Il welfare non sia visto come un costo ma come un investimento

Una porta chiusa in faccia a qualcuno che ne ha bisogno è una concreta immagine dell’abbandono dei più fragili e quindi della disuguaglianza. Si può continuare a immaginare una società diversa che abbia al centro la dignità delle persone. Per farlo, occorre resistere, restare vivi, fare esperienza, costruire spazi e risvegliare in tutti quella coscienza di umanità che nessun bombardamento razzista o fascista può seppellire.

 

Intervista a Don Armando Zappolini*

Don Zappolini, nella nostra visione l’inversione a U delle politiche pubbliche, in particolare di quelle macro-economiche, di sviluppo territoriale e di welfare, è uno dei tre fattori chiave che hanno causato le disuguaglianze di cui come Forum ci occupiamo. E’ d’accordo con questa lettura? Ci spiega il suo punto di vista?

E’ chiaro ciò che sta avvenendo ormai da diversi anni con il taglio delle risorse alle politiche di welfare è una delle cause principali di una situazione di abbandono e di disagio di molti cittadini. Quando uno ha un problema e lo sportello dove può condividerlo e chiedere una mano lo trova chiuso o quando si reca a un servizio per una situazione di emergenza e quel servizio non c’è più, è evidente che è immediata la conseguenza della marginalità e della disuguaglianza. Ciò che ha prodotto però questo fenomeno e che è purtroppo trasversale ai diversi governi che si sono succeduti in questi anni è la visione di fondo. Il welfare non è mai stato considerato come un’occasione di sviluppo e di investimento ma solo come un costo sociale, con una logica che “se ci sono più soldi, abbiamo più soldi da spendere per i poveri”. In realtà questo è un approccio sbagliato. Faccio un esempio banale, quello del carcere. Pensiamo a un detenuto che costa 250 euro al giorno in una prigione, e che se finisce la sua pena in carcere, ha una recidiva del 90% perchè uscito dal carcere non ha strade facili che lo aiutano a cambiare la propria vita, mentre un detenuto che è in un percorso di accompagnamento e di inserimento socio-lavorativo in una comunità di recupero o in una cooperativa costa al massimo 60-70 euro al giorno e però quando finisce la pena ha un lavoro, una posizione e delle relazioni e infatti in questi casi la recidiva non supera il 10%. Quindi è un costo o un investimento spendere perché i detenuti abbiano accesso a percorsi di riabilitazione e reinserimento? Se si vede come un costo, i soldi sono sempre meno e quindi questa è una delle cause più evidenti delle disuguaglianze, perché chi non ha risorse a cui attingere non riesce più ad avere l’ossigeno per respirare.

Lei ha un’esperienza di lungo corso come persona impegnata sul campo dalla parte dei più deboli, quelli che nella nostra classificazione chiamiamo gli ultimi. Come sono cambiate negli anni le risposte dello Stato alle tante fragilità sociali? 

Noi abbiamo fatto un percorso dalla fine degli anni settanta e negli anni ottanta dove davvero si è costruito un sistema. Penso sul campo dei diritti sociali alla legge 328 e alla legge 309 per la parte che riguardava il sostegno al sistema di intervento, leggi che hanno permesso una risposta di grande efficacia, attraverso l’integrazione pubblico-privato. Noi come CNCA siamo stati tra i primi a chiedere una regolamentazione delle comunità terapeutiche convinti da sempre che non basta avere buon cuore per essere efficaci nell’aiuto ma che occorre avere anche competenze. Questa interazione ha prodotto sistemi territoriali e risposte adeguate. Purtroppo però questo approccio si è sgretolato negli anni novanta in una politica che vede il welfare solo come costo e non come investimento e di conseguenza sono stati chiusi spazi, dimezzate le risorse, e non sono state finanziate più le leggi come la 309 in modo organico. Oggi non siamo più in grado di dare risposte a bisogni nuovi, penso al fatto che si accetta come inevitabile il destino di ragazzini che nascono in quartieri periferici nelle nostre città senza investire sul loro futuro. Direi che la povertà oggi oltre all’immagine della fame, della malattia e del disagio ha quella del completo abbandono.

Oggi siamo nel 2018, a dieci anni dalla crisi che ha sconvolto l’Occidente. Secondo lei in questi ultimi dieci anni, la politica ha messo in discussione il predominio dell’economico sul sociale? 

Direi assolutamente no. Anzi mentre prima la politica manteneva una parvenza di livello istituzionale, oggi l’appiattimento della politica sulla finanza è quanto mai evidente. Dopo dieci anni si sta dicendo che si esce dalla crisi, ma si esce senza dignità, senza lavoro, con una politica che tutela le banche e non le persone e con le grandi multinazionali, penso alle grandi lobby del petrolio, delle armi e dell’acqua, che fanno le scelte della politica. Pensiamo all’India e alla Cina, che sta comprando mezza Africa. Pensiamo a queste macroeconomie che si muovono e in cui gli stati nazionali hanno l’immagine delle piccole comparse. Mi ricordo al tavolo territoriale socio-sanitario a Pisa che io coordinavo nella parte del terzo settore, tutte le nostre riunioni gestivano in realtà il 20% delle risorse. La restante parte, l’80%, era destinato in modo diretto a grandi lobby. Dalla crisi siamo usciti con gli stessi attori che l’hanno provocata. Non ci sono stati passi avanti sulle modalità di misurazione del benessere delle persone. Si continua a misurare il tasso di sviluppo con il tasso di produzione. In realtà quello che fa la qualità della vita sono anche gli spazi umani, le relazioni, la qualità del lavoro. Dopo questi dieci anni si esce massacrati: c’è tanta gente che non lavora e c’è gente che lavora ed è povera e non riesce a elevare il proprio stato sociale. Non mi sembra che la politica abbia dato risposte soddisfacenti, anzi si è persa quella parvenza di dignità istituzionale che forse dieci anni fa sopravviveva.

Il Professore Emanuele Felice, che abbiamo intervistato di recente, sostiene che le politiche di welfare dovrebbero essere pensate a livello europeo. Che ne pensa di questo? Può essere una soluzione per destinare risorse cospicue e per rilanciare il progetto di un’Europa coesa?

E’ chiaro che l’Europa può giocare una carta davvero fondamentale nello scenario del mondo di oggi. In questa lobby di potentati finanziari molto aggressivi, noi potremmo costruire una realtà che vive ancora un’economia delle relazioni e di sviluppo di singole nazioni ma dentro una logica di comunità. Pensiamo all’Europa dei grandi diritti e che potrebbe essere un laboratorio di welfare che ricostruisce la politica che mette al centro la persona. Sono occasioni che non mi sembra però che siano nell’agenda di questi giorni. Si parla tanto invece di migrazioni e di polizia di frontiera. Non siamo in grado di accogliere quote minimali di persone che scappano in un paese come l’Italia da 65 milioni di abitanti e in Europa con centinaia di milioni di abitanti. Questa migrazione dall’Africa non la fermerà nessuno perché è un fenomeno naturale di sovrabbondanza di popolazione e di ricerca di sopravvivenza, al contrario potrebbe portare a una rivitalizzazione del continente. Se i migranti si fermassero, il turismo, l’agricoltura, e l’assistenza domiciliare andrebbero nel panico e molte scuole chiuderebbero se non ci fossero i bambini figli di immigrati. L’Europa potrebbe essere il soggetto di un welfare più inclusivo, di sviluppo, che chiaramente non può accogliere tutti ma può fare in modo che le persone che arrivano possano avere una prima accoglienza e poi costruire con loro percorsi di rientro, percorsi di sviluppo, fare qualcosa di molto più dignitoso di quello che si sta facendo ora con le frontiere, con la polizia, con i porti chiusi, per palare delle vergogne nostre.

Un’ultima domanda, guardando al futuro. Come è fatta una società in cui le Istituzioni nazionali e locali si prendono cura e tengono al benessere dei suoi cittadini? Quali politiche sarebbero necessarie per raggiungerla? 

L’esperienza di cui parlavo prima e che abbiamo fatto negli anni ‘80 è la chiave di una costruzione di società e di stato che può dare dignità alle persone. Credo sia necessaria una grande sinergia tra le forze del terzo settore, e anche una connessione con la bontà della gente. Penso ai cittadini di Lampedusa che quando ci sono gli sbarchi tirano fuori le coperte e portano i bambini in casa, penso al medico di Lampedusa, penso alla gente che dice che chi è in mare va salvato. Noi abbiamo un progetto con l’Unicef – Terreferme – che ha formato delle famiglie per avere in affido minori stranieri non accompagnati. Dopo le elezioni del 4 marzo molte famiglie hanno chiesto di aderire a questo progetto e ne abbiamo oltre duecento tra Veneto e Lombardia e i primi ragazzi sono già arrivati nelle case. C’è un’Italia bella dal basso a cui non si può delegare una risposta, perchè è la politica che deve dare risposte, che deve farsi carico del bene delle persone. La società che vedo io è grande forza dal basso con una politica che dà un quadro di società, che queste cose le governa, che le accompagna e dà un’immagine in cui il benessere di ciascuno non contrasta con quello degli altri. Per fare questo bisogna ricominciare a tessuti culturali, a far fare esperienza, a far capire che funziona, a far capire ad esempio che una famiglia che ha già cresciuto dei figli e che prende un ragazzo di 17 anni della Siria, rivive una donazione e un accompagnamento alla crescita o un paesino come Riace che sta morendo vede ricrescere i casolari, la campagna, i mercatini, la scuola. Il seme cresce lentamente nella terra ma non lo ferma neanche la nevicata. Bisogna essere fiduciosi che le cose cambieranno. L’umanità ha avuto momenti bui, anche peggiori di questo. Bisogna resistere, restare vivi, costruire spazi e risvegliare in tutti quella coscienza di umanità che nessun bombardamento razzista o fascista può seppellire. Nessuno fermerà le migrazioni, nessuno fermerà la voglia di questi ragazzi di vivere e di sopravvivere. I cambiamenti o si accompagnano o si subiscono. Io preferisco essere tra quelli che lo accompagnano e lo facilitano, qualcuno che si mette a ostacolarlo vedrà le macerie della sua illusione. Viviamo in un momento difficile ma ci è dato di fare cose belle che avranno un significato anche nei prossimi anni. Quindi restiamo in piedi con grande energia e grande fiducia.

* Don Armando Zappolini, nato a Pontedera (Pi) 61 anni fa, è dal 2011 presidente nazionale del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA). Parroco di Perignano, Quattro Strade, Lavaiano e Gello, tutti paesi del pisano, don Zappolini è cresciuto in una chiesa animata dalle figure dei cardinali Giovanni Benelli e Silvano Piovanelli. Nel 1990 fonda la comunità terapeutica per persone tossicodipendenti di Usigliano. Sempre nel 1990 conosce Madre Teresa di Calcutta (che ha fatto successivamente visita alla parrocchia di Perignano) e, l’anno successivo, costituisce l’associazione Bhalobasa per realizzare azioni di aiuto in favore delle comunità del Sud del mondo. L’associazione ha promosso numerosi progetti in India, Uganda, Burkina Faso, Ecuador, Brasile, Repubblica Democratica del Congo e Tanzania e ha favorito fortemente il sostegno a distanza. Don Zappolini è attivo da tempo all’interno di Libera, contro la diffusione delle mafie e per la promozione di una cultura della legalità. Negli ultimi anni è stato molto impegnato contro i rischi del gioco d’azzardo, in qualità di portavoce della campagna “Mettiamoci in gioco”. Particolarmente impegnato sul fronte dei diritti delle persone straniere, don Zappolini è stato anche oggetto di un’intimidazione di matrice politica, nel dicembre 2011, per aver realizzato, nella sua parrocchia di Perignano, un presepe che invitava a riconoscere il diritto alla cittadinanza ai bambini e ai ragazzi stranieri nati in Italia e il diritto di voto a tutti coloro che risiedono nel nostro paese da anni.
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