Combinare “pubblico” e “collettivo”, proposte e identità. Senza scorciatoie. Senza esitazioni.

L’impegno per la giustizia sociale deve misurarsi con l’esito delle elezioni in Gran Bretagna dove il partito laburista aveva fatto della questione sociale la base della propria campagna, mentre il partito conservatore aveva giocato tutto sulla questione nazionale: realizzare Brexit.

 

Circola la tesi secondo cui la sconfitta laburista indicherebbe il rifiuto di ogni proposta radicale in tema di questione sociale. “Quel voto ci dice molto, ma non <<questo>>” – afferma oggi Fabrizio Barca, coordinatore del Forum, intervistato sulle pagine di Avvenire. E prosegue: “Quel voto ci dice piuttosto che Johnson, ha avuto successo nel trasformare la questione sociale in questione identitaria e nazionale. Ci dice che i neoliberisti di ogni colore di fronte a proposte serie di cambiamento smettono di piangere sulle disuguaglianze e sposano la destra autoritaria; con i loro media, come da noi. Ci dice che ci vuole tempo e duro lavoro per mettere sul tavolo proposte che ricostruiscono un ruolo dello Stato, dopo che per anni hai ripetuto che il pubblico lavora male.”

 

Insomma, non è la radicalità delle proposte laburiste a spiegare la sconfitta (come poi se fosse “radicale” non consentire più che uno studente inglese finisca l’Università con un carico straordinario di debiti). A spiegare la sconfitta è in primo luogo la forza della bandiera identitaria di “Brexit”, non sposata dai laburisti. Sono anche le difficoltà e gli ostacoli del percorso di chi cerca di rovesciare un senso comune modificato da quaranta anni di neoliberismo.

 

Nell’intervento bolognese, racchiuso insieme ad alcuni contributi bolognesi di esponenti del ForumDD nell’e-book “Cambiare rotta. Più giustizia sociale per il rilancio dell’Italia”, Barca ricorda che “La strada è lunga. E piena di avversari, non solo nella destra autoritaria, ma in chi ha creato le condizioni per la forza della destra: chi ha concentrato conoscenza e ricchezza nelle proprie mani; i rentier che vivono alla loro greppia; le classi dirigenti ciniche e rinunciatarie che ritengono tutto ciò immodificabile; chi pensa che si possa combattere la destra promettendo moderatismo e la replica degli ultimi trenta anni.” Da quanto tempo abbiamo smesso di pensare che ciò che è pubblico meriti la nostra fiducia? Che l’impegno collettivo possa cambiare il nostro futuro e quello delle future generazioni? Occorre allora agire con ostinazione sul senso comune, anche sul terreno della questione identitaria, dandosi i tempi necessari per farlo. Non basta un giorno per contrastare il disegno della destra autoritaria, quando indica ai ceti sociali più deboli, come sola via di uscita, muri e soluzioni individualistiche.

 

Ma c’è altro. La vicenda britannica ricorda anche con forza che la risposta alle disuguaglianze non può venire solo dallo Stato. “Occorre naturalmente che il pubblico faccia assai meglio il suo mestiere – con le sue imprese pubbliche, regolazione, appalti, strategie per le aree marginalizzate (le nostre proposte) – ma la risposta al neoliberismo sta nel “collettivo” oltre lo Stato. Penso al presidio associativo dei territori, alle cooperative sociali, alla capacità dei lavoratori e dei cittadini di organizzarsi. In Italia abbiamo una grande tradizione di mutualismo dalla cultura socialista, cattolica e liberale. Dobbiamo convincerci che collettivamente siamo assai più forti di come ci sentiamo”.

 

E’ la posizione costruita dal ForumDD, dalle sue otto organizzazioni e da oltre cento ricercatori e accademici. Che nelle 15 proposte combina il recupero di un ruolo strategico e innovativo dello Stato, in linea con le nuove tecnologie, e un forte ruolo delle organizzazioni e dei movimenti della società, per fare pesare la loro conoscenza diffusa (oggi sull’Espresso un focus sulla proposta n.15 sull’eredità universale per tutti i diciottenni). Le proposte puntano su politiche pre-distributive, che affrontano il processo di formazione della ricchezza, privata e comune, mirando a riequilibrare i poteri proprio mentre la ricchezza viene prodotta. Gli ultimi quaranta anni hanno mostrato anche ai cechi che “accrescere la torta” non è la condizione per migliore la qualità di vita di tutti. Perché solo alcuni si prendono i guadagni. Perché se la disuguaglianza cresce la torta a un certo punto smette di crescere. Perché la “torta” del reddito monetario non è la sola cosa che conta per la qualità di vita delle persone: dignità, salute, cultura e riconoscimento del proprio ruolo e della propria identità possono ben peggiorare per molti mentre la torta cresce. Perché dobbiamo tenere conto anche della torta e delle altre dimensioni di vita delle generazioni che verranno dopo la nostra.

 

Non si usi dunque la grave sconfitta della sinistra in Gran Bretagna per fare confusione e nascondere i fatti. E’ una sconfitta che segna la difficoltà di uscire dall’angolo in cui il neoliberismo ci ha messo tutti, impoverendo il confronto politico. Che ci insegna a lavorare su tempi non brevi, a combinare “pubblico” e “collettivo”, a ricercare sulle proposte un forte confronto pubblico che miri a modificare il senso comune, a costruire l‘identità collettiva che ci dia la forza per reagire. Senza scorciatoie. Senza esitazioni.

* Si ringraziano Avvenire e L’Espresso. La foto – tratta da qui – raffigura la Fioritura di Castelluccio di Norcia – Credits instagram: @antoncino.
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