Gli archetipi e i simboli collettivi come strumento di cambiamento nell’arte

Barbara Collevecchio

Gli archetipi sono dei modelli che ci aiutano a rappresentare le emozioni a livello individuale e collettivo. Attraverso l’arte e le produzioni culturali possiamo dare voce a bisogni singoli e collettivi e usare i simboli vivi, per trovare un equilibrio

Carl Gustav Jung osservando i suoi pazienti psichiatrici scoprì nei loro sogni dei temi ricorrenti. Nei deliri degli schizofrenici apparivano immagini che il grande psichiatra svizzero ritrovò anche nelle mitologie dei popoli primitivi, nelle antiche opere alchemiche, come nelle narrazioni delle tribù indigene. Anche nei sogni dei pazienti meno gravi, nei disegni dei bambini come nelle opere d’arte e culturali, attraverso la mitologia comparata, l’archeologia e l’osservazione, notiamo che ci sono delle immagini e dei simboli che ricorrono. I grandi temi dell’essere umano come la nascita, la morte, la madre, il padre, l’eroe, il viaggio, il mago, il vecchio saggio, il briccone etc., sono immagini archetipiche.

 

L’archètipo s. m. [dal lat. archety̆pum, gr. ἀρχέτυπον, comp. di ἀρχε- (v. archi-) e τύπος «modello»] (primo esemplare, modello), non è una struttura genetica innata ma un modello spaziale formato nel primo stadio dello sviluppo mentale. E’ un processo, un modello relazionale che fornisce un significato alle percezioni del mondo fisico e relazionale del bambino. Gli archetipi ci aiutano a rappresentare le emozioni forti dell’essere umano, in quanto strutture non visibili ma che si manifestano attraverso le immagini dei simboli.

 

Jung scrive: “Nella vita vi sono tanti archetipi quante situazioni tipiche. La continua ripetizione ha impresso queste esperienze nella nostra costituzione psichica, non nella forma di immagini dotate di contenuto, ma in principio solo come forme senza contenuto, atte a rappresentare solo la possibilità d’un certo tipo di percezione e azione” (Jung, 1936/1937, pag.49).

 

Per fare un esempio immaginiamo come si forma l’archetipo e poi l’immagine della madre. All’inizio c’è l’esperienza relazionale e fisica del neonato che percepisce le carezze, l’abbraccio e il contenimento fisico e nutrimento. La sensazione incamerata sarà: dentro / fuori. Si percepisce il dentro e fuori dell’abbraccio materno, l’unione e l’abbandono, poi il contenimento legato a questa sensazione. L’esperienza fisica e psicologica della madre, sperimentata dal bambino, è un’estensione metaforica di questo schema d’immagine o archetipo in sé. La madre, come tutti gli archetipi e quindi simboli, ha dei poli opposti e una valenza positiva ed una negativa.

 

Esiste la madre che protegge e dà la vita, come nei quadri qui sotto.

E la madre di morte, la madre che si sottrae, che frustra e non soddisfa il bambino, la madre cattiva e di morte che intrappola il foglio come un ragno nella sua tela, le vittime.

Anche in questo quadro vediamo come due artisti come Louise Bourgeois e Ray Caesar, abbiano riportato questo tema archetipico nell’arte attuale. La madre che imprigiona i suoi figli nella pancia, la madre che impedisce di crescere e di diventare indipendenti, è un tema molto ricorrente che vediamo anche nella fiaba di Pinocchio, quando il burattino finisce nella pancia della balena come Giona nella bibbia. Anche in questo caso vediamo come il tema sia così potente da diventare archetipico e ricorrere in diverse narrazioni in epoche diverse.

Il mito dell’eroe

Nella storia dell’umanità, il compito dell’individuo è emanciparsi dalla madre e dal padre, e diventare unico, diventare sé stesso, cioè individuarsi. Ecco perché da sempre abbiamo bisogni di narrare le gesta degli eroi che sconfiggono i mostri, che non sono altro che i compiti che la vita ci pone davanti, le tappe esistenziali che tutti dobbiamo affrontare per diventare adulti ed indipendenti. Questo vale non solo per la storia del singolo individuo ma anche per quella dei popoli. E’ quindi possibile individuare un processo politico di emancipazione dei popoli, che se prendono coscienza dell’oppressione, compiono una rivoluzione o un percorso eroico verso l’emancipazione da dittature e sistemi diseguali. Un leader come Che Guevara, così come molti leader anche attuali, non sono altro che esseri umani sui quali la psiche collettiva ha proiettato il bisogno di eroe archetipico che porta all’emancipazione. Un adolescente deve ribellarsi in modo fisiologico al mondo della legge dei padri, quando è autoritario e gli impedisce di emergere (vediamo il mito di Edipo), e deve superare la seduzione dell’avvilupamento nella madre che promette eterno benessere e godimento a patto di non crescere mai. Allo stesso modo un popolo spesso sente il bisogno di evolvere ed emanciparsi da strutture che non sono democratiche ma autoritarie o che, pur dando parvenza di democrazia, creano condizioni di dipendenza che impediscono l’affrancamento e la voce in capitolo dei singoli cittadini.

 

Il percorso dell’eroe esiste dalla notte dei tempi: da Ulisse a Teseo, da Gilgamesh a Che Guevara, passando per Superman e Batman. Gli eroi moderni possono declinarsi in modi dissimili a seconda delle esigenze dei tempi. Oggi vediamo che con l’emancipazione della donna, sono finalmente riapparse le nuove Atena, Diana, ed eroine donne (pensiamo a the Bride in Kill Bill, a Wonder Woman nei grandi schermi, così come ad una politica come la Ocasio Cortez in Usa). Questo non significa che tutti i personaggi politici o dello spettacolo o delle produzioni culturali, siano degli eroi ed eroine, ma che l’essere umano, soprattutto nei momenti “ forti” della sua esistenza, come singolo, così come collettività, ha bisogno di proiettare in un leader o personaggio, i suoi contenuti interiori. Questo ci fa correre anche un grande un pericolo perché non è vero che gli eroi sono tutti giovani e belli e molti personaggi politici e influenze possono usare l’insoddisfazione e i momenti critici, per incarnare il messia, l’eroe, il salvatore. La conoscenza dei principali simboli archetipici, attraverso l’osservazione delle produzioni culturali di un dato periodo storico, ci aiuta a riconoscere come si sta muovendo l’inconscio collettivo.

 

Ma come possiamo fare a riconoscerli e muoverci di conseguenza per vedere gli squilibri del collettivo? Cosa dobbiamo osservare? Se gli archetipi ci arrivano solo attraverso immagini, simboli che appaiono nei sogni, nell’arte e nelle opere culturali, possiamo prestare attenzione a cosa emerge sia in politica e dalla sua narrazione, che nelle serie tv e mondo dei social. Prendiamo la recente ondata di estrema destra populista, con leader come Trump che hanno incarnato il mito dell’eroe contro l’establishment. Se avessimo osservato le produzioni culturali e i contenuti dei social, avremmo visto che erano già molto forti gruppi paranoici basati sulle teorie del complotto, servivano solo leader ed “eroi” che ne incarnassero le istanze.

 

Che fare

Se siamo un corpo sociale, dalle nostre periferie arrivano insoddisfazione e dolore per le esclusioni e segni che ci mettono in disequilibrio. Quando la nostra psiche non è in equilibrio, un archetipo può prevalere sugli altri e “costellare” un complesso. Prima che un archetipo si incarni nel suo Polo negativo, si potrebbero attuare politiche di equilibrio e contro le diseguaglianze.

 

Infatti quando un archetipo è attivato e polarizzato nel suo negativo, siamo nella rigidità e rischiamo l’autoritarismo (pensiamo a quando Jung descrisse il nazismo come inflazione dell’archetipo del Dio guerriero teutonico Wotan). Occorre ascoltare quando la nostra psiche collettiva è sbilanciata, osservare gli archetipi che si sono attivati e rimetterci in equilibrio. Ciò che accade al singolo, accade nel collettivo, ma attraverso l’arte e le produzioni culturali, possiamo dare voce a bisogni singoli e collettivi e usare i simboli vivi, per trovare un equilibrio.

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