Morire di disperazione. L’ingiustizia sociale nella sua forma estrema

“Il capitalismo, negli Stati Uniti, non funziona per 2/3 di coloro che hanno un’età tra i 25 e i 64 anni”. Questa frase è stata pronunciata, tra molte altre di analogo tenore, all’inizio di gennaio da Ann Case, a San Diego, in California, nel corso di un panel dell’American Economic Association dedicato al libro da lei scritto assieme al premio Nobel Angus Deaton, dal titolo Deaths of Despair. The future of capitalism, che sarà pubblicato a marzo dalla Princeton University Press. Al panel, oltre naturalmente a Case e Deaton, hanno partecipato tre autorevoli studiosi come Robert Putnam, Raghuram Rajan e Ken Rogoff. Il tema è di straordinaria rilevanza e, in attesa del libro, appare interessante iniziare a riflettervi sulla base di quanto è emerso nel corso del panel.

 

Si parla di deaths of despair, un fenomeno sul quale Case e Deaton hanno iniziato ad attirare l’attenzione già da qualche anno. Si tratta di morti collegate alla disperazione e che più specificamente sono identificate dai due studiosi con quelle che avvengono per suicidio, per eccesso di droga e per malattie del fegato dovute ad alcool,  cioè per decisioni o comportamenti che lentamente o improvvisamente portano all’esito letale.

 

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Maurizio Franzini – Menabò n. 116/2020

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