Tutti parlano di disuguaglianze. Anche quelli che hanno concorso in questi ultimi trent’anni a produrle. Perché le disuguaglianze sono tornate a crescere, prima di tutto quelle di ricchezza. E la percezione di abbandono, disattenzione o impotenza da parte delle classi dirigenti ha prodotto paura, risentimento, rabbia.

 

L’idea che la tua povertà o vulnerabilità, il degrado del tuo territorio, il peggioramento dei servizi essenziali per te e la tua comunità, il mancato riconoscimento della tua persona siano “inevitabili” ti toglie la forza per poterti emancipare e ti lascia aperta solo la strada della rabbia verso gli altri, magari ancora più deboli di te.

 

Ma non c’è nulla di ineluttabile nelle disuguaglianze. E’ una menzogna costruita nell’ultimo trentennio. Le disuguaglianze sono il frutto di politiche pubbliche errate, di un minore potere del lavoro, di un cambiamento del “senso comune”. Ce lo ha insegnato Anthony Atkinson.

 

E’ dunque possibile ridurle. Con un cambio di rotta radicale su questi tre fronti.

 

Dopo due anni di lavoro, l’impegno di noi del ForumDD, e di oltre duecento persone, fra ricercatori e membri delle organizzazioni di cittadinanza attiva, finalmente il 25 marzo, al Teatro de’ Servi di Roma, presenteremo 16 proposte per la giustizia sociale, che intervengono su tre meccanismi di formazione della ricchezza: il cambiamento tecnologico, il potere negoziale del lavoro, il passaggio generazionale.

 

Se è vero che tutti parlano delle disuguaglianze, non tutti vogliono ridurle davvero.

 

Noi invece siamo convinti che si debbano cambiare le cose. È giusto. È possibile.

Parte1.

UN CAMBIAMENTO TECNOLOGICO
CHE ACCRESCA LA GIUSTIZIA SOCIALE

10 + 1 proposte

 

Il cambiamento tecnologico in atto fa intravedere – e in alcuni casi già raggiungere – nuovi orizzonti nella qualità di vita anche dei più deboli e delle future generazioni: servizi tempestivi e mirati sulle esigenze personali, equilibrio fra tempo di lavoro e di non-lavoro, cura preventiva della salute, tutela e godibilità dell’ambiente, forme nuove di reciprocità e mutualismo in rete, e la costruzione di solidarietà e scambi anche fra soggetti senza potere e fisicamente distanti. Ma, al tempo stesso, minaccia in molti modi la giustizia sociale.

 

L’appropriazione privata delle conoscenze da parte di poche imprese monopolistiche, paradossalmente a partire da un vasto patrimonio pubblico di open science, consente straordinari dividendi e polarizza profitti, condizioni di lavoro e ricchezza. Le decisioni sui processi di automazione, che avvengono attraverso lo studio delle interazioni lavoratore-macchina, vengono assunte dall’alto, senza che i lavoratori, direttamente coinvolti, abbiano una voce in capitolo. Larga parte della conoscenza scientifica e delle informazioni raccolte attraverso la rete sono utilizzate da un numero limitato di imprese private in posizione monopolistica che ne traggono altissimi rendimenti e che possono esercitare un’influenza forte e crescente sulle nostre preferenze, di mercato e politiche.

Non basta. Una massa crescente di decisioni concernenti il lavoro (assunzioni, carriera), il consumo (accesso al credito o altri servizi), e la stessa erogazione di servizi pubblici, viene assunta sulla base di algoritmi di apprendimento automatico secondo criteri non verificabili e utilizzando informazioni sulle nostre identità che mettono a totale repentaglio la privacy. Gli stessi algoritmi consentono di segmentarci in micro-gruppi che divengono destinatari di messaggi pubblicitari e politici, sottratti al pubblico confronto, e sono l’origine della produzione sistematica di informazioni false e di una rappresentazione distorta delle nostre opinioni.

 

Non esiste una “ricetta magica” per indirizzare il cambiamento tecnologico alla giustizia sociale. Al contrario, se guardiamo alla storia, la strada della giustizia sociale è stata sempre il frutto di processi multiformi, che hanno coinvolto il complesso della società e sperimentato contemporaneamente strade diverse. Anche oggi è proprio nel corpo della società che esistono esperienze, pratiche, movimenti, modi di fare impresa, azioni collettive, esperimenti di politiche che offrono spunti da cui partire per sperimentare soluzioni alternative. Il problema è che esse non fanno sistema. Questa è l’inversione di rotta da realizzare, dando forza e integrando il loro sviluppo. Realizzando quei cambiamenti nelle politiche e nelle regole e pratiche generali che possano redistribuire poteri economici e politici, dare spazio alle sperimentazioni e riorientare così il cambiamento tecnologico nella direzione di una maggiore giustizia sociale.

 

Nel perseguire questo disegno, il ForumDD ha individuato un gruppo di proposte sulle quali, secondo il proprio metodo, ha chiesto contributi e ora avvia un confronto. Si tratta di dieci proposte che toccano tutti i canali attraverso cui il cambiamento tecnologico impatta sulla giustizia sociale. Riguardano sia il livello locale che nazionale, sia il livello europeo che internazionale. Perseguono un gruppo dettagliato di obiettivi di giustizia sociale individuati dal ForumDD (cfr. XXX). Un’undicesima proposta contiene gli interventi necessari a rilanciare le amministrazioni pubbliche a cui dovrebbe essere affidata l’attuazione delle prime dieci proposte e delle altre quattro proposte avanzate dal Rapporto.

Parte2.

UN LAVORO CON PIÙ FORZA PER CONTARE

Il lavoro è una delle dimensioni della vita umana, che influenza profondamente tutte le altre. Negli ultimi trent’anni ha perso ruolo e potere. Le retribuzioni sono cresciute meno della produttività. In Italia, nonostante i contratti salariali collettivi, in media il 10% dei lavoratori riceve un salario del 20% inferiore al minimo salariale stabilito per contratto a seguito di una moltitudine di “contratti pirata”. La quota dei redditi da lavoro sul reddito totale è diminuita progressivamente. E’ cresciuta in modo esponenziale la polarizzazione fra i lavori in termini di retribuzione, grado di stabilità, sicurezza e condizioni di lavoro, e questa polarizzazione ha colpito in modo particolare i giovani. Per vaste fasce deboli, soprattutto di giovani, remunerazione, condizioni orarie e garanzie sono al di sotto di una soglia di dignità. Permangono divari retributivi forti per le donne, a parità di lavoro, Questo scenario è di estrema gravità.

 

La minore capacità del lavoro di contare, il suo minore potere negoziale e di partecipazione, è una delle tre grandi cause dell’attuale ingiustizia sociale. Insieme alla svolta delle politiche pubbliche e ai cambiamenti intervenuti nel senso comune, il minore potere del lavoro ha concorso alle disuguaglianze di reddito, al forte aumento delle disuguaglianze di ricchezza, alle molteplici forme assunte dall’ingiustizia sociale. Ecco perché uno dei tre obiettivi generali delle nostre proposte consiste proprio nel ridare potere negoziale e di partecipazione al lavoro, nelle forme appropriate a questa fase storica dello sviluppo economico e sociale. Si tratta di riequilibrare il rapporto fra lavoro e managers o amministratori che controllano l’impresa: un riequilibrio che nella storia ha sempre aperto la strada all’emancipazione sociale.

Si tratta di muoversi in due direzioni, distinte e complementari. La prima è quella di dare al lavoro più potere nel negoziare le proprie condizioni: retribuzione, orari, sicurezza, formazione. La seconda è quella di dare al lavoro più potere di contare sulle decisioni organizzative e strategiche aziendali. Per entrambe le linee di azione la guida viene dai principi della nostra Costituzione, assolutamente attuali e da cui vengono due chiare indicazioni.

 

Agli articoli 3, 36 e 37 si fissa l’obiettivo del “diritto ad un lavoro dignitoso” per tutti e la parità di genere. Esso poggia su due presupposti: il lavoro è uno dei modi (una delle capacità) attraverso cui ognuno di noi deve potersi esprimere, perché è fonte di identità, autonomia e integrazione sociale; per svolgere queste funzioni, il lavoro deve essere dignitoso, nel modo in cui è svolto e nel riconoscimento anche monetario del proprio valore. All’articolo 3 la Costituzione fissa il “diritto dei lavoratori a partecipare” e il dovere della Repubblica, dunque di tutti noi, a rimuovere gli ostacoli che impediscono tale partecipazione. Tale diritto poggia su due altri presupposti: questa partecipazione è necessaria per l’effettiva autonomia dei lavoratori e per la democraticità dell’economia. Sappiamo che nel modo attuale di organizzazione della produzione questo requisito non è naturalmente soddisfatto e ha bisogno di essere promosso da azioni collettive e pubbliche.

 

Da qui nascono la nostra Proposta n.12, relativa alla dignità del lavoro, e le Proposte n. 13, 14 e 15, relative alla partecipazione e autonomia del lavoro e alla democratizzazione del governo d’impresa.

Parte3.

UN PASSAGGIO GENERAZIONALE PIÙ GIUSTO

Il livello raggiunto dalle disuguaglianze di ricchezza e nei trasferimenti di ricchezza sotto forma di donazioni e di eredità ricevute divarica sempre più i destini fra chi ha la fortuna di nascere nelle famiglie del ceto forte e chi nasce in una famiglia del ceto debole. Nel passaggio all’età adulta i giovani diventano pienamente consapevoli della ricchezza familiare su cui possono contare (ben prima di riceverla in eredità), e dell’influenza della disponibilità di ricchezza sulla libertà delle proprie scelte. Basti pensare alle “donazioni” non visibili (istruzione, casa, viaggi) di cui possono godere i figli delle famiglie più abbienti o al “cuscino di sicurezza” su cui possono fare affidamento: per studiare “lontani da casa”, per scegliere un indirizzo universitario “con minori sbocchi lavorativi”, per viaggiare, per avviare un’avventura imprenditoriale con amici, per rifiutare proposte di lavoro poco dignitose o illecite. L’istruzione è una leva fondamentale per realizzare le proprie opportunità in modo indipendente dalle condizioni della famiglia; ma l’istruzione senza i mezzi finanziari per utilizzarla non è sufficiente. E’ necessario redistribuire ricchezza.

 

La distribuzione della ricchezza è in Italia particolarmente iniqua e la disuguaglianza è cresciuta. La ricchezza netta media degli italiani è alta nel confronto mondiale (143mila euro medi per persona), ma i divari sono assai forti. Secondo le stime più recenti, l’1% più ricco detiene il 26% della ricchezza totale, la stessa quota detenuta dal XX% meno ricco; e questi ricchi hanno visto crescere la loro quota di 6 punti% rispetto ai primi anni ’90. Durante la lunga crisi, i cittadini italiani hanno visto la loro ricchezza media ridursi (del 15%, fra 2007 e 2018), come in tutti i paesi del mondo; viceversa, per i 10 italiani più ricchi, la ricchezza media è cresciuta dell’83%. Avere genitori agiati ti rende assai più facile diventare agiato. E’ noto ma i numeri colpiscono: se i genitori appartengono al 20% più ricco della popolazione i figli hanno una probabilità di rimanere nella stessa classe sociale pari al 38%; la stessa probabilità si riduce al 12% per i figli di chi appartiene al 20% più povero della popolazione. Negli stessi anni, in Italia, assai più che negli altri paesi industriali, le imposte di successione contribuivano in modo sempre minore al totale delle entrate fiscali (fino allo 0,1%), anche a seguito di interventi normativi. Un paradosso.

 

E’ dunque necessario intervenire. Tutte le proposte avanzate dal ForumDD vanno in questa direzione, intervenendo in modo pre-distributivo, ossia sul processo di formazione della ricchezza: attraverso l’indirizzo del cambiamento tecnologico; e attraverso il potere del lavoro di contare. Ma non basta.

 

L’intervento pre-distributivo richiede tempo per dare i propri frutti ed è insufficiente per ridimensionare la disuguaglianza di ricchezza che viene continuamente riprodotta dall’effetto cumulativo dei lasciti ereditari e dei rendimenti di investimento. E’ quindi necessario anche un intervento re-distributivo volto a riequilibrare le condizioni di partenza all’entrata nell’età adulta: sia fra giovani nati o cresciuti in famiglie con differenze di ricchezza, sia fra giovani che, nati in famiglie con pari ricchezza, si trovano a fronteggiare comportamenti assai diversi nel loro accesso al patrimonio famigliare (soprattutto se donne o caratterizzati da scelte di vita considerate non ortodosse).

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