Un approfondimento dal quinto numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”
Dando seguito alla decisione dello scorso anno del Parlamento europeo in materia di divieto di accesso ai social media da parte dei giovani con meno di 16 anni, la Presidente von der Leyen pochi giorni fa ha annunciato la costruzione di una app di verifica dell’età. Il dibattito sulla verifica dell’età online rimane, tuttavia, intrappolato nella falsa alternativa tra “tutela dei minori” e “libertà della rete”, senza entrare nel merito delle architetture tecniche, delle alternative regolatorie e soprattutto dei rapporti di potere economico che strutturano l’ambiente digitale. Il problema viene spostato dalle infrastrutture e dai modelli di business all’interferenza esterna sul singolo utente, scambiando la libertà formale per emancipazione reale mentre resta intatto il dominio sostanziale delle piattaforme.
Per decenni l’accesso si è basato sull’autodichiarazione, esponendo i minori a un ambiente progettato per massimizzare coinvolgimento ed estrazione di dati. Il 97% dei giovani nell’UE usa Internet quotidianamente e più di uno su dieci mostra comportamenti problematici. Australia, Francia, Spagna e Regno Unito stanno introducendo restrizioni; il Parlamento europeo ha votato per un’età minima di 16 anni. La domanda resta: come verificare l’età senza schedare gli utenti?
Le critiche e i loro limiti
La Electronic Frontier Foundation (EFF), l’European Digital Rights (EDRi) Chaos Computer Club, tra le più influenti organizzazioni internazionali non governative che difendono i diritti fondamentali nell’ambiente digitale, e autori come Horkan e Dyne sollevano timori legittimi: di esclusione dei gruppi marginalizzati, insufficienti garanzie di privacy, re-architettazione del web attorno a nuovi livelli di verifica. Ma la critica di EFF sull’esclusione dei rifugiati confonde l’attuale perimetro (contenuti per adulti, paragonabile all’acquisto di alcolici offline) con un’applicazione generalizzata inesistente, e non propone alternative: chiede l’abolizione tout court. Proporre l’inazione mentre le piattaforme espongono i minori a un ecosistema predatorio non è inclusione: è rinuncia politica travestita da principio.
Il nodo eluso
Un Internet senza verifica dell’età non è un Internet senza controllo: è un Internet dove il controllo è già operativo in forma privata, opaca, diffusa, tramite architetture proprietarie, ranking algoritmici, raccomandazioni, design persuasivo, profilazione comportamentale. La materia prima non è l’attenzione, ma il comportamento umano ridotto a dato. Le piattaforme occupano una posizione strutturalmente analoga al proprietario fondiario classico: estraggono rendita controllando l’accesso a infrastrutture che rappresentano ormai la condizione necessaria della partecipazione sociale. Per questo la semplice regolazione è necessaria ma strutturalmente fragile: la rendita infrastrutturale genera risorse e potere lobbistico per eroderla, come avvenuto con la finanza dopo il 2008.
Quattro elementi per una proposta adeguata
(1) Verifica dell’età minimizzata, non identificante, non tracciabile, interoperabile, come prova di soglia e non credenziale generale; (2) regolazione aggressiva delle piattaforme con obblighi di safety by design, limiti ai dark patterns, trasparenza algoritmica, vincoli alla profilazione dei minori; (3) governance che impedisca sia la centralizzazione pubblica sia la privatizzazione oligopolistica (no a nuove rendite per Big Tech, browser vendor, app store); (4) rifiuto della privatizzazione della responsabilità sociale su famiglia e scuola.
La proposta europea
Il 14 luglio 2025 la Commissione ha pubblicato specifiche e codice open source di una soluzione privacy-preserving, interoperabile con i futuri EUDI Wallet, la nuova identità digitale europea che permetterà a cittadini e imprese di accedere ai servizi pubblici e privati in tutta l’UE. Cinque paesi (Danimarca, Francia, Grecia, Italia, Spagna) partecipano al pilota. Il blueprint della Commissione Europea per la verifica dell’età, è esplicitamente collegato alle linee guida del Digital Services Act (DSA) sulla protezione dei minori, che affrontano addictive design, raccomandazioni, account privati di default, dark patterns. Non è una soluzione isolata ma un pacchetto regolatorio. Resta il limite: le linee guida DSA non sono vincolanti, costituiscono solo un benchmark di conformità. È un inizio rilevante: il dibattito deve abbandonare gli slogan sulla “fine dell’Internet aperto” e misurarsi con architetture, standard, governance e rapporti di forza.
L’articolo è stato pubblicato anche in inglese e si può leggere al link:
https://centroriformastato.it/protezione-dei-minori-online-il-nodo-che-il-dibattito-ignora/
Foto di Alexander London su Unsplash









