Un approfondimento dal quinto numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”
Gli scenari distopici hanno smesso di sembrarci lontani: crisi climatica e degrado ambientale, squilibri demografici, dominio dell’intelligenza artificiale, disuguaglianze in crescita, tensioni geopolitiche, guerre e nuove derive autoritarie. Molto più difficile – e necessario – è provare a immaginare un’Europa tra trent’anni che sia davvero più giusta, sostenibile e democratica. Eppure, è proprio questo sforzo, collettivo e ambizioso, che sta al cuore della nuova Strategia europea per l’equità intergenerazionale (Strategy on Intergenerational Fairness).
Non si tratta di costruire visioni rassicuranti o difensive, ma di immaginare futuri possibili e di tradurre nel presente scelte capaci di redistribuire opportunità, rischi e responsabilità tra generazioni diverse. L’accesso al lavoro e alla casa, la qualità dell’ambiente, la sostenibilità dei sistemi di welfare: sono tutti ambiti in cui gli squilibri si accumulano e si trasmettono nel tempo.
Quale futuro stiamo costruendo?
La nuova strategia europea – presentata il 5 marzo dal Commissario europeo per l’equità Intergenerazionale, Glenn Micallef – prova a rimettere al centro una domanda tanto semplice quanto impegnativa: quale futuro stiamo costruendo, e per chi? Con quali politiche, quali voci, quali responsabilità?
Il problema non è tanto la mancanza di analisi, quanto l’assenza di una direzione politica, che troppo spesso si limita a rincorrere le emergenze: reagisce, corregge, adatta i meccanismi esistenti. Ma garantire l’equità tra generazioni richiede di adottare uno sguardo lungo, capace di tenere insieme le generazioni presenti e quelle future, di preservare e promuovere risorse, opportunità e diritti lungo l’arco del tempo.
D’altra parte, se la capacità di disegnare scenari e definire politiche di lungo periodo resta concentrata nelle mani di pochi, il rischio è che anche il futuro lo sia: poco inclusivo, poco rappresentativo, poco giusto. Per questo, parlare di equità intergenerazionale significa, prima di tutto, democratizzare la capacità di pensare il domani, aprirla a prospettive diverse – soprattutto a quelle dei giovani – e renderla parte integrante dei processi decisionali.
In linea con il Patto sul futuro e la Dichiarazione sulle generazioni future dell’Onu, l’iniziativa europea è frutto del lavoro di circa un anno di quattordici gruppi di esperti coordinati dal Joint Research Centre della Commissione. Attraverso un processo di co-progettazione che ha incluso un Panel di cittadini europei, la Strategia riflette i contributi di comunità e persone di tutte le età, con differenti background e provenienze territoriali.
La Strategia europea introduce un nuovo “contratto intergenerazionale”, articolato su tre dimensioni. La prima riguarda la valutazione e il disegno delle politiche: strumenti di previsione strategica, Youth Check, valutazioni di impatto dell’equità intergenerazionale e metodi partecipativi per consentire una analisi sistematica degli effetti di lungo periodo nei processi decisionali. L’obiettivo è quello di garantire che ogni proposta legislativa o programmatica dell’UE venga analizzata anche dal punto di vista delle sue implicazioni sulle attuali generazioni e quelle future, ancora non nate.
La seconda dimensione riguarda le opportunità, al fine di contrastare la trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze. L’equità si costruisce investendo nelle prime fasi della vita, nell’istruzione, nella salute, nella formazione fino all’accesso a un lavoro dignitoso e alla casa. Al centro devono essere posti i gruppi più vulnerabili, garantendo servizi essenziali di qualità. Tra le azioni prioritarie previste dalla Strategia rientra la costruzione di un Indice di equità intergenerazionale, per misurare nel tempo le disuguaglianze nelle opportunità e orientare le scelte di policy.
Infine, la Strategia europea valorizza la dimensione territoriale, sostenendo il principio per cui il luogo in cui si nasce non dovrebbe determinare il futuro di una persona. Ridurre i divari tra regioni, città e aree rurali, così come tra centri e periferie, diventa parte integrante della Strategia per l’equità intergenerazionale che offre un quadro di riferimento comune anche per le politiche e iniziative esistenti. È previsto un rapporto di avanzamento nel 2028.
L’Italia in pista
In Italia, la riforma costituzionale del 2022 ha introdotto all’articolo 9 “la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni” segnando un cambio di paradigma delle politiche pubbliche. La Legge n. 167 del novembre 2025 ha introdotto la Valutazione di Impatto Generazionale (VIG), una analisi preventiva degli effetti sociali e ambientali delle nuove leggi sulle giovani generazioni e su quelle future. In questa direzione si muovono già diverse esperienze territoriali (Comune di Parma, Bologna, Regione Emilia-Romagna, area metropolitana di Reggio Calabria), mentre un recente Rapporto ASviS-Save the Children evidenzia strumenti, modelli e approcci per rendere queste valutazioni operative a supporto di scelte politiche lungimiranti, anche attraverso il coinvolgimento attivo dei giovani.
In un contesto governato dall’incertezza in cui gli spazi di decisione collettiva si restringono, le iniziative europee e nazionali possono diventare un terreno concreto su cui ridefinire il modo in cui immaginiamo, costruiamo e governiamo insieme il domani. Certo, fare valutazioni di impatto intergenerazionale non è facile, data la multidimensionalità degli aspetti da considerare, le interazioni fra variabili e l’incertezza esistente. Ma le difficoltà non devono mettere in discussione l’importanza di uno sguardo lungo e inclusivo.
Foto di Etienne Girardet su Unsplash








