Un approfondimento dal quarto numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”
Nel 2020, il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) informava con preoccupazione che le spese militari nel mondo avevano superato la soglia “psicologica” dei 2.000 miliardi di dollari. Allertava, inoltre, che la produzione e il commercio di armi a quel livello ne avrebbero inevitabilmente presupposto l’utilizzo, in barba a diplomazia e deterrenza. Quella cifra spaventosa ha subito un’accelerazione fino ad arrivare a 2.718 miliardi di dollari nel 2024, ultima conosciuta, che ovviamente nel frattempo sarà ulteriormente lievitata.
Appare chiaro che in tale contesto parlare di pace, prevenzione dei conflitti, diritto internazionale e diplomazia suoni quasi lunare. Le guerre nel mondo (piccole e grandi) sono ormai un centinaio, e basta aprire un giornale o una pagina web per rendersi conto che la competizione ha scalzato la cooperazione internazionale, che la forza prevale sul diritto e che siamo ormai alla “weaponisation of everything”.
Per l’Europa, almeno quella che in tanti abbiamo sognato come risposta a due sanguinosi conflitti mondiali, si pone il dilemma se resistere richiamandosi ai suoi valori e principi, ben riportati negli articoli 2 e 3 del Trattato, o soccombere e diventare altro, fino all’inevitabile implosione.
Va detto senza ingenuità alcuna che, scomparsa definitivamente dai radar la (da tempo) confusa nozione di Occidente, l’UE non può più di certo contare su Washington per proteggersi. L’incredibile vicenda della Groenlandia non lascia ormai spazio a cavilli.
Nel leggere, infatti, la comunicazione della Commissione che nel marzo 2025 accompagnava l’infelice iniziativa “Rearm Europe” (poi ribattezzata con pezza peggio del buco) c’era già tutta la volontà di identificare sfide e nemici, dalla Russia alla Cina.. Ci siamo così abituati a sigle – alcune nuove, altre potenziate – come EDF, SAFE, EDTIB, EDIP, abbiamo addirittura una “escape clause” (letteralmente “scappatoia”) che gli Stati Membri possono usare per sforare i parametri del Patto di Stabilità per la spese in armamenti. Ancora, una parte importante del prossimo Quadro Finanziario Pluriennale rischia di servire allo scopo militare.
È vero certamente che l’UE avrebbe bisogno di una difesa comune. Un’idea che faceva del resto parte del sogno dei padri fondatori, affossata dalla Francia negli anni ’50, e che parlava di pace. Così com’è vero che coordinare la Difesa di 27 paesi porterebbe a sinergie, interoperabilità, coordinamento, persino risparmi, anche in assenza di un proprio esercito europeo, che comunque non potrebbe esistere senza un vero stato federale. Sarebbe una difesa con dietro un’idea di politica estera comune, di forte diplomazia, di peso solidissimo nelle istanze internazionali. Una difesa di ultima istanza, insomma. In due parole, doterebbe l’Europa di una sua “autonomia strategica”, indispensabile per contare in un mondo sempre più multipolare e caotico.
E infatti, una spesa intelligente dovrebbe dare priorità alle tecnologie digitali europee per la difesa, come la cyber sicurezza (per evitare per esempio che si oscurino gli ospedali), la guerra elettronica, la difesa contro i sistemi a pilotaggio remoto (droni), le capacità spaziali e di comunicazione, l’intelligenza artificiale e l’analisi dei big data, nonché la sicurezza quantistica e il quantum computing.
Invece, già solo nell’ultimo anno l’industria degli armamenti ha aumentato con successo del 40% anche le sue dotazioni per fare lobby nelle istituzioni europee.Il target principale è certo la Commissione, ma il registro del Parlamento europeo fa stato di una vera e propria valanga di riunioni, molto concentrate peraltro nei gruppi di destra ed estrema destra. Dunque, sono i soldi decidono.
E decidono bene per loro e male per noi.
La Commissione non ha esitato nel 2025 a utilizzare l’articolo 122 del trattato per il suo “Rearm”, un articolo basato su un’emergenza inesistente nei fatti che taglia fuori il Parlamento in un confronto democratico. E di cose da obiettare ce ne sarebbero parecchie. Tutti i meccanismi volti a un’integrazione finanziaria non accompagnata da un rafforzato ruolo e coordinamento dell’UE portano alla frammentazione nazionale e ad una maggiore dipendenza dall’industria della difesa extraeuropea. In sintesi, senza un quadro europeo solido e vincolante, maggiori risorse rischiano di alimentare divergenze e dipendenze. Da Trump.
Le deroghe al Patto di Stabilità e Crescita per la spesa militare, oltre che fare felici le multinazionali della guerra, fanno debito. Con un dubbio trade off per crescita sostenibile, occupazione, lotta al cambio climatico e politiche sociali. Speriamo che quelle deroghe siano temporanee, mirate e complementari agli obiettivi collettivi, ma sono decenni che ci sentiamo dire che il debito pubblico è “sulle spalle dei nostri figli” quando si tratta di contrarlo per i beni comuni; oggi non se ne parla, ma come solidarietà intergenerazionale non c’è male, unita all’idea del ritorno al servizio militare obbligatorio, e condita dall’ormai universale uso del meta-linguaggio bellico. Qualcuno ha scritto che la guerra guerreggiata è sempre stata preceduta dal suo “frame”.
Finiamo con l’ennesima nota dolente. Sono ormai mesi che Bruxelles rinnega tutto il lavoro legislativo fatto nel passato, soprattutto nel mandato 2019-2024, mandato che il ForumDD aveva giudicato “un buon inizio” con interessanti novità. Tramite pacchetti impropriamente e malignamente chiamati “omnibus” (si designano così ripuliture meramente tecniche del corpus legislativo) la Commissione sta indebolendo o smantellando a poco a poco le norme di “due diligence”, ambientali, sociali, di rispetto dei diritti umani, di protezione contro i giganti dell’intelligenza artificiale, contro i pesticidi…In questa rete è caduta anche la legislazione sugli armamenti. Con il pretesto di rendere più snello il mercato unico e l’interoperatività europea, le semplificazioni normative in questo settore implicano il rischio che le armi esportate possano essere utilizzate per violare il diritto internazionale. Potrebbero, cioè, saltare le garanzie e i requisiti di trasparenza – fino ad ora in linea con gli obblighi relativi al controllo delle esportazioni – nei meccanismi per facilitare i trasferimenti intra-UE di prodotti per la difesa e gli sforzi generali per potenziare i piani di riarmo.
Per tutte queste ragioni, occorre riprendere urgentemente l’iniziativa da parte della politica, della società civile organizzata, dell’accademia e degli esperti. La guerra è una cosa orrenda. Ma come diceva Georges Clemenceau, “la guerra è una cosa troppo importante per lasciarla ai militari”, ci sono in ballo responsabilità politiche, strategiche e umanitarie che vanno oltre la sola gestione militare, coinvolgendo la società intera e decisioni cruciali.
Ecco. A maggior ragione, lasciare decidere multinazionali e fondi di investimento è pura follia. Riprendiamoci la democrazia prima che sia tardi. O anche se un po’ tardi lo è già.
Foto di Myko Makhlai su Unsplash










