non deriva allora solo da una divergenza di visioni del mondo. Deriva da un problema strutturale nel funzionamento della sfera pubblica. Le destre hanno costruito una capacità di coordinamento che opera simultaneamente su retorica, organizzazione e visione. Producono narrazioni semplici, identificano nemici, elaborano una grammatica e sincronizzano messaggi attraverso reti transnazionali. Il progressismo, al contrario, resta spesso confinato a esperienze nazionali non coordinate, incapaci di trasformarsi in programmi riconoscibili su scala europea e globale.
Un vuoto da colmare
È in questo vuoto che si inserisce la Global Progressive Mobilisation. La sua ambizione è ricomporre un campo frammentato attraverso la legittimità storica dell’Internazionale Socialista — di cui Sánchez è presidente dal 2022, la capacità operativa dell’Alleanza Progressista e il peso istituzionale dei governi di sinistra. Non è un vertice tra capi di governo e figure istituzionali, ma un tentativo di costruire un coordinamento tra attori progressisti che, anche quando sono al governo, faticano — a differenza della destra — a trasformare i risultati in egemonia. Gli obiettivi espliciti sono noti: difendere la democrazia e lo stato di diritto, contrastare le disuguaglianze, coordinare le risposte alle grandi crisi globali, rilanciare il multilateralismo. Ma la posta più alta è implicita: costruire una capacità narrativa comune, in grado di competere con quella delle destre. Barcellona può essere un inizio, perché non basta aver ragione.
Nella sua fase iniziale, a Barcellona, il progetto si è concentrato sulla dimensione politica e simbolica — come era giusto fare. Non deve restare ora una mobilitazione senza seguito operativo, capace di produrre visibilità e convergenza retorica, ma non di fare le tre cose che contano: a) ridefinire la visione progressista nello scenario globale, facendo tesoro di modelli come quello spagnolo; b) costruire strumenti che modifichino il funzionamento della sfera pubblica contro le sue derive reazionarie; c) tradurre gli obiettivi condivisi — a partire dalla lotta alle disuguaglianze — in un programma concreto.
Resta un punto da non sottostimare: la dimensione geopolitica. Sánchez è stato tra i pochi leader europei a opporsi pubblicamente alla richiesta americana di portare la spesa militare al 5% del PIL, a proporre un esercito europeo comune e a condannare le molteplici violazioni del diritto internazionale. Posizioni a lungo isolate nel panorama europeo — e oggi sempre più condivise. Nei sondaggi europei Sánchez registra indici di fiducia in crescita, mentre altri dirigenti pagano un costo reputazionale per le scelte prudenti o l’ambiguità rispetto a Trump.
La credibilità di Sanchez è ancora più netta nei rapporti con il Sud. Il doppio “no” spagnolo al regime di Maduro e all’intervento militare statunitense era stato letto in Europa come una nota stonata. È diventato invece una delle basi su cui costruire la GPM: Lula, Petro, Ramaphosa, Sheinbaum hanno riconosciuto Sánchez come interlocutore credibile. A Barcellona il Sud non era decorativo, era co-autore e i suoi leader erano centrali nell’agenda, non testimoni di architetture pensate altrove. La GPM prefigura così già in sé una condizione della reinvenzione del multilateralismo: un Sud che non osserva ma propone.
Sul versante europeo, Antonio Costa ha svolto un ruolo complementare: come Presidente del Consiglio europeo ha preso le distanze da chi — anche dentro le istituzioni UE — parlava di abbandonare l’ordine internazionale basato su regole. Questa convergenza tra la credibilità meridionale di Sánchez e la voce istituzionale di Costa apre una traiettoria: un multilateralismo a geometria variabile, basato su coalizioni flessibili orientate a obiettivi concreti. Strumenti come il Global Gateway europeo possono diventare i laboratori in cui sperimentare questa forma di cooperazione — fondata su co-investimento, co-produzione e interesse condiviso. La GPM, se saprà fare questo passaggio, non sarà solo una risposta alla crisi del progressismo. Sarà una risposta alla crisi globale.
Foto di Cody Pulliam su Unsplash










