Superare i cieli fumosi e cambiare rotta

Fabrizio Barca e Gloria Riva

Lavoro precario, oneri di cura che gravano sulle donne. Inaccessibilità delle conoscenze. L’anno che si chiude sarà ricordato per il divario che si è allargato. Dieci esperti di diversa provenienza culturale scattano le istantanee della disparità. E indicano le soluzioni possibili. Uno speciale realizzato dall’Espresso (nel numero 53, in edicola dal 27 dicembre 2021 e in abbonamento sul sito) con la collaborazione del Forum Disuguaglianze e Diversità

La pandemia ha inflitto e sta infliggendo sofferenza a noi tutti. Ma in questa sofferenza, grandi sono le disuguaglianze: nell’accedere a cure e vaccini; nelle conseguenze economiche, da chi ha perso tutto fino a chi in realtà si è arricchito; negli effetti sociali e psicologici, a seconda del contesto famigliare e comunitario e del proprio genere, razza o classe; nella capacità di adattarsi a improvvisi cambiamenti. Queste disuguaglianze si sono manifestate lungo faglie esistenti, cresciute nell’ultimo quarantennio, da noi come in tutto l’Occidente: forte diffusione del lavoro precario e irregolare; oneri di accudimento primariamente gravanti sulle donne; disuguaglianze territoriali nella qualità di scuole, sanità, servizi sociali, copertura digitale, mobilità, salubrità dell’aria; inaccessibilità e concentrazione della conoscenza; mancato ascolto di voce e aspirazioni di larghe fasce di popolo.

 

Ecco un lungo l’itinerario che L’Espresso e il Forum Disuguaglianze Diversità, ForumDD, hanno scelto di percorrere assieme, dieci figure del nostro tempo raccontano queste disuguaglianze e quanto deludente sia finora la capacità di contrastarle.

 

Nicoletta Dentico, responsabile del programma di salute globale della Society International Development, ci dice che il 2021 non sarà di ricordato come l’anno in cui è stato debellato il Covid-19, ma come quello in cui i paesi ricchi si sono accaparrati la maggior parte dei vaccini, lasciando alla deriva il Sud del mondo, in quella che definisce «l’arrogante insipienza dei governi». L’anno che si sta per chiudere, nelle parole dell’attivista e scrittore Ben Phillips, non verrà ricordato neppure per la vittoria dei diritti umani, schiacciati da una deriva autoritaria, figlia delle disuguaglianze.

 

Sul fronte italiano, c’è uno Stato che tratta gli anziani più vulnerabili come un problema, scaricandone il peso sulle famiglie, come racconta il sociologo Cristiano Gori. È lo stesso Stato che alle aspirazioni dei giovani sa offrire solo promesse e belle parole: il demografo Alessandro Rosina descrive quel terzo di persone sotto i 35 anni che non studia, non lavora e vive male; mentre il maestro elementare Franco Lorenzoni scrive che anche sui più piccoli si sta abbattendo una «spietata sottrazione di futuro», con un balzo negli atti di autolesionismo.

 

La sociologa Chiara Saraceno lancia l’allarme dei lavoratori poveri, che pur avendo un impiego, non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena. E anche qui l’intervento del governo langue, perché neppure sul Reddito di cittadinanza si è saputo intervenire per migliorarne efficacia e giustizia. Parla di donne e tecnologia l’economista Francesca Bria, avvertendo che «se metà del mondo non va avanti, allora l’intera umanità si ferma», riferendosi al divario di genere, grave in tutte le sue forme, ed esponenzialmente preoccupante nell’ambito tecnologico.

 

L’urgenza di porre un freno al dilagare della disuguaglianza viene da culture e pensieri assai diversi, abbracciando il senatore Mario Monti con la ricercatrice Marta Fana e il poeta Franco Arminio. Marta Fana racconta che «l’Italia quest’anno aggancia una ripresa del 6 per cento, ma non un centesimo finisce nelle tasche di chi, quell’extra ricchezza, l’ha prodotta. Perché testa e braccia di questo miglioramento sono per il 70 per cento lavoratori a termine o in affitto». Mario Monti parla di «due distorsioni ottiche che paralizzano il sistema politico italiano quando si tratta di intervenire concretamente per ridurre le disuguaglianze»: la tassazione vista come «un abuso, se non un furto», che porta un premier a rigettare «un lieve aumento delle tasse di successione ai più ricchi che finanzi una dotazione significativa per i giovani»; e la tutela della concorrenza, sottovalutata nel suo potere di erosione delle rendite. Una distorsione ottica universale è messa in luce da Franco Arminio: essa affligge il sistema politico mondiale, incapace di riconoscere e rispondere con radicalità all’ansia di tutti gli abitanti della terra per gli effetti del tempo impazzito, di capire che «l’ecologia non è un partito, è una necessità»: sta qui la «muta desolazione» con cui assieme a tanti altri egli ha accolto gli esiti del vertice sul clima di Glasgow.

 

Le dieci istantanee delle disuguaglianze 2021 non sono una lista di lamentele, ma una chiara indicazione dei punti chiave su cui intervenire. Emerge allora una forte corrispondenza con le proposte di tante organizzazioni, movimenti sociali e del ForumDD, riassunte a chiosa di ogni contributo. Non si dica dunque che non sappiamo che fare. Si tratta piuttosto di volontà politica: cessare di nascondersi dietro tecnica e tecnici, scegliere priorità, aprirsi a un confronto acceso e informato, costruire accordi. La pandemia, scriveva già nell’aprile 2020 Arundhati Roy, «è un portale tra un mondo e un altro. Possiamo attraversarlo con le nostre vecchie idee, i nostri fiumi morti e cieli fumosi. Oppure con un bagaglio più leggero, pronti a immaginare un mondo diverso; e lottare per averlo». Rischiamo di restare inchiodati nella prima strada, usando i soldi del Piano di Ripresa e Resilienza per fare spesa, sgocciolando i fondi nei vecchi canali. Ma esiste nel paese un formicolio sociale e operoso pronto a osare la seconda strada. Che chiede di cambiare rotta. Questa è la partita del 2022.

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