“Contrastare la disuguaglianza di genere significa pensare a un certo mondo che vogliamo”. Intervista a Patrizia Gugliotti

Silvia Vaccaro

In occasione del 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, abbiamo dialogato con tre donne, diverse per ruolo e per età, ponendo loro cinque domande per rilanciare nel futuro le importanti battaglie da condurre per contrastare le disuguaglianze di genere. Il pensiero di Patrizia Gugliotti, Presidente di Labins, laboratorio di innovazione sociale

Secondo la sua percezione a che punto si trova il nostro paese nel percorso verso la parità di genere?

 

Il nostro paese lo colloco all’interno di un quadro perlomeno europeo. Lo dico perchè è un riferimento importante se pensiamo che l’Europa ha costruito un indice sull’uguaglianza di genere mettendo a fuoco i temi cruciali che ci dicono a che punto siamo, rispetto a istruzione, lavoro, salute, potere. Non siamo al cento per cento, siamo ancora molto distanti e l’Italia fa fatica. Non ultimo è stato aggiunto un nuovo indicatore, i cui esiti li vedremo nel 2023, che è quello della violenza di genere. Su questo tema, vediamo che pur crescendo la normativa e l’attenzione nel costruire dispositivi per la parità di genere, paradossalmente sembra anche crescere la violenza, forse perchè il cedere potere e la questione culturale diventano sempre più forti. E quanto questo richiede, oltre che una tutela fin da subito e un ascolto continuativo, anche molta prevenzione. Che non può che passare dall’istruzione e dall’educazione alle emozioni, oltre che dall’informazione. In Italia siamo ancora in una situazione in cui la disparità salariale è importante, in cui l’accesso ai ruoli chiave di potere è complicato, se penso ai paesi del nord Europa, anche per esperienza familiare diretta, c’è una differenza enorme, culturale e anche di accesso alle possibilità. Credo che la pandemia abbia accentuato quelle che sono le questioni di genere, mostrando quanto la cura dei figli sia delegata alle donne e alle mamme, e quanti pochi siano gli strumenti per sostenere un cammino, un’autonomia e una parità concreta. Infine manca una chiave che è quella della bellezza, che è ancora strettamente identificata – e le bambine sono ancora educate a questo – con l’importanza della bellezza fisica, quando invece la chiave della bellezza è una chiave interpretativa del mondo e come tale è molto più complessa, è una scoperta, è una chiave di talento, di anima, di spirito vitale. Schiacciarsi sull’accezione fisica della bellezza ha delle conseguenze per le giovani ragazze in termini di sofferenza.

 

Povertà e disuguaglianze aumentano e sono destinate ad allargarsi, e con loro aumenta il numero di persone che fa più fatica. Come si dialoga con chi crede che le disuguaglianze di genere siano, nella difficoltà del quadro attuale, da considerare se non irrilevanti quantomeno marginali?

 

Considerare marginale la disuguaglianza di genere significa non pensare a un certo mondo che vogliamo. Se noi vogliamo un mondo di pace e di uguaglianza, dobbiamo per forza agire su tutte le disuguaglianze: la tutela dei minori, dei vulnerabili, ma soprattutto puntare a un mondo in cui non si può prescindere dal rimuovere le disuguaglianze per trasformare delle condizioni di povertà economica, materiale, spirituale e di accesso ai diritti. Quando ci occupiamo di progettualità che hanno un impatto sulle donne, sulle mamme, sui minori e i nuovi cittadini, ecco lì si comprende quanto sia importante costruire reti di solidarietà, e anche una normativa che consenta la trasformazione, il cambiamento, l’accesso a istruzione, salute e possibilità di vita. Le barriere e le chiusure portano disuguaglianze. Le aperture, per quanto complesse, portano trasformazioni e pace.

 

I movimenti femministi ritengono importante tenere un approccio intersezionale, ovvero capace di considerare le diverse dimensioni di vita delle persone e quindi anche le diverse possibili disuguaglianze che vivono. Come riusciamo a parlare con donne e ragazze che vivono in territori e/o in condizioni difficili?

 

E’ una questione complessa, sicuramente. Lo è l’avvicinamento, che ha a che fare con l’apertura e la rottura di ruoli codificati dentro i quali possiamo stare anche noi senza rendercene conto. Ha a che fare anche con il guardare le esperienze diversificate a partire dal femminismo. Da un femminismo di un tempo al quale riconosciamo la grande capacità di aver messo a fuoco delle questioni fondamentali di cambiamento, a quello delle giovani generazioni, a cui a volte si guarda con sospetto, e invece le giovani donne hanno una grande capacità e forza di portare cambiamenti del mondo. Se penso a quello che sta succedendo in Iran adesso, penso alle alleanze trasversali che sono necessarie sul piano della parità, sia tra donne che tra donne e uomini. Alleanze anche emotive, non solo di accesso alle possibilità, non possono che avvenire dove c’è una maggiore fragilità. Penso a poter accedere a un corso della lingua nel paese in cui arrivi, alla possibilità di avere qualcuno che si occupa dei figli mentre fai quel un corso, o qualcuno che fa una mediazione rispetto alla scuola e alla cultura, e quindi penso ad aspetti concreti che consentono alle persone di acquisire potere, autonomia e cittadinanza.

 

La gravità della situazione precedentemente richiamata determina una spinta dei movimenti sociali a mettere al centro con forza determinate questioni perchè vengano prese in carico da chi decide. Il femminismo oggi dove trova possibili alleati per le battaglie che ha a cuore?

 

Credo che la politica debba essere ancora quel luogo dove si costruiscono delle alleanze e dove si rappresentano i temi, i diritti e le questioni di genere. Non si può che partire da lì. La nostra Costituzione è dove le donne hanno finalmente diritto di voto e è successo pochi anni fa, e la prima donna in Parlamento, credo, la vediamo negli anni ’70. Cito questo perchè l’aspetto costituzionale e politico è ineludibile nella questione di genere e di pari opportunità. E poi sono importanti, come dicevo, le alleanze trasversali tra donne e tra donne e uomini promotrici di cambiamento. Poi ci sono luoghi e contesti come il sindacato, se pensiamo alla differenza salariale enorme che c’è nei contesti lavorativi. Le donne subiscono una differenza non solo di accesso alla possibilità di carriera, a prescindere dal merito, ma anche a parità di carriera c’è una differenza salariale. Scuola, sindacato, organizzazioni spontanee, associazionismo, sono mille i luoghi dove si costruiscono alleanze e dove però si deve chiedere alla politica di produrre cambiamento.

 

Oggi è il 25 novembre. Il movimento femminista ricorda sempre che la violenza contro le donne è un problema strutturale le cui soluzioni sono quindi da ricercare nella costruzione di una società libera da stereotipi e dove la cura sia messa al centro. Immaginiamo di essere alla vigilia del 25 novembre del 2023. Cosa spera che da qui a un anno possa essere stato realizzato per prevenire e contrastare la violenza maschile contro le donne?

 

Spero che sia su un piano normativo ci sia una tutela piena e diversa, e che venga attuata perchè sono troppe ancora le donne non ascoltate, non prese in considerazione a sufficienza, non guardate. C’è bisogno anche della comunità per accoglierle in modo non giudicante. Sappiamo che una donna che subisce violenza spesso si sente quasi in colpa nel subirla. Succede a noi, succede a tutte. Occorre quindi apertura e accoglienza e un ascolto profondo di tutte le donne che deve prescindere dal giudizio. Così come un’attuazione normativa che consenta alla donna quando denuncia di essere davvero tutelata, accolta, messa nella condizione di non correre dei rischi.

Dall’altro lato la questione è preventiva e culturale, perchè la violenza è una violenza che noi agiamo contro le donne ma che agisce la nostra società in modo molto forte. E’ un male che sta dentro il nostro agire e ci impedisce di pensare al futuro. Io spero che da qui a un anno questi temi possano essere accolti. Non credo ahimè che possa stravolgersi il mondo, penso però che qualche piccolo passo possa essere fatto in questa direzione, ad esempio investendo maggiori risorse. Perchè possiamo enunciare dei principi ma se non si traducono in strutture, in risorse, in luoghi di ascolto, non li rendiamo concreti. Mi auguro che ci sia un’attenzione particolare, che ci regali da qui a un anno una maggiore sensibilizzazione sul nostro vivere e sulla violenza che agiamo nelle nostre azioni quotidiane. Rileggevo un articolo di Concita De Gregorio su Repubblica in occasione dell’8 marzo, in cui diceva che quando quell’articolo sarebbe stato scritto da un uomo sarebbe stato simbolico del fatto che la questione femminile fosse stata snodata e accolta rendendo possibile a tutti scrivere quel pezzo. Se svanisce una questione è perchè si è risolta. Ma non è questo il caso. Non possiamo quindi smettere di parlare di questioni di genere, perchè sono delle questioni che hanno a che fare con la nostra convivenza in generale.

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