“Il femminismo propone il suo sguardo sul mondo. E’ importante unire le lotte”. Intervista a Giorgia Serughetti

Silvia Vaccaro

In occasione del 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, abbiamo dialogato con tre donne, diverse per ruolo e per età, ponendo loro cinque domande per rilanciare nel futuro le importanti battaglie da condurre per contrastare le disuguaglianze di genere. Il pensiero di Patrizia Gugliotti, Presidente di Labins, laboratorio di innovazione sociale

Secondo la sua percezione a che punto si trova il nostro paese nel percorso verso la parità di genere?

 

Se guardiamo ai dati, i progressi sono lentissimi, e gli arretramenti visibili. Pensiamo a due arretramenti importanti. Uno, che è stato causato dalla pandemia, sul versante dell’occupazione delle donne, con grandi fenomeni di perdita del lavoro, difficoltà di reinserimento, quindi tutte avvisaglie di un allargarsi, nei prossimi anni, del gap reddituale, di ricchezza e pensionistico. Abbiamo visto anche l’arretramento sul versante della rappresentanza, con questo incredibile fenomeno della curva che ridiscende, dopo essere salita progressivamente e costantemente, dal lato della percentuale delle donne elette in Parlamento. Un altro segnale di resistenza molto forte, che si è concretizzato nell’uso un po’ furbesco della legge elettorale, che pur contiene correttivi di genere, quando si è trattato di compilare le liste, provocando quei fenomeni per cui le multicandidature delle donne hanno permesso l’avanzamento del secondo, laddove la donna viene eletta una volta sola. Cose che avevamo già visto in passato e che vengono utilizzate ancora, causando meno indignazione e meno sanzione sociale rispetto a prima. Si sta alzando l’asticella di ciò che è accettabile quando parliamo di disuguaglianze di genere, e questo è un altro segnale di allarme che è più di carattere culturale.

 

Povertà e disuguaglianze aumentano e sono destinate ad allargarsi, e con loro aumenta il numero di persone che fa più fatica. Come si dialoga con chi crede che le disuguaglianze di genere siano, nella difficoltà del quadro attuale, da considerare se non irrilevanti quantomeno marginali?

 

Bisognerebbe ricordarsi cosa è il genere, ovvero qualcosa che taglia tutte le dimensioni di interesse per le politiche pubbliche ed economiche. Non un ambito di interesse settoriale ma una lente attraverso cui guardiamo tutti i fenomeni e le relative politiche. Già metterla così significa rispondere a questo tipo di obiezione. Provando a essere più concreti, e provando a rispondere a un’obiezione formulata in un altro modo, ad esempio “non possiamo occuparci delle donne quando il problema sono i diritti dei lavoratori”, ricordiamoci che cosa vuol dire i lavoratori. Viviamo in un mondo dove circa la metà, forse in Italia un po’ meno, della forza lavoro è composta di donne. Occuparsi di temi come le discriminazioni sul lavoro, le molestie sessuali, la violenza, tutti quegli aspetti che di fatto costituiscono un ostacolo alla partecipazione delle donne alla vita sociale, economica, politica, significa occuparsi anche dei lavoratori, perchè significa affrontare i problemi delle donne in quanto lavoratrici. Significa davvero ripensare qual è il nostro immaginario quando parliamo di mondo del lavoro, altrimenti creiamo dei falsi conflitti tra problemi che sono invece molto integrati. Lo stesso si potrebbe dire quando parliamo di migranti. In realtà parliamo spesso della stessa cosa. Parliamo di donne, magari migranti, che lavorano, e quindi della famosa intersezione tra assi di discriminazione che ci costringe a politiche molto complesse.

 

 

I movimenti femministi ritengono importante tenere un approccio intersezionale, ovvero capace di considerare le diverse dimensioni di vita delle persone e quindi anche le diverse possibili disuguaglianze che vivono. Come riusciamo a parlare con donne e ragazze che vivono in territori e/o in condizioni difficili?

 

Si tratta di fare lo stesso sforzo che prima provavo a immaginare nella risposta a un ipotetico interlocutore di sinistra che ci dice che vengono prima i diritti sociali dei diritti civili o dei diritti delle donne. Proviamo invece a fare questa stessa critica, o invito ad articolare lo sguardo politico al femminismo. Non ci può essere uno sguardo sul collettivo donne che non tenga in considerazione le stratificazioni sociali, le differenze e le disuguaglianze tra donne. Soltanto dove si riesce a coniugare l’attenzione alla parità di genere – con i suoi risvolti di carattere simbolico, relativi al linguaggio di genere, alle battaglie a carattere giuridico – a una preoccupazione per le condizioni materiali di vita delle donne specialmente se sono appartenenti a gruppi socialmente più svantaggiati, si parla a una platea sempre più vasta. Quello scontro di piazza di settembre tra alcune attiviste di Non una di meno e Laura Boldrini ci raccontava questo. Laura Boldrini non aveva nessuna ragione in sé per diventare un obiettivo polemico del movimento femminista perchè è vero che non ha mai smesso di spendersi su alcune battaglie qualificanti per il femminismo come quella sull’aborto, per l’uso del femminile e quindi di riconoscimento della differenza delle donne. Ma l’accusa conteneva qualcosa di vero: perchè tu, mentre lotti per il diritto all’aborto non ti preoccupi del costo dei contraccettivi, dell’assenza dei servizi consultoriali, soprattutto nelle periferie delle nostre città? Come se si desse per scontato il fatto che ormai la sanità sia sostanzialmente privatizzata anche in quei servizi che riguardano le donne e in particolare le giovani donne. Se tu, sembravano dire le attiviste, non riesci a vedere tutto questo come uno stesso problema, ci stai mancando in quanto target e in quanto interlocutrici. Questo era credo il valore di quell’impatto fra le due voci che è stato importante ascoltare.

 

La gravità della situazione precedentemente richiamata determina una spinta dei movimenti sociali a mettere al centro con forza determinate questioni perchè vengano prese in carico da chi decide. Il femminismo oggi dove trova possibili alleati per le battaglie che ha a cuore?

 

Il femminismo fatica a trovare alleati per le battaglie che ha a cuore. La mia sensazione continua a essere questa. In generale c’è una difficoltà dei movimenti di allearsi tra di loro, ognuno rimane fondamentalmente concentrato sul proprio obiettivo primario e si fa poco attraversare dalle contaminazioni, con qualche eccezione. Per esempio Fridays for future è un movimento che ha cercato alleanze varie e poi il fatto che sia guidato in gran parte da ragazze vede un po’ anche un travaso con altri movimenti. Però sicuramente il femminismo, mentre ha da sempre proposto il proprio sguardo come uno sguardo sul mondo – le donne parlano del mondo non solo di sé stesse – ha faticato a raccogliere nelle sue fila, soprattutto nei momenti delle manifestazioni, sigle che non fossero identitarie da questo punto di vista, che non avessero già una forte connotazione di genere femminista. Questo proprio per quel vizio, che illustravamo prima, a divedere il campo delle questioni, prima ancora che degli attori. Allora il 25 novembre e l’8 marzo scende in piazza il femminismo per dire che le donne devono avere dei diritti, di abortire, di essere libere dalla violenza, di valorizzare la propria differenza e di pretendere uguaglianza, e in una data successiva o precedente, scende in campo per esempio il mondo sindacale per rivendicare diritti, e al suo interno avrà delle voci di donne, ma non necessariamente ritengono di fare la stessa battaglia. Ciò non toglie che queste manifestazioni, in particolare quelle convocate da Non una di meno, come quella che quest’anno sarà il 26 novembre, o quella dell’8 marzo, diventano sempre di più occasione per una serie di mondi per esserci, come sindacati e partiti. Questo dice il forte potere di convocazione che ha questo movimento di donne più giovani e molto radicali di portare persone in piazza. Però alleanze è un’altra cosa. Non è solo presenza in una piazza, è costruzione di piattaforme comuni. Su quello non ho la sensazione che siano poi molti quelli che vedono nei movimenti femministi come un interlocutore ineludibile di fronte ad alcuni temi.

 

Oggi è il 25 novembre. Il movimento femminista ricorda sempre che la violenza contro le donne è un problema strutturale le cui soluzioni sono quindi da ricercare nella costruzione di una società libera da stereotipi e dove la cura sia messa al centro. Immaginiamo di essere alla vigilia del 25 novembre del 2023. Cosa spera che da qui a un anno possa essere stato realizzato per prevenire e contrastare la violenza maschile contro le donne?

 

Io penso che il 25 novembre stia diventando veramente l’occasione per fare i conti con la nostra rabbia e il nostro senso di sconforto. Perchè le energie che si impiegano in questo paese sono enormi, non solo dal lato del lavoro dei centri anti-violenza che è ovvio, ma anche dell’associazionismo che produce una molteplicità di iniziative, di sportelli, di servizi, e poi a livello universitario che è l’ambito in cui lavoro. Penso a tutte le iniziative di formazione, quindi tutto ciò che è rivolto alla prevenzione nelle scuole, penso all’impegno che mettono alcuni insegnanti e reti nel promuovere l’educazione alle differenze, ai rapporti paritari tra generi, al rispetto tra le persone. Ecco, nonostante tutto questo dispiego di energie, ogni anno siamo di fronte a un panorama che pare sempre immutato. Questo fenomeno che si diceva strutturale sembra poter poggiare su una struttura che non si incrina per davvero, nonostante questo impegno visibile, non invisibile, di una pluralità di attori. A cui si accompagna da una decina d’anni un impegno rilevante delle istituzioni. Quindi cosa fare? Sempre di più. Investire sempre più risorse economiche facilitando l’impiego di queste risorse, perchè il rischio in questo paese è che le risorse ci siano ma siano male assegnate per meccanismi farraginosi, portando a sprechi e non alla canalizzazione in interventi efficaci. Più risorse per i centri antiviolenza, per le reti, per chi lavora in questo settore, ma anche per potenziare e rendere omogeneo a livello territoriale tra nord e sud, l’impegno per la formazione professionale e per la sensibilizzazione della cittadinanza. In Lombardia, ad esempio, da tre anni facciamo questo grande progetto di formazione di tutte le figure professionali, ma non è così in tutte le regioni e non ha nessun senso che ciò che viene promosso a livello lombardo non veda l’analogo nella regione vicina. Questo crea quelle situazioni a macchia di leopardo che conosciamo, e che riguarda la presenza di case rifugio e centri anti-violenza ma riguarda anche la preparazione e la competenza degli operatori. Questo è il percorso su cui io, anche per la deformazione di essere una docente, investirei di più in assoluto, perchè quello che noi potremo vedere è che persino questo governo, che non brilla per sensibilità a questo tema, magari sulla violenza contro le donne qualche misura potrà pure promuoverla a livello legislativo, perchè è un tema trasversale. Il punto è che se l’unico modo di intervenire sulla violenza resta quello di moltiplicare le leggi penali, sanzionare un’altra fattispecie cui si dà un nuovo nome, che probabilmente è il tipo di esercizio meno utile, anziché investire tutte le risorse possibili nella trasformazione culturale e materiale, intervenendo in quella struttura che dicevamo che è quella che riproduce la violenza, se non si fa questo, lavorare sul versante penale non serve a tanto. Le leggi rimangono inapplicate, e spesso sono concepite per essere inapplicabili. Per cui non sono tanto ottimista su dove ci troveremo nel 2023. Mi pare che negli ultimi anni ci ritroviamo a fare i conti con un senso di stanchezza, di rabbia e quindi di desiderio che qualcosa cambi per davvero. E le piazze e le manifestazioni ci dicono questo.

* Foto di Lindsey LaMont su Unsplash
Download PDF

ARTICOLI CORRELATI

La società civile chiede trasparenza sul PNRR e si mobilita (di nuovo) con una lettera a Meloni e Fitto

Le oltre 700 realtà sociali, sindacali e del volontariato cattolico, tra cui il Forum Disuguaglianze e Diversità, che animano il percorso “Non per noi ma per tutte e tutti” lanciato dalla Rete dei Numeri Pari si danno appuntamento al 5 dicembre per la giornata di mobilitazione nazionale "Organizziamoci contro il carovita" in cui in oltre 20 città ci saranno delle assemblee territoriali. Tra queste anche l’assemblea romana che si terrà alle 17:00 presso la sala Tobagi della Federazione Nazionale della Stampa Italiana

Forum Disuguaglianze e Diversità

Invia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi