Un approfondimento dal quarto numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”
Il 15 dicembre scorso la Commissione europea ha pubblicato l’atteso Piano Europeo per l’Housing Accessibile, dando così seguito all’impegno assunto all’esordio dell’attuale legislatura, di affrontare la crisi abitativa dilagante in tutta Europa con una serie di misure volte ad aggredirne le cause strutturali, aiutando gli Stati Membri a realizzare alloggi più accessibili, sostenibili e di qualità, con tutte le leve a sua disposizione.
A sostanziare questo impegno non poteva che essere un cambio radicale di prospettiva e di passo nella considerazione del tema dell’abitare e nei modi con cui affrontare questa crisi. Per il 9,8% delle famiglie europee che vivono in città e per il 6,3% di quelle nelle aree rurali, difatti, i costi abitativi hanno ormai superato il 40% del reddito disponibile per effetto di una abnorme crescita dei costi delle locazioni (circa il 29% tra il 2010 e il 2025), mentre i prezzi delle abitazioni nello stesso periodo sono aumentati in media del 61%. Un’evoluzione che colpisce ormai fasce sempre più ampie di popolazione, ma dagli effetti devastanti per coloro che sono a rischio di povertà, il 33% della quale vive in case sovraffollate, poco meno del 20% non può riscaldare adeguatamente la propria abitazione, il 10% si trova in condizione di severa deprivazione abitativa.
Un quadro piuttosto chiaro nelle sue implicazioni, sociali ed economiche, nel suo impatto sulla tenuta della stessa coesione europea, nonché sulla sua competitività, di cui il Piano, stando alle sue premesse, appare pienamente consapevole. E tuttavia, le risposte formulate, pur non mancando segnali di cambiamento importanti, appaiono ancora non adeguatamente focalizzate sulle cause della crisi e presentano anche pericolose ambiguità.
Difatti, se l’abitare è, come anche chiaramente riaffermato, innanzitutto un diritto fondamentale, nel Piano avremmo dovuto ritrovare un impegno assai chiaro in favore del prioritario rilancio dell’intervento pubblico (europeo e nazionale), l’unico che può garantire l’esigibilità di questo diritto, da parte di tutte le cittadine e tutti cittadini europei, a partire dai più vulnerabili. Per i quali, proprio per effetto del progressivo venir meno di questo impegno, la quota di abitazioni in social housing (edilizia pubblica o no profit) è negli ultimi decenni in costante diminuzione, essendo ormai scesa a un livello tra il 6 e il 7% del patrimonio abitativo complessivo, pur con grandi differenze tra Paesi. E invece la scelta di rafforzare l’investimento pubblico europeo, essenzialmente riorientando politiche e strumenti esistenti piuttosto che istituire una linea di bilancio dedicata, come pure richiesto da più parti, non assicura la necessaria certezza, visibilità e continuità di finanziamento.
Ad oggi, infatti, a queste condizioni, all’housing non è restato che farsi spazio tra risorse già assegnate, attraverso riprogrammazioni su base volontaria ancorché fortemente incentivate. Una condizione che non sarà scalfita dalla previsione di un obiettivo specifico dedicato nell’ambito della politica di coesione 2028-2034, né dal rafforzamento della dotazione del fondo INVEST EU dal momento che, di per sé, questi non assicurano alcuna preallocazione di risorse.
A ciò si aggiungano i rischi impliciti nella forte enfasi assegnata dal Piano all’offerta pubblico-privata (il vero driver dell’imponente rilancio di investimenti prefigurato), in mancanza di una adeguata considerazione degli ambiti e delle condizioni in base alle quali essa può effettivamente dare un contributo senza risultare sostitutiva dell’intervento pubblico, compromettendone inevitabilmente le finalità sociali. Con la conseguenza di rendere velleitaria (o persino ingannevole) la tanto declamata attenzione ai più vulnerabili se, mancando queste valutazioni, ad essi vengono rivolte misure di fatto inaccessibili. Un esito cui possono concorrere tanto soluzioni incongruenti con le finalità dichiarate, quanto l’assenza di clausole e condizioni volte ad assicurare l’effettiva concentrazione dell’intervento nei loro confronti.
Di certo, poi, non poteva mancare nel Piano il necessario rilancio dell’industria delle costruzioni, ma fra le semplificazioni proposte per stimolarne la capacità innovativa e aumentarne la produttività, non mancano quelle discutibili, vere e proprie deregolamentazioni che mettono a rischio la tutela di beni comuni e interessi collettivi.
Così come, infine, pur non mancando azioni di contrasto alla bolla speculativa in cui è precipitata la casa, grazie all’operato congiunto di grandi piattaforme e fondi immobiliari lasciati agire pressoché indisturbati, nel complesso esse, anche per la scelta dei tempi, appaiono meno incisive di quanto necessario e possibile, stante le tante acquisizioni già consolidate. È solo alla fine del 2026, difatti, che vedrà la luce una nuova regolamentazione degli affitti brevi, così come è a quella data che è previsto il rilascio di un’analisi esaustiva dei fenomeni speculativi, il cui contrasto, nel frattempo, poggia sul generico richiamo a misure fiscali non specificate e alla necessità di facilitare gli investimenti degli housing providers no profit o limited profit.
Non ci siamo, dunque, perlomeno non ancora. Ma, stante il percorso che il Piano si è prefisso di svolgere nei prossimi mesi, non mancano le possibilità di correggere la rotta.
Sempre che sia questa la scelta che si vorrà adottare.
Foto di Kimson Doan su Unsplash





